LA BREVE E CORAGGIOSA VITA DI FANNY

di Lorenzo Spignoli |

E’ il 30 agosto del 1918. La Russia ribolle ancora degli eventi scatenati dalla rivoluzione d’ottobre dell’anno precedente.
Le elezioni per l’Assemblea Costituente hanno dato la maggioranza ai socialisti rivoluzionari ma i bolscevichi controllano più armati e hanno anche le idee più chiare. L’Assemblea viene sciolta ed il potere è esercitato da chi ha più determinazione e meno scrupoli.
I disegni di Lenin vanno compiendosi pur se devono ogni giorno scontrarsi con una realtà caotica e violenta.

Al termine di quella giornata cupa e fredda, il capo bolscevico visita la fabbrica Michelson, alla periferia di Mosca. Nei suoi grandi spazi interni tiene un infuocato comizio che termina facendo vibrare nell’aria la frase “Abbiamo una sola scelta: vittoria o morte!”
Poi Lenin si avvia verso l’auto che lo attende nel cortile. Dispone di una Rolls Royce nera e di un autista ma non ha con sé guardie del corpo.
Un gruppo di operai lo ferma. Hanno ancora domande da porre, vogliono altre notizie su cosa sta accadendo nel loro sterminato paese.
Mentre è circondato da un grappolo di persone che subito si è ingrossato, si leva una voce femminile che lo chiama per nome. Lui si gira ed esplodono tre colpi d’arma da fuoco. Due lo colpiscono, al collo e alla spalla sinistra. Cade svenuto.

Qualcuno indica una piccola donna che stringe nelle mani una borsa e un ombrello. La immobilizzano.
Lenin viene caricato sull’auto che, velocemente, si dirige verso il Cremlino. I medici accorsi  tamponano le ferite. Rinunciano a estrarre i proiettili, a questo si provvederà quattro anni dopo. Lenin sopravviverà all’attentato pur se la sua salute ne sarà compromessa.
Alla fabbrica arrivano gli agenti della Ceka e portano via la donna. Vanno verso la Lubjanka. Lei ha 28 anni seppur ne dimostri di più, è semicieca e tossisce di continuo.
Dichiara di chiamarsi Fanny Kaplan e ammette subito di aver sparato lei a Lenin. “L’ho fatto da sola – aggiunge -. Non dirò da chi ho ottenuto il revolver. Non darò dettagli. Considero Lenin un traditore della rivoluzione.

Se lui sopravviverà, la realizzazione degli ideali socialisti sarà rinviata di decenni.”
Fanny, come tanti altri rivoluzionari russi, ha più nomi, fra i quali non è facile districarsi. Quello di battaglia è Dora, alcuni la conoscono come Fania Efimovna e alla  nascita era stata battezzata Feiga Chaimovna Royblat. Era nata nel 1890 a Volinsk, nell’Ucraina occidentale, da una famiglia ebrea. Il padre era insegnante, lei aveva quattro fratelli e tre sorelle.
Aveva aderito giovanissima all’anarchia. Si era innamorata del terrorista anarchico Viktor Garsky.
Nel 1906, a 16 anni, era stata arrestata dalla polizia zarista per aver attentato alla vita del governatore di Kiev. Assieme ad una complice aveva portato una bomba nel suo ufficio. Il governatore, però, aveva capito tutto ed era fuggito in un’altra stanza. La bomba era esplosa e lei era rimasta ferita agli occhi.

Era stata poi condannata all’ergastolo. Aveva conosciuto prigioni e campi di lavoro forzato della Siberia. La prigionia le aveva regalato un peggioramento delle condizioni degli occhi e la tubercolosi, ma anche la conoscenza della reclusa Maria Spiridonova, che l’aveva convertita agli ideali del socialismo rivoluzionario.
Nel 1917, quando il sistema stava ormai per crollare, era stata liberata.
Tornata a casa, aveva scoperto che la sua famiglia si era trasferita negli Stati Uniti senza lasciare traccia alcuna. Era stato allora che aveva rinunciato al suo nome ed era diventata Fanny Kaplan.

Si era spostata a Mosca, poi in Crimea, dove sperava di fermare la tisi e riguadagnare un po’ di vista. Qui aveva conosciuto un medico che si era preso cura di lei con gentilezza e dedizione. Da più parti si era parlato di una breve ma intensa storia d’amore fra di loro. Lui aveva 15 anni più di lei e il suo nome era Dmitrij. Era uno dei fratelli di Lenin.
Fanny era tornata a Mosca e si era messa a frequentare un gruppo della sinistra socialrivoluzionaria guidato da Grigori Ivanovich Semenov.

Fanny Kaplan

Era la primavera del 1918 e i socialisti rivoluzionarti avevano appena lasciato il governo. La goccia che aveva fatto traboccare il vaso era stato il trattato di Brest Litovsk che stabiliva la pace con gli imperi centrali. I bolscevichi l’avevano sottoscritto nonostante la contrarietà degli alleati.
A Mosca Fanny aveva incontrato nuovamente Viktor, il suo primo amore, che propugnava la necessità di uccidere Lenin..
Anche il gruppo Semenov nutriva questa idea.
Il 30 agosto scattò il piano. Abbiamo già detto come le cronache abbiano tramandato il tutto.
Sappiamo che, nella ricostruzione fatta al momento, molti elementi potevano sollevare dubbi consistenti.
L’orario dell’attentato nei verbali di polizia fu fissato alle 22,00 la Pravda scrisse alle 21,00 e l’autista di Lenin alle 23,00. In ogni caso faceva scuro e non c’erano certo le condizioni di visibilità migliori per una tiratrice semicieca che prima di allora aveva impugnato ben poche volte un revolver.

Alcuni storici, negli anni successivi, hanno espresso il dubbio che a sparare sia stata un’altra donna e che Fanny si sia sacrificata assumendo la responsabilità dell’attentato.
L’arma usata, una piccola Browning, non fu rinvenuta subito, ma saltò fuori a distanza di giorni. Non fu effettuata alcuna perizia balistica. I colpi esplosi erano stati 3 ma nel tamburo da 6 restavano ancora 4 proiettili intatti.
Fanny fu portata in una cella del Cremlino. Alle 4,00 del mattino del 3 settembre, in un cortile interno del palazzo, senza che fosse stata emessa alcuna sentenza, fu uccisa con un colpo alla nuca mentre il motore acceso di un’auto copriva il rumore dello sparo.

Il poeta di regime Demyan Bedny era stato condotto sul luogo affinché traesse ispirazione dall’esecuzione per un qualche componimento. Bedny non avrebbe mai scritto nulla sul fatto. Forse vide solo un gracile fagotto umano squassato dalla tosse che, in modo evidente, non riusciva a mettere a fuoco nulla di ciò che aveva attorno, e che andava incontro alla morte come a una liberazione. Eppure Fanny era stata una ragazza attraente, vivace e coraggiosa. Forse si sacrificò per l’ideale che l’animava; forse le prove, le delusioni e i malanni che le erano piombati addosso in modo così pesante le avevano tolto la voglia di vivere.

L’attentato a Lenin fu la motivazione con cui si dette avvio al periodo detto del Terrore Rosso, in cui gli avversari più attivi dei bolscevichi furono imprigionati ed eliminati. Una purga colossale che decapitò letteralmente i socialisti rivoluzionari del proprio gruppo dirigente.
In seguito si sarebbe saputo che Viktor Garsky era un agente provocatore al soldo del capo bolscevico Jakob Sverdlov.  Grigori Ivanovich Semenov nel 1920 aderì al bolscevismo.

Nel 1993 il caso fu sorprendentemente riaperto, senza però che si arrivasse a determinazioni sostanzialmente diverse.
Qualche anno fa è stato prodotto un film della regista ucraina Olena Demyanenko intitolato My grandmother Fanny Kaplan, in cui si sposa la tesi innocentista. Nel cortile della ex fabbrica Michelson resta una targa che ricorda l’accaduto. Esiste una rockband moscovita che si è voluta chiamare Fanny Kaplan.
Quando penso a lei, non penso ad una terrorista, ma a una giovane donna coraggiosa che voleva un mondo migliore.

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