IL FALLIMENTO DELLA PACE VITTORIOSA

a cura di  Stefano Caretti |

TRATTO DA: GIACOMO MATTEOTTI SOCIALISMO E GUERRA

Giacomo Matteotti:

Corre per tutti i giornali borghesi la notizia di un libro inglese che muovendo da una profonda critica al trattato di pace di Versailles, prospetta i gravissimi pericoli della situazione economica europea, e propone qualche rimedio. Ad alcuni, chiusi nelle vecchie formule, è parsa una rivelazione. Altri scioccamente insinuò che i socialisti avrebbero saccheggiato le pagine ardite, per farsene uno strumento volgare.

Si esagera.

Il libro di J.M. Keynes’ non è che un buon documento della profonda crisi cui è stata condotta l’Europa da «una guerra vittoriosa». E la sua rappresentazione dei «quattro» che operarono intorno al tavolo di Versailles (Wilson, il giusto in astratto, lento a pensare, che si lascia vincere dai sofismi concreti; Clemenceau, il vecchio violento, che vede la salvezza della Francia nella oppressione e nella miseria della rivale tedesca; Lloyd George, il raffinato traduttore dell’egoismo capitalistico inglese nelle formule wilsoniane; Orlando, l’irrilevante, incapace di mettersi a contatto con Wilson, così come di spartire il bottino con gli altri due), non è che la drammatizzazione delle concorrenti forze capitalistiche: due che sono arrivate all’acme e vogliono conservare; una che lo raggiungerà per suo conto e ha bisogno di alcune nuove licenze per conseguirlo; la quarta che non sa quello che dovrebbe volere e sente soltanto quel che le è imposto dall’immediata coazione.

Ma prima della critica, conviene che noi riproduciamo in pochi paragrafi il lucido pensiero di Keynes.

I. La economia europea prima della guerra era fondata su questo: una classe lavoratrice produceva ricchezza, accontentandosi di una alimentazione e di una vita inferiori, mentre la classe capitalistica assorbiva le ricchezze prodotte, ma più per accumularle che per consumarle. Aiutava la facilità e la sicurezza delle comunicazioni e delle importazioni da tutte le parti del mondo; mentre il capitale privato andava cercando dappertutto nuovi investimenti e nuove fonti di produzione.

II. La guerra ha rovesciato questo delicato sistema. Le ricchezze sono state distrutte. La classe lavoratrice non si accontenta più di lavorare per gli altri. Il capitalismo, illuso dagli alti profitti, non sa più produrre come prima. Tutti vogliono consumare di più e lavorare di meno. Le comunicazioni e i trasporti commerciali sono divenuti inefficienti.

III. La pace avrebbe dovuto mirare a vincere codesti mali della guerra e la disorganizzazione. Invece fu una pace cartaginese, che pensò unicamente a distruggere o ad opprimere il vinto, senza pensare che così preparava anche la rovina del vincitore.

IV. La Germania, ancora in armi, aveva accettato di venire a trattative di pace unicamente sulla base dei 14 punti di Wilson. Ma, la Germania disarmata, quasi nessuno dei punti affermati fu mantenuto.

Alla affermata «libertà ed eguaglianza dei commerci tra tutte le nazioni», ha corrisposto, per esempio, il sequestro quasi totale della flotta mercantile germanica; la imposizione di una serie di privilegi alleati sui commerci, le ferrovie, i fiumi, ecc., della Germania, senza alcun contraccambio.

All’«imparziale assestamento dei diritti coloniali», ha corrisposto la rapina alleata di tutti i diritti pubblici e perfino privati dei tedeschi, tanto nelle colonie quanto in Alsazia e Lorena e perfino in Turchia, in Bulgaria, in Russia, in Cina, ecc., e indirettamente, sotto forma di riparazione, dentro la stessa Germania.

Alla «garanzia negativa di ogni annessione o contribuzione o punizione», ha corrisposto la spoliazione del bacino carbonifero della Sarre (cento francesi contro centomila abitanti tedeschi) e della Slesia superiore producenti il 98 per cento di tutto il carbone tedesco, proprio nel tempo stesso in cui si fa obbligo alla Germania di contribuire con molti milioni di tonnellate di carbone agli alleati, ponendo così una causa di irresolubile dissidio tra le esigenze franco-italiane e le tedesche.

Al «risarcimento dei danni arrecati dalla guerra ai privati e alle terre invase», ha corrisposto, specialmente sotto la pressione demagogica delle elezioni inglesi, una così stiracchiata interpretazione, che gli Alleati potranno chiedere ben 200 miliardi di indennità, dei quali 25 da pagarsi entro aprile 1921, affidando a una Commissione l’incarico di curarne la percezione, con tali facoltà, da sottoporre la Germania a un vero e proprio regime di sudditanza o di schiavitù.

V. Ma la Germania – che è ridotta a possedere ormai meno di due miliardi in oro, meno di tre miliardi in navi, e forse ormai solo cinque d’investimenti all’estero, in parte requisiti o svalutati o estinti o trafugati – non potrà pagare. E non potrà pagare nessuna rata successiva, quando la sua facoltà di lavorare, di produrre e accumulare è spenta o diminuita gravemente per la perdita delle colonie, del commercio marittimo, dell’investimento all’estero, di un terzo del suo carbone, di tre quarti del ferro, per tutte le restrizioni commerciali e doganali, per il debito pubblico ormai altissimo, un deprezzamento della moneta sotto il decimo, i disordini interni, ecc.

VI. Così all’Europa, all’Oriente e alla Russia in particolare, viene a mancare, con la Germania, il più grande focolare di organizzazione, di produzione. L’Europa non ha più i mezzi sufficienti per vivere. La carta perde ogni giorno valore. Il debito pubblico ascende. La miseria e la rivoluzione sono alle porte.

VII. Quali i rimedi? Secondo Keynes i seguenti:

a) Revisione del Trattato di Versailles. Restituzione alla Germania della libertà economica e degli elementi di produzione, per pagare una indennità totale non superiore a 50 miliardi, in 30 anni.

b) Cancellazione dei debiti interalleati. L’Italia non abbia più lo spettro di 20 miliardi in oro dovuti agli Anglo-Americani, né la Francia dei suoi 25, né la Russia dei suoi 20, ecc.; rinunziando l’America ai suoi 50 miliardi di crediti, e l’Inghilterra ai suoi 25.

c) Mentre la imposta sul capitale provvede a sgravare una parte dei debiti di guerra, un prestito internazionale di almeno 50 miliardi provveda a rimettere in azione tutte le forze produttive del mondo, a condizione che l’Europa dia in cambio all’America la garanzia di non devolverne alcuna parte a nuove guerre o a nuove contese, ma tutti lavorino in una pace concorde, rinnegando nazionalismi e imperialismi.

d) Non intervento in Russia e riorganizzazione industriale e agricola dell’Oriente, libera anche alle energie della Germania. Altrimenti sarà la rovina d’Europa!

Questo, nelle sue grandi linee il pensiero dell’economista inglese che diede le sue dimissioni per non farsi complice del Trattato di Versailles².

I socialisti che da lunghi mesi accusano la pace di Versailles, hanno poco di nuovo da aggiungere. Tutta la parte critica coincide in sostanza con la nostra.

Noi discordiamo però in due punti: nelle cause e nei rimedi.

La causa non è, come sopra dicemmo, nelle persone. La causa è nell’influsso diretto e naturale delle forze capitalistiche in contrasto, delle quali l’ultima giunta, l’italiana, non poteva che essere la più debole e la più incapace. La causa è nella «guerra vittoriosa» e nella «pace vittoriosa»: la violenza che pone nazioni contro nazioni, uomini contro uomini, non può che condurre a codesti eccessi.

Dei rimedi proposti noi vediamo tutte le illusioni.

Gli egoismi patriottici e nazionalisti non consentiranno a togliere il piede dal collo dei popoli vinti militarmente o soggetti economicamente, se non forse quando l’abisso sarà irrimediabilmente aperto.

La lotta assurda tra le nazioni europee non accenna a cessare. Nessuno vorrà sollecitare la Germania a riorganizzare se stessa e, tanto meno, la Russia. Le borghesie dei diversi paesi non sapranno imporsi l’automutilazione del capitale privato. Per la forza stessa dei sentimenti individualistici fondamentali della società capitalistica, ognuno tiene stretto il suo, fin nell’abisso. E allora non v’è che il Socialismo; il quale purtroppo non innalzerà più il suo edificio, come una volta sperammo, sulla vetta fiorente del capitalismo giunto al massimo sviluppo della ricchezza; ma dovrà assumersi la duplice terribile impresa: di ricostruire le forze produttive e di distribuire il bene a tutti coloro che lavorano.

Lavoratori d’Italia, sono forti abbastanza i vostri polsi e il vostro cervello?

 

Patrocinio: Fondazione Studi Storici Filippo Turati e Associazione Nazionale Sandro Pertini

Edizione: Pisa University Press Srl – Prezzo: € 35.00


 

Note:

“Avanti!”, Milano, a. XXIV, n. 57, 6marzo 1920, p. 1.

1 The economic consequences of the peace, London, MacMilan and Co., 1920.

2 John Keynes era stato rappresentante ufficiale del Governo inglese alla Conferenza di Pace a Parigi fino al 7 giugno 1919.

Avanti! 6 Novembre 1918
SocialismoItaliano1892

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