SANDRO PERTINI COMMEMORA IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA CILENA SALVADOR ALLENDE

Italia – 26 settembre 1973

PRESIDENTE.1. (Si leva in piedi, e con lui i deputati e i membri del governo).

Onorevoli colleghi, ricordiamo il capo di Stato Salvador Allende caduto per la libertà.

Suo padre, sempre vicino ai contadini del suo paese e che per riscattarli dalla loro antica miseria si era battuto tutta la vita, fu lasciato morire nella più triste solitudine. Salvador Allende, ventenne, era in carcere per aver manifestato in favore degli operai delle miniere sfruttati da società straniere. Gli fu negato di assistere il padre agonizzante; gli fu solo consentito di visitarne la tomba. Sulla tomba del padre Salvador Allende fece un giuramento: «Non potrò vivere, se non mi sforzerò di fare qualcosa per cambiare questo paese».

Allende non aveva che ventidue anni. Da allora ha inizio la sua lotta per sollevare dalla miseria la sua gente. Il Cile era il paese più ricco in materie prime dell’America latina e tra i più miseri per reddito individuale. Dominavano una borghesia agraria dalla mentalità feudale; funzionari avidi di privilegi; dirigenti di miniere assoldati dalle società sfruttatrici statunitensi.

Salvador Allende, laureatosi in medicina, divenne il medico dei poveri.

Uomo politico, ministro in un governo del fronte popolare, considerò quale primo problema da risolvere quello dell’indipendenza economica del suo paese «capace – affermava – di arricchire gli altri, mentre restava sempre più povero». Assunse la Presidenza del Senato lanciando questa parola d’ordine, cui resterà sempre fedele: «Con la ragione, democraticamente, ma senza cedimenti».

Era un socialista che aspirava al socialismo dal volto umano. Non volle mai ricorrere alla forza, perché pensava che non vi può essere socialismo senza libertà. Vinse le elezioni presidenziali del 1970 e Presidente della Repubblica fu confermato dal Congresso. Fedele ai princìpi che informarono tutta la sua vita e che mai volle rinnegare si trovò contro anche i suoi amici, rappresentanti della media borghesia, pronti a scendere a compromessi, e i militanti di movimenti di estrema sinistra, che organizzarono la guerriglia.

Nel suo discorso di insediamento alla Presidenza della Repubblica, dinanzi al Congresso, disse: «Vogliamo sostituire il regime capitalista. Sappiamo che ciò non è stato possibile fino ad ora democraticamente. Ma adesso ci proveremo». Salvador Allende nazionalizza le miniere di rame. Le compagnie minerarie statunitensi pagavano il rame al Cile meno della metà di quanto lo vendevano sul mercato mondiale.

Realizza una radicale riforma agraria.

Ridistribuisce il reddito nazionale per elevare le condizioni di vita dei ceti più poveri.

Costruisce case per i baraccati. Solleva dalla nera miseria un vasto strato della popolazione.

Tutto fa con il consenso del Congresso.

Dicevano le donne del popolo: «Oggi possiamo dar da mangiare ai nostri figli. Prima, quando il Cile era “il paese dell’abbondanza” e i negozi del centro erano pieni, dovevamo ingannare la fame dei nostri figli con la “segatura di osso”, quella poltiglia che si suole formare ai lati della segatrice a nastro che usano i macellai».

Errori sono stati commessi? Ma quando si devono spezzare incrostazioni create in lunghi anni dallo sfruttamento e dall’egoismo di caste privilegiate e di società straniere, non è opera facile ed errori sono non solo possibili, ma anche inevitabili. Ma un errore Salvador Allende non ha mai commesso; egli non ha mai tradito la democrazia e la classe lavoratrice del suo paese. Non errori resero vana l’opera d’Allende, bensì l’ostilità accanita delle società statunitensi e della borghesia agraria, che diffondendo il panico tra la popolazione organizzarono una sistematica opera di sabotaggio. Allende cercò di dominare la tempesta, restando nella legalità, rispettando le libertà democratiche, non perseguitando alcuno dei suoi nemici.

Il sabotaggio organizzato riuscì a mettergli contro anche la media borghesia, alla quale aveva garantito la libertà delle piccole e medie industrie, quella media borghesia che da anni protestava, perché era oppressa dalle società straniere. Ma il sabotaggio organizzato lo stava prendendo alla gola. La strada socialista nella legalità gli veniva sbarrata. L’esasperazione si manifestò negli altri strati della popolazione quando si diffuse la notizia che 20 milioni di dollari venivano impiegati per combattere Allende; che gli agenti stranieri negli ultimi anni erano triplicati e che il Fondo monetario si era rifiutato di aiutare il Cile.

Lo sdegno si diffuse quando si seppe che pressioni venivano esercitate sull’esercito – tradizionalmente leale verso il Parlamento – perché non accettasse il comando di generali fedeli ad Allende. Un generale, suo fedele amico, Schneider, fu assassinato da elementi di destra.

Il 24 agosto il generale Prats, amico di Allende, è costretto da altri generali ad abbandonare la carica di capo di stato maggiore. Si arriva così al «colpo di Stato», opera di generali che rinnegando il giuramento di fedeltà alla Repubblica e spinti a consumare la loro azione criminosa da forze esterne, di cui sposano gli egoismi, non esitano a schierarsi contro gli istituti democratici e contro gli interessi della loro patria.

Affermano di voler ristabilire l’ordine!

Ma quando si calpesta la libertà si stabilisce solo l’ordine delle galere e dei cimiteri. Salvador Allende non vuole trattare con i traditori, preferendo rifiutare la vita per amore della libertà. Invita i suoi amici, che vogliono restare al suo fianco, a lasciarlo solo: «Adesso devo rimanere solo. Non posso fare altrimenti». Ed è assassinato da ufficiali, che, cessati di essere soldati di onore, si tramutano in criminali.

Egli negli ultimi istanti, solo tra le rovine del palazzo de la Moneda, ebbe certamente dinanzi alla sua mente chiaro questo: che il sacrificio della sua vita era necessario non solo per restare fedele ai suoi princìpi, ma anche perché dal suo sacrificio il popolo lavoratore cileno traesse la volontà e la forza morale di lottare per riconquistare la propria libertà.

Cade Salvador Allende al suo posto di lotta, la libertà si spegne nel Cile e si spegne anche la voce del grande poeta Pablo Neruda, il poeta «della dignità umana violata». Questa voce, che aveva denunciato al mondo intero la miseria del suo popolo sfruttato, ora tace per sempre. L’ultima sua poesia fu un atto di accusa contro i generali spergiuri. La sua casa è stata distrutta, i suoi libri bruciati. Così su quello sventurato paese oggi domina la dittatura che noi abbiamo conosciuto per lunghi anni. Il Parlamento è stato chiuso; soppressa la libertà di stampa; messi fuori legge i partiti di sinistra e l’organizzazione sindacale democratica.

Si dà una spietata caccia all’uomo, si eseguono deportazioni e fucilazioni sommarie; nello stadio di Santiago, trasformato in un Lager, migliaia di detenuti politici sono ammassati come bestie in un mattatoio. I generali «golpisti» strappano la Costituzione voluta dal popolo per sostituirla con una fatta su loro misura, che imporranno con la forza. Sì, sono gli uomini e i partiti di sinistra ad essere oggi colpiti. Ma nessuno si illuda.

In Italia i primi a cadere sotto il pugnale fascista furono socialisti: Piccinini, Di Vagno, Matteotti, Consolo, Pilati. Ma la tirannide non si placò e furono poi uccisi i liberali Piero Gobetti e Giovanni Amendola e il sacerdote don Minzoni. La dittatura non risparmia coloro che non intendono rinnegare la libertà. Dai tragici fatti del Cile dobbiamo, dunque, trarre ammonimenti per noi.

Quanto è accaduto nel Cile – ripeto quello che è stato da altri scritto con tanta chiarezza – è un monito per ogni coscienza umana sui pericoli che possono derivare alla democrazia quando al civile contrasto e alle solidali intese subentrano rotture e viene meno la vigilanza sulle libertà democratiche.

Sicuro, dobbiamo vigilare sulla libertà che non è mai una conquista definitiva, ma che deve essere difesa giorno per giorno e le forze antifasciste, al di sopra di ogni differenziazione ideologica, debbono restare unite di fronte a un pericolo fascista. Nel Cile è accaduto quello che è accaduto in Italia quando il fascismo prevalse soprattutto per i contrasti e le discordie tra i partiti democratici.

Ci viene il monito di allargare la base del consenso e delle alleanze sociali, l’alleanza soprattutto tra operai, contadini e ceti medi. Ci viene l’insegnamento che non v’è nulla che possa essere barattato con la libertà. Salvador Allende non volle cedere, perché non volle degradare in compromessi la sua dignità e perché voleva restare se stesso.

Come Giacomo Matteotti, andò consapevolmente incontro al suo tragico destino. Egli, come Matteotti, ha gettato tra la libertà e la dittatura il suo corpo – ridotto ormai a una macchia di sangue dalla selvaggia aggressione – perché esso fosse il primo spalto della lotta dei cileni contro la dittatura. È destino dei popoli che il loro cammino verso la libertà e la giustizia sociale sia segnato dal sangue di suoi martiri, forse perché questo cammino non sia smarrito.

Noi non lo smarrimmo mai in vent’anni di lotta.

Nel nome dei nostri martiri ci siamo battuti senza mai disperare e il nome dei nostri martiri divenne per noi una bandiera. Il loro esempio ci fu di incitamento nella lunga lotta. Chi muore per una causa giusta, vive sempre nel cuore di chi per questa causa si batte. Salvador Allende, morto, è più vivo che mai nel cuore del popolo lavoratore cileno. Nel suo nome i cileni antifascisti hanno già iniziato la loro lotta contro la dittatura. Sarà una lotta dura, difficile, ma dalla notte che oggi incombe sul Cile risorgerà, ne siamo certi, l’alba della libertà.

Accompagni le forze democratiche cilene nella loro lotta la nostra solidarietà di antifascisti e di uomini liberi.

(Vivissimi applausi all’estrema sinistra, a sinistra e al centro).

Note

Il Presidente della Camera dei Deputati Sandro Pertini

SocialismoItaliano1892

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