GENERAZIONI E PERCORSI DEL MASSIMALISMO SOCIALISTA IN LOMBARDIA

Nella foto Maria Giudice (Codevilla PV, 27 aprile 1880 – Roma, 5 febbraio 1953)

Tratto da un’opera di Giovanni Artero: APOSTOLI DEL SOCIALISMO
 

Origini del massimalismo socialista

Impostazione della ricerca

Profili biografici

  • Ezio Riboldi
  • Francesco Buffoni                                                       
  • Giovanni Bitelli
  • Ines Oddone Bitelli[1]                                       
  • Riccardo Momigliano
  • Alberto Malatesta               
  • Maria Giudice
  • Bruno Fortichiari  
  • Abigaille Zanetta    

“Sociologia” degli intransigenti

La componente femminile

Conclusione

 

Origini del massimalismo socialista

Il massimalismo socialista, che tanta parte ha avuto nel movimento operaio italiano, è tanto ricco di storia e di personaggi, quanto povero di studi d’insieme e di monografie”[2]; esso nasce dalla frazione “intransigente” formatasi al congresso di Roma del 1906 (si veda il paragrafo relativo nella biografia di Giovanni Lerda). Al congresso di Firenze del 1908 la corrente ha una buona affermazione in Lombardia (40%) con punte significative a Milano (63%), Como (86%), Bergamo (81%), Mantova (54%). Al congresso di Reggio Emilia (1912) in Lombardia la corrente passa da 400 voti a 1.300 con la conquista della sezione di Milano (420 voti) e una buona affermazione nel comasco, mantovano e pavese[3].

La guerra determina profonde modifiche all’interno del partito tanto nei quadri quanto nella stessa base sociale, per cui occorre distinguere tra intransigentismo e massimalismo (rispettivamente prima e dopo la guerra), perchè se il primo fu l’indubbia matrice del secondo, dell’originario gruppo dirigente della frazione solo pochi mantennero una posizione di primo piano (Serrati, Vella), alcuni concorsero alla formazione del PCdI mentre molti degli esponenti più rappresentativi dell’anteguerra confluirono su posizioni più  moderate alla fine del conflitto, anche in relazione alla rivoluzione russa.

Impostazione della ricerca

Abbiamo raccolto e messo a confronto le biografie (evidenziandone i tratti significativi specie negli snodi dell’epoca: grande guerra, fascismo…) di nove “massimalisti” che hanno operato in Lombardia nel periodo che va dall’età giolittiana al dopoguerra Gli esponenti del massimalismo socialista  in Lombardia erano naturalmente molto più numerosi di quelli qui trattati, e andrebbe proseguito un lavoro di “scavo” in ogni singola provincia utilizzando le biografie dei militanti di base (ma è di ostacolo la mancanza di strumenti quali un repertorio del movimento operaio come quello esistente in Francia[4]).

Ci sembra comunque che la ricerca individui, come ipotesi di lavoro da verificare,  una tipologia di quadri intermedi a livello provinciale i quali, pur compiendo itinerari personali e politici quanto mai vari, presentano un denominatore comune che va al di la del mero intrecciarsi di percorsi che li vede svolgere lo stesso ruolo o ricoprire responsabilità negli stessi luoghi in tempi successivi.

Gli elementi presi in considerazione sono: 1) il dato anagrafico, vale a dire l’appartenenza alla classe dei nati nel ventennio ’75-’95 dell’Ottocento; 2) l’ attività come organizzatori di strutture socialiste (Camere del lavoro, federazioni, giornali…) a livello provinciale e regionale, escludendo sia coloro che operarono  a livello nazionale, sia i militanti di base.

Profili biografici

Ezio Riboldi[5]

Nato a Vimercate nel 1878 cresce in clima laico e democratico (il padre, artigiano sarto, radicale, aveva fondato la prima società di mutuo soccorso del suo comune); dopo le lauree in lettere e poi in legge (conquistate con sforzo per le sue modeste condizioni economiche) e l’adesione al socialismo nel clima dei moti del ’98, si trasferisce a Monza  per insegnare all’istituto tecnico commerciale.

Qui trova una leadership già consolidata con cui deve confrontarsi e competere, rappresentata da Enrico Reina (nato nel 1871)[6], affermato organizzatore sindacale dei cappellai, segretario della Camera del lavoro e autorevole esponente riformista. Nella sezione monzese Riboldi si pone all’opposizione finché nel 1912 la corrente intransigente prende la guida sia del PSI al congresso di Reggio Emilia sia a livello locale, provocando la rottura dell’alleanza “bloccarla” coi radicali che reggeva il Comune. Le conseguenti elezioni vedono la vittoria dei clerico-moderati, ma la loro amministrazione non ebbe vita lunga per dissensi interni e si torna a votare nella primavera del 1914.

La lista socialista, pur presentatasi da sola (ma giovandosi dell’assenza dei radicali) ottiene una brillante vittoria portando alla guida del Comune il Riboldi, che diede comunque spazio alla corrente riformista minoritaria affidando l’assessorato all’istruzione al Reina.[7]

Direttore del settimanale socialista “la Brianza”, si impegna attivamente nella lotta contro la guerra diffondendo le parole d’ordine della conferenza di Zimmerwald. Eletto deputato nel 1919, al congresso di Livorno (1921) appoggia la mozione “comunista unitaria” di Serrati; è incaricato nello stesso anno, con Fabrizio Maffi (nato nel 1868 in provincia di Pavia, ma che non prendiamo in considerazione perché svolse la sua attività nel vercellese, dove esercitava la professione di medico condotto) e Costantino Lazzari (cremonese, ma della classe 1857, quindi di una generazione precedente), di perorare al terzo congresso dell’Internazionale Comunista le ragioni del PSI nel contrasto sulle condizioni di adesione.

Fondata, in occasione del congresso di Milano dell’ottobre 1921 la frazione terzinternazionalista, che si proponeva l’espulsione dei riformisti e la fusione con il Partito Comunista d’Italia, egli ne è uno dei principali dirigenti, ed al congresso di Roma dell’anno seguente è eletto membro della direzione del partito epurato dei riformisti. Dopo la sconfitta subita dai sostenitori della fusione col PCdI al congresso di Milano dell’aprile 1923, con Serrati, Maffi, Francesco Buffoni e Mario Malatesta è redattore della nuova rivista “terzina” “Pagine Rosse”, la cui pubblicazione costò a lui e agli altri l’espulsione dal PSI[8].

Candidato nelle liste comuni tra terzini e comunisti per le elezioni dell’aprile 1924, è per la terza volta eletto nella circoscrizione lombarda. Entrato nel PCI con la fusione dell’estate dello stesso anno, dirige con il Buffoni l’ufficio giuridico del soccorso vittime politiche (conosciuto anche come Soccorso Rosso) e collabora al nuovo quotidiano del partito “L’Unità”.

Arrestato nel novembre del 1926 e assegnato al confino a Pantelleria, viene condannato a 17 anni. La domanda di grazia inoltrata nel 1933 lo mette in libertà ma comporta l’ espulsione dal PCdI. Emarginato anche dal regime, che allo scoppio della guerra lo interna per alcuni mesi in Abruzzo, nel periodo 1940-43 collabora al periodico “La Verità” diretto dal già massimalista Nicola Bombacci (nato nel 1879) che svolse opera di fiancheggiamento del regime dal 1936 fino a guerra inoltrata[9], pubblicandovi articoli di politica estera. Dopo la guerra non riprese più vita politica attiva, pur non estraniandosi dalle vicende del movimento operaio.

Francesco Buffoni[10]

Nato a Gallarate nel 1882, in una famiglia agiata (il padre esattore) inizia la sua vita politica come repubblicano e già durante gli studi giuridici svolge una intensa attività di pubblicista, collaborando ai giornali locali di tendenza progressista e fondando egli stesso nel 1902 il settimanale “Popolo e libertà”. Sebbene già nel 1894 fosse stato fondato un “Circolo socialista gallaratese” e nel 1902 una Camera del lavoro[11]  solo nel 1905 aderisce al  socialismo e si dedica ad una intensa attività come consigliere e assessore a Busto Arsizio e Gallarate, e sindaco di Crenna, piccolo comune in cui risiedeva.

Collabora tra il 1914 e il 1917 alla rivista riformista “Critica sociale”. Eletto alla Camera nel 1919 e riconfermato nel 1921, dapprima massimalista unitario (Serrati), nel gennaio 1922 prende posizione a favore della frazione “terzinternazionalista”.

Al congresso di Roma dell’ottobre 1922 entra a far parte della direzione del PSI come rappresentante del Gruppo parlamentare socialista; al Congresso di Milano dell’aprile 1923 è il presentatore della mozione “terzina” e con Maffi, Serrati, Riboldi e Mario Malatesta dà vita alla rivista di corrente “Pagine Rosse”, cosa che provoca l’espulsione dal Partito

Diviene redattore capo del”L’Unità” in rappresentanza della frazione, carica che mantiene anche dopo la fusione. Negli anni tra il 1924 e il 1926 è anche membro del comitato esecutivo della Federazione lombarda del PCdI e si dedica alla difesa degli antifascisti congiuntamente al Riboldi.

Viene condannato nel novembre 1926 a cinque anni di confino, in contumacia perché era riuscito a sottrarsi in tempo alla cattura rifugiandosi in Francia. Poco dopo il suo arrivo comincia ad allontanarsi dalla linea del Partito, aderendo all’Unione dei giornalisti “Giovanni Amendola”. Posto sotto inchiesta per questo motivo e per essere entrato in contatto con la “Concentrazione antifascista”, alla fine del 1929 viene espulso per aver partecipato alle onoranze tributate a Turati in occasione del suo compleanno. Si iscrive allora nuovamente al Partito socialista e nel 1930 partecipa al congresso di riunificazione tra PSI e PSULI. Non svolge tuttavia un’attività di primo piano dedicandosi principalmente all’attività di pubblicista.

Rientrato in Italia nel 1946, diventa membro del comitato esecutivo della federazione di Varese del PSI, sindaco di Gallarate e deputato all’Assemblea costituente, e nel 1948 senatore di diritto

Giovanni Bitelli[12]

Nato a Bologna nel 1875 dove consegue il diploma magistrale e si mette in luce negli ambienti sindacali locali; nel 1906 viene chiamato a dirigere la Camera del lavoro di Gallarate e qui si trasferisce con la moglie Ines Oddone dedicandosi anche ad attività collaterali come la costituzione della Cooperativa di consumo “Emancipazione” (1907) e il progetto dell’edificazione di una “Casa del proletariato” (1910) che, interrotto per mancanza di fondi, fu ripreso nel periodo 1920-22[13].

Dopo essere espatriato a Lugano per sfuggire alle conseguenze delle manifestazioni contro l’impresa libica, viene chiamato a sostituire Michele Bianchi (allora esponente di punta del sindacalismo rivoluzionario e  futuro ras fascista) alla segreteria della Camera del lavoro di Ferrara nel 1912, dove “promuove uno sciopero agrario  che, impostato senza adeguata preparazione secondo moduli anarcosindacalisti, si risolve in una grave sconfitta”[14]

La sua carriera politica non si interrompe nel 1914, perchè ci risultano attribuibili a lui libri che testimoniano un profondo mutamento di prospettiva (“Filippo Corridoni”, 1925; “Benito Mussolini”, 1937 e succ. ed.; “Cottolengo”, 1934; “Caterina da Siena”, 1942; “Giuseppe Cafasso”, 1959) oltre alla cura di numerose volumi per l’infanzia; risulta anche la sua collaborazione alla già citata rivista collaborazionista di Bombacci “La Verità”.

Il Bitelli ha una collocazione ai confini tra intransigentismo e sindacalismo rivoluzionario, e non si può trascurare il fatto che la piccola Camera del lavoro di Gallarate (la sua consistenza oscillava tra i 3270 iscritti del 1911 ed i 1500 del 1914, con una trentina di leghe) costituita nel 1902, ebbe come primo segretario il “sindacalista-rivoluzionario” Agostino Scarpa e  fu, con quella bresciana diretta dal 1907 da Gino Muller[15], l’unica della Lombardia ad avere segretari di questa corrente. Pur restando la Camera del Lavoro di Gallarate fino al 1914 associata alla CGdL, il Bitelli è tra i fondatori della centrale sindacalista rivoluzionaria USI al congresso di Modena del 1912[16].

Ines Oddone Bitelli[17]

Nasce a Cairo Montenotte (SV) nel 1874, figlia di un ingegnere delle ferrovie, cresce nel centro Italia dove il padre si era stabilito per lavoro. Frequenta il Collegio a San Elpidio a Mare, prosegue gli studi magistrali e poi all’Università di Roma, dove la sua famiglia si trasferisce. Diventa insegnante nelle scuole della capitale e si distingue per essere tra le prime organizzatrici sindacali della sua categoria.

Nel 1904 si sposa con Giovanni Bitelli, maestro elementare e sindacalista di Bologna, città dove si trasferisce col marito e dove viene chiamata a collaborare con la locale Camera del Lavoro. Al Congresso nazionale delle Camere del Lavoro del 1905 sostiene la mozione sindacalista-rivoluzionaria per l’indipendenza del movimento economico da quello politico. In quegli anni fonda “La Donna socialista” settimanale che esce prima a Bologna e poi a Gallarate. Questo, come altri periodici, erano nati per educare ai principi fondamentali della dottrina socialista larghi strati della popolazione femminile ed erano i primi strumenti per una alfabetizzazione politica dedicata alle donne. Il foglio chiude le pubblicazioni nel 1906 per motivi economici.

Nel 1906 si trasferisce a Gallarate col marito, chiamato a dirigere la Camera del Lavoro, e qui nel 1907 fonda l’organo camerale “La lotta di classe: giornale settimanale delle organizzazioni proletarie del gallaratese” caratterizzato da un taglio sindacalista-rivoluzionario. Nel 1908 pubblica l’opuscolo “Parole alle donne proletarie”, raccolta di articoli pubblicati nei due periodici da lei diretti, che affronta i temi delle emancipazioniste del tempo: sessualità, maternità, lavoro femminile, divorzio, aborto, prostituzione, diritto di voto. Sempre nel 1908 viene condannata per il reato di propaganda antimilitarista ed espulsa dalle scuole di Gallarate. Si rifugia a Lugano per sfuggire al carcere venendo poi assunta in un piccolo comune svizzero in qualità di insegnante.

Dopo l’amnistia del 1909 fa ritorno a Gallarate e l’anno dopo viene nominata dirigente del Segretariato del Popolo, ufficio della Camera del Lavoro che si occupava di problemi assistenziali. Ha un nuovo incarico presso le scuole elementari di Crenna, frazione di Gallarate, nonostante l’opposizione dei clericali. Muore alla vigilia della guerra, nel maggio 1914.

Riccardo Momigliano[18]

Di famiglia ebraica[19], fa parte di “quel manipolo di volonterosi studenti (ebrei che) optò per le Camere del lavoro abbandonando gli studi e impegnandosi nella vita politica di quegli anni[20] Nell’autobiografia[21], dopo aver tratteggiato l’infanzia a Cuneo (dove era nato nel 1879) e la giovanile militanza nella  sezione socialista torinese ancora influenzata dalle grandi figure dei “socialisti della cattedra” Graf, Cena, Balsamo-Crivelli, De Amicis quando egli frequenta la facoltà di medicina di quell’ateneo,  descrive in pagine suggestive l’ambiente socialista e proletario della provincia di Varese, dalla cui Camera del lavoro era stato assunto mediante concorso nel 1902: “la Camera del lavoro che io dovevo dirigere era una cosa ben misera, raccogliendo a mala pena due migliaia di iscritti e modestissima era la sua sede: uno stanzino per le riunioni e due sgabuzzini: uno per la segreteria e uno per il comitato esecutivo[22]

Fonda il periodico “Il nuovo ideale” e si dedica alla costituzione di Case del popolo e di cooperative, specie nei mesi invernali in cui gli scalpellini emigrati tornavano alle loro case; descrive gli scontri con i parroci di campagna che cercavano di impedire i comizi suonando a stormo le campane, la dura competizione coi repubblicani che erano saldamente impiantati nel capoluogo e in Valganna.

Resta a Varese fino al 1910 (con un soggiorno a Como nel 1903-4) quando si sposta alla Camera del lavoro di Bologna e poi a Biella (1912-19) alla direzione del “Corriere biellese”[23], settimanale della Federazione socialista e della Camera del Lavoro. Rientrato nel 1919 a Varese come assessore al comune e deputato della Circoscrizione di Como-Sondrio per due legislature, inizia ora una parabola che lo porterà su posizioni sempre più moderate.

Si schiera coi “comunisti unitari” (Serrati) al congresso di Livorno; è membro della corrente di “difesa socialista” contraria alla fusione con il PCdI; all’inizio del 1926 sostituisce Nenni alla direzione dell’”Avanti!” fino alle leggi eccezionali ed alla soppressione del giornale. Scontato un anno di confino a Lipari, nel 1927 si trasferisce a Torino abbandonando la vita politica attiva. Nel 1943 si rifugia in Svizzera e nel 1945 rientra in Italia e viene rieletto nel suo collegio di Como alla Costituente; al momento della scissione socialista nel 1947 segue l’ala saragattiana.

Alberto Malatesta[24]

Nato in provincia di Massa nel 1879 nella famiglia di un medico condotto, e vissuto a La Spezia, studi in medicina interrotti al quarto anno, è chiamato nel 1909 a dirigere il periodico socialista “L’aurora” di Pallanza e poi la piccola Camera del lavoro di Intra che contava 25 leghe con 1800 soci nel 1907 e 16 con 883 nel 1910[25].

Nel frattempo aveva partecipato ai congressi nazionali di Milano (1910) dove vota la mozione riformista di sinistra di Modigliani e Salvemini e di Reggio Emilia (1912). Nel settembre 1913 è chiamato a sostituire Riccardo Momigliano alla direzione de ”Il nuovo ideale” di Varese, fino al maggio 1914 quando accetta l’incarico di organizzare a Massa una Camera del lavoro in contrapposizione a quella di Carrara aderente all’USI.

Rientrato a Milano lo stesso anno per collaborare all’Avanti! chiamato da Mussolini, sostiene vivaci contradditori con gli interventisti nell’aprile del 1915. Cessate le ostilità, che passò presso ospedali del fronte, ritorna alla redazione dell’Avanti e, candidato dai socialisti dell’Ossola, è eletto per la circoscrizione di Novara; nel 1920 si trasferisce a Novara dove assunse la direzione de “Il Lavoratore” e la segreteria provinciale.

Nel dibattito interno si era allontanato nel frattempo alle posizioni di Serrati che aveva sostenuto al congresso di Livorno, aderendo prima alla frazione “unitaria” di Baratono e dopo il 19.Congresso dell’ottobre 1922 aderendo al Partito socialista unitario (riformista).

Inizia allora un ripensamento che lo porterà ad uscire dalla politica attiva per dedicarsi a lavori di compilazione come il “Dizionario biografico del parlamentari a partire dall’Unità”. Il fratello Mario, di 12 anni più giovane, fu redattore del già citato “Pagine rosse” con Buffoni e Riboldi. Entrato dopo la fusione nel comitato centrale del PCdI, interrompe il suo impegno fino a collaborare al già citato periodico di Bombacci nel 1941.

Dopo la guerra collabora con Bruno Fortichiari alla “Federazione milanese cooperative e mutue”, organizzazione facente capo ai partiti di sinistra, PCI e PSI.

Maria Giudice[26]

Nasce a Codevilla, nell’Oltrepo’ pavese, nel 1880, in una famiglia della piccola borghesia progressista (il padre era reduce garibaldino) ed entra in contatto con il partito socialista all’epoca dell’incarico di insegnante elementare a Voghera, centro ricco di piccole industrie tessili  segnate da numerosi licenziamenti, in cui era già radicata l’idea socialista. Alla scuola di Ernesto Majocchi, fondatore del foglio “L’uomo che ride” di Voghera[27], arriva a padroneggiare lo stile giornalistico stendendo articoli propagandistici improntati a una semplicità di linguaggio ricercata, perché riteneva che il socialismo dovesse esser “offerto” alle masse contadine e operaie con un processo educativo graduale. D’altronde la sua cultura politica non era frutto di un’approfondita preparazione teorica.

In quegli anni conosce l’anarchico Carlo Civardi al quale si legherà in “libera unione” e dal quale avrà sette figli. Nel 1903 diventa segretario della Camera del lavoro di Voghera e dopo poco tempo si trasferisce, con lo stesso incarico, a quella di Fidenza (PR), che si contrappone alla  “sindacalista”  Parma.

In seguito a una condanna a tre mesi per aver pubblicato una violenta invettiva per l’eccidio di Torre Annunziata, si rifugia in Svizzera – dove fonda con Angelica Balabanoff[28] il periodico “Su compagne” – e dopo 15 mesi rientra in Italia trasferendosi nel 1910 a Milano dove viene assunta come maestra elementare del comune (allora autonomo) di Musocco.[29]

In questo periodo, dopo aver partecipato alle attività della locale sezione socialista, commenta negativamente le attività cooperativistiche e sociali svolte dalla stessa sezione che giudica carente nell’attività di propaganda. L’Amministrazione comunale coglie l’occasione per chiederne nel 1913 il licenziamento, adducendo negligenze professionali e personali di varia natura. La Giudice aveva reagito alla diffamazione schiaffeggiando il segretario comunale e per questi fatti subì un processo per lesioni che si concluse con la condanna al pagamento di una multa.

Dal 1912 collabora al giornale della Kulishoff “La difesa delle lavoratrici”. Non furono anni facili: i rapporti di lavoro con la Kulishoff[30] erano freddi a causa della certezza di quest’ultima di avere a che fare con una redazione di donne provinciali e poco colte; tuttavia ciò non impedì alla Giudice di continuare a sperare che il suo messaggio educativo portasse a costruire una cultura di base socialista nelle classi sociali più basse.

Nel 1913 si trasferisce a Borgosesia (VC) dove dirige il periodico “La campana socialista” e si distingue nello sciopero della “Manifattura Lane”, subendo una condanna a venti giorni di reclusione e trecento lire di multa[31]. Nel 1914 è delegata al Congresso nazionale di Ancona dove “invitò i deputati ad intensificare l’azione antimilitarista”.[32]

Nel 1916 rimane vedova del compagno – partito volontario e ucciso all’inizio della guerra – e viene chiamata a reggere la segreteria provinciale del Partito a Torino rimasta vacante per i richiami per il fronte, dirigendo per breve tempo anche il settimanale socialista “Il grido del popolo”. Non sempre viene apprezzata la semplicità del linguaggio che la Giudice ritiene invece essenziale per raggiungere anche le fasce di popolazione non acculturate; per esempio i giovani guidati da Antonio Gramsci contestano la “banalizzazione” dei concetti espressi[33].

Partecipa alla propaganda antibellica del 1917 per la quale viene arrestata una prima volta assieme al giovane Umberto Terracini; quando per la mancanza del pane scoppia l’insurrezione torinese dell’agosto la Giudice viene di nuovo arrestata assieme ad altri esponenti locali e a Serrati e condannata a tre anni dal Tribunale militare.

Un’amnistia le permette di ritornare libera nel 1919 e di mettersi al lavoro prima a Torino e poi a Civitavecchia; da ultimo la direzione del partito le assegna l’incarico di organizzare una serie di incontri in Sicilia dove si stabilirà, legandosi all’avvocato socialista Sapienza, da cui avrà la ottava e ultima figlia, Goliarda, attrice pirandelliana e scrittrice.

Nel 1922 viene ancora arrestata per “eccitamento all’odio di classe” ed è inserita nella lista delle persone potenzialmente “pericolose”. Nel 1923 viene scarcerata e in quegli anni abbandona la militanza politica attiva a causa dello scioglimento di tutte le associazioni politiche. Nel 1931 viene tolta dall’elenco e nel 1941 si trasferisce a Roma dove muore nel 1953 senza più riprendere l’attività politica.

Bruno Fortichiari[34]

Nato nel 1892 a Luzzara, un piccolo centro della provincia di Reggio Emilia, cresce nell’ambiente del socialismo reggiano (il padre, proprietario di una macelleria, aveva costituito la sezione locale) fortemente influenzato dalla esemplare figura di Camillo Prampolini, alto borghese ribelle alla sua classe che si era dedicato alla redenzione degli sfruttati organizzando i braccianti e i coltivatori diretti.

Dopo la licenza tecnica viene assunto nel 1919 dal giornale delle cooperative reggiane “La Giustizia” diretto da Giovanni Zibordi, autorevole esponente riformista, realizzando la sua passione giovanile per il giornalismo. Nello stesso 1910 partecipa al Congresso della Federazione giovanile socialista (FGS) a Firenze e frequenta un corso per organizzatori cooperativi e sindacali indetto dalla Società Umanitaria. Al termine del corso viene assunto dalla sede dell’Umanitaria di Piacenza, entrando anche nella redazione del giornale socialista locale.

Il contatto con l’ambiente parmense-piacentino in cui i sindacalisti rivoluzionari di Alceste De Ambris e Cesare Rossi estendevano la loro influenza sugli operai delusi dal riformismo spicciolo delle organizzazioni locali e il disinganno per la debole risposta del partito alla politica libica di Giolitti determina il suo distacco dalle posizioni riformiste “reggiane”.

Partecipa al congresso della FGS di Bologna del 1912 dove conosce Amadeo Bordiga.

Alla fine del 1912 viene assunto mediante concorso per riorganizzare la federazione provinciale di Milano e la sezione cittadina. Giunto quasi contemporaneamente a Mussolini che assumeva la direzione dell’”Avanti!”, incontra altri compagni di corrente: Celestino Ratti, ex incisore seguace di Lazzari,  l’illustre medico igienista Angelo Filippetti futuro sindaco di Milano nel dopoguerra, la rifugiata russa Angelica Balabanoff, ma si lega sopratutto all’insegnante Abigaille Zanetta, al farmacista Livio Agostini e al metalmeccanico Luigi Repossi, popolare leader di Porta Ticinese.

Fortichiari organizza nei quartieri operai sedi rionali ed inizia un lavoro di lenta penetrazione nella “Vandea”, cioè nei comuni rurali che circondavano allora Milano. Visto il suo attivismo e la sua capacità organizzativa, gli viene affidata, nonostante la giovane età, sia la segreteria cittadina che quella provinciale. Allo scoppio del conflitto contribuisce all’espulsione di Mussolini dalla sezione milanese e si impegna nella lotta neutralista anche dopo l’entrata in guerra dell’Italia, tanto da essere condannato e internato in un piccolo centro dell’Abruzzo, assieme alla Zanetta. Ripreso il proprio posto alla segreteria provinciale ed eletto consigliere comunale nel 1920, si avvicina sempre più alle posizioni di Bordiga.

Fortichiari rappresenta una componente, accanto alla astensionista e alla “ordinovista”, costituita da numerosi gruppi massimalisti, di cui quello milanese pur essendosi diviso (la Zanetta e Agostini rimasero nel PSI) ebbe un peso tutt’altro che secondario nella nascita del PCdI. In questo momento è al vertice del partito: gli viene affidato il settore del lavoro illegale ed è  uno dei cinque membri del comitato esecutivo. Entrato in contrasto con la nuova direzione “centrista” ed espulso nel 1929 per “bordigismo”, si ritira a vita privata.

Nel 1944 chiede la riammissione nel partito pur conservando i contatti coi compagni di frazione e nel dopoguerra gli viene affidata la direzione della “Federazione delle cooperative e mutue milanesi”.

Abigaille Zanetta[35]

Nasce a Suno novarese nel 1875; il padre, impiegato nella pubblica amministrazione, democratico risorgimentale (a differenza della famiglia materna, aristocratica e reazionaria) aveva lasciato in eredità alla figlia il desiderio di aiutare gli altri e la capacità di esercitare varie attività manuali. Si diploma come maestra come la sorella Erminia e fino al 1899, quando vince un concorso del Comune di Milano insegna in un pensionato svizzero dove, in un clima internazionale, multiculturale ed aperto a religioni differenti, impara il rispetto per le opinioni altrui.

Di formazione cattolica, a partire dal 1906 inizia una profonda crisi spirituale, testimoniata dalla collaborazione a “La scuola popolare”, organo sindacale della corrente socialista dei maestri elementari. La Zanetta percepisce che la carità e la beneficenza, in quanto accettazione passiva del proprio stato, dovevano essere sostituite dalla previdenza sociale pubblica.

Nel 1909 si iscrive alla “Lega per la tutela degli interessi femminili” e ciò le permette di conoscere Anna Kulishoff, Angelica Balabanoff, Linda Malnati, presentando per conto di quella Associazione al quinto Congresso della previdenza (Macerata, 1909) una relazione, sulle casse di maternità. L’iscrizione alla “Lega delle cooperative” le permette di svolgere la sua azione nel campo mutualistico, cooperativistico, femminile e di incontrare diversi uomini politici.

Nel 1910 si iscrive al Partito Socialista presentata dalla Kulishoff, cui rimane legata nonostante col tempo  si orienti in senso intransigente a seguito di contatti con Bruno Fortichiari. Partecipa a numerose organizzazioni come rappresentante del partito: componente del Consorzio delle biblioteche popolari, del Consiglio generale della Federazione italiana delle Cooperative e delle Società di Mutuo soccorso, del Gruppo femminile della Sezione milanese del PSI , nel comitato esecutivo della CGdL.[36]

Allo scopo anche di sostenere candidature a deputato (come quella di Giacomo Matteotti in Polesine) è chiamata a svolgere attività propagandistica sostenendo anche contradditori nelle piazze. Con lo scoppio della guerra è impegnata continuamente in riunioni e conferenze contro la guerra e il 14 marzo, per protesta contro una circolare del Ministro Salandra con la quale erano stato proibite le riunioni pubbliche, è oratrice alla manifestazione all’Arena di Milano che si concluse con cariche della polizia, feriti e arresti.

All’interno del Partito coesistevano tendenze diverse: di fronte ai riformisti, tra cui il sindaco socialista Emilio Caldara, propensi ad una collaborazione “tecnica” con le autorità statali per quanto concerneva l’assistenza alle famiglie dei combattenti e l’opera di calmiere dei prezzi,[37] il segretario della sezione milanese Fortichiari era intransigente sul fatto di tenere un comportamento fermo di condanna contro la guerra. La Zanetta e il Fortichiari costituiscono un gruppo che viene chiamato dagli avversari “Comitato analfabeta” in senso spregiativo, che partecipa al primo convegno clandestino della frazione di sinistra del PSI a Firenze nel novembre 1917.

Questo gruppo si orienta su posizioni sempre più radicali in base ai deliberati dei convegni internazionali di Zimmerwald e Kiental. Nel 1917 tutto il direttivo del Comitato, Zanetta e Fortichiari compresi, viene condannato a sei mesi di carcere per aver diffuso un manifesto contro la guerra. In seguito Fortichiari viene incarcerato e per un po’ di tempo la Zanetta lo sostituisce alla direzione della sezione milanese.

Nel 1917 è all’apice della sua carriera politica e nel 1918 per lei e Fortichiari si  profila l’ingiunzione per il confino. Saranno ospiti di un piccolo paese in provincia dell’Aquila, San Demetrio dei Vestini; la Zanetta inizia una fitta corrispondenza con la sorella Erminia alla quale descrive la vita che scorre in questa paese fra i monti abruzzesi.

Il 19 maggio i carabinieri si presentano al loro domicilio di confinati e li arrestano traducendoli ammanettati a Milano, “sotto l’accusa di incitamento alla guerra civile, all’odio fra le classi sociali, al tradimento, al saccheggio, per discorsi tenuti precedentemente a Milano e per propaganda stampata[38]. Queste accuse, inconsistenti, cadono durante l’istruttoria; Fortichiari è rimandato a San Demetrio mentre la Zanetta viene raggiunta da un altro mandato di cattura, con l’accusa di disfattismo, per aver “commesso atti idonei a deprimere lo spirito pubblico e a diminuire la resistenza del Paese in guerra”. Si è pensato che queste accuse provenissero dall’ambiente scolastico frequentato dalla Zanetta, anche se la direttrice della scuola dove aveva insegnato smentì completamente le accuse e la giudicò “insegnante modello per intelligenza, zelo e qualità didattiche..”.

Dal carcere scrive molte lettere alla sorella non perdendo i contatti con il mondo esterno e cercando di dare di sé una immagine serena e positiva anche per le altre carcerate. L’8 novembre 1918 viene assolta per inesistenza di reato.

Nel 1919 assume nuovi e importanti incarichi sia nella Federazione provinciale che in quella milanese; continua a partecipare a riunioni, conferenze e continua la propaganda politica.  Durante un comizio nel cortile del Palazzo Sforzesco, indetto per l’ottenimento delle libertà civili e dell’amnistia, ci sono dei gravi incidenti con morti e feriti, a causa dell’intervento armato delle prime squadre fasciste. Le scaramucce proseguono per tutto il giorno in altre zone di Milano.

L’11 luglio 1920 viene citata da un giudice per il comizio tenuto il 13 aprile con l’accusa di “incitamento della folla all’odio fra classi sociali, alla guerra civile e al saccheggio”. La Zanetta risponde all’interrogatorio riaffermando il programma socialista. Intanto è sottoposta a continui pedinamenti e perquisizioni.

A differenza di Fortichiari e Repossi, che all’inizio del 1921 fondano con Bordiga il PCdI a Livorno, la Zanetta  prosegue la lotta di corrente nel PSI schierandosi con la frazione terzinternazionalista, fino alla fusione nel 1924 (insieme a Maffi, Riboldi, Buffoni) con il PCdI, chiamata a far parte del direttivo della federazione provinciale milanese[39].

Intanto continua a lavorare nella scuola,  fino a quando, nel 1927 un’ordinanza dispensa dal servizio gli insegnanti giudicati sovversivi non presentando “sufficiente adattamento alle direttive politiche del regime[40].

Tutti i ricorsi presentati dagli accusati sono inutili e il 14 giugno viene arrestata e rinchiusa a san Vittore con l’accusa di far parte del “Soccorso Rosso” cioè di ricevere somme dalla Russia per distribuirle alle vittime politiche. Il lungo periodo di detenzione in carcere dal giugno al dicembre del 1927 mette a dura prova il suo fisico.  Continua a tenere corrispondenza con la sorella Erminia e con alcune sue ex allieve.

Quando viene scarcerata viene messa sotto sorveglianza della polizia sino alla morte. A causa dello scoppio della seconda guerra mondiale si trasferisce con la sorella Erminia a  Borgosesia (NO) dove muore nel 1945.

 

“Sociologia” degli intransigenti

Proviamo ora a trarre delle conclusioni dalla rassegna di profili biografici: la provenienza sociale è dalla piccola (Riboldi e Fortichiari) o più spesso media borghesia[41] (Buffoni, Giudice, Momigliano, Malatesta, Zanetta, Oddone) con un retroterra politico-culturale generalmente di famiglie liberali, che coltivavano talvolta ancor fresche memorie  garibaldine (Giudice, Riboldi, Zanetta) ma lontane (tranne Fortichiari) dal socialismo

Ciò conferma la tesi che vede “il passaggio tra le file del socialismo della sinistra intellettuale….proveniente dalla piccola e media borghesia , spesso con una cultura universitaria di stampo positivista.. sotto il segno di una ideologia evoluzionistica rassicurante per la borghesia” [42] ma, a differenza di quanto ritiene l’autore citato, la loro adesione al socialismo  non “segna l’assoggettamento operaio all’egemonia borghese…l’abdicazione alla autonomia di classe”: si trattava spesso di una sofferta scelta di campo  cui seguivano lacerazioni famigliari e rotture con le forze politiche che si erano fino ad allora considerate tutrici delle organizzazioni mutualistiche e cooperative operaie (si veda il caso di Momigliano e di Buffoni nei confronti dei repubblicani, rispettivamente varesini e bustocchi).

L’assenza di quadri dirigenti  di estrazione operaia, che pure abbiamo incontrato nelle pagine precedenti, come i milanesi Celestino Ratti e Luigi Repossi, ci porta ad una seconda considerazione, che deriva dalla preparazione scolastica: di fronte a un Fortichiari con licenza tecnica (che corrispondeva al diploma di scuola media), abbiamo quattro  maestri(Bitelli, Giudice, Zanetta, Oddone), due con studi universitari non conclusi (Momigliano, Malatesta) due laureati in legge(Riboldi e  Buffoni), ciò che identifica un gruppo di persone per quel tempo acculturato, requisito ritenuto necessario per dirigere Camere del lavoro e periodici di partito.

Alla carenza di preparazione scolastica del ceto operaio si era cercato di porre riparo con l’istituzione di corsi di formazione per cooperatori e sindacalisti, organizzati in particolare dalla  Società  Umanitaria di Milano; e nettamente diversa era la situazione dei quadri sindacali (che si collocavano quasi tutti nell’area riformista): i responsabili nazionali delle federazioni di mestiere da Rigola a Dell’Avalle a Buozzi e, a maggior ragione, quelli a livello locale sono di estrazione operaia.

La preparazione scolastica era invece considerata indispensabile come bagaglio culturale e anche tecnico che consentiva di dirigere giornali, sia pure locali, ed organizzazioni complesse come erano allora  le Camere del lavoro, sulla cui realtà è necessario aprire una breve parentesi: statutariamente nate per far incontrare la domanda e l’offerta di lavoro come uffici di collocamento, si erano in effetti sviluppate come luogo fisico che conteneva tutte le organizzazioni proletarie di un determinato territorio. La  scelta del responsabile era decisa a livello locale tramite concorso e rispecchiava l’orientamento politico del territorio (in Romagna i dirigenti erano repubblicani, ad Ancona, La Spezia, Carrara anarchici) e non comportava solo compiti rivendicativi sindacali ma aveva ancor più una funzione identitaria[43]

La componente femminile

Vogliamo a questo punto fare una riflessione sulle tre figure femminili: il loro impegno politico, l’assunzione di responsabilità nel partito e nelle organizzazioni sindacali e economiche, già per il solo fatto di operare in un contesto che non favoriva l’inserimento delle donne in politica sia per l’organizzazione famigliare che per l’etica e la morale del tempo, giustifica ampiamente la trattazione.

In queste figure di militanti predomina una cultura del “fare”, della concretezza…(…)…viene posto in primo piano il comunicare, il trasmettere. Molte di loro sono buone oratrici più che teoriche[44] Colpisce particolarmente la situazione di una di loro, la Giudice,  madre di sette figli: ci si può immaginare quanto la dedizione alla “causa” pesasse su di lei più che sui  compagni di sesso maschile.

Un altro aspetto che colpisce è la percentuale di donne politicamente e socialmente impegnate che in questo “campione”  abbiamo trovato: ben un terzo, molto più alta  della media italiana di allora (e anche di oggi).

La possibilità di portare a termine gli studi ed acquisire il diploma di maestra permette loro di rendersi “indipendenti” dal punto di vista economico e di entrare in contatto con il mondo della politica, del sindacato, della cultura, dell’editoria. Fondano riviste, pubblicano articoli, tengono rubriche con i lettori. Partecipano a convegni in qualità di oratori e la loro mobilità sul territorio nazionale, tenuto conto dell’epoca, è elevata.

E’ inoltre opportuno rilevare quanta importanza queste donne abbiano dedicato all’educazione politica, intesa come capacità di comprensione di fenomeni complessi,  in un’epoca in cui l’alfabetizzazione delle masse era ancora lontana e i destinatari delle loro “lezioni politiche” erano persone semplici che dovevano ricevere un messaggio chiaro.

Non dobbiamo dimenticare il loro impegno sociale: anticipatrici di uno “stato sociale”  costruito dal basso coglievano le essenziali necessità del popolo. Le privazioni, lo sfruttamento e la mancanza di una tutela sul lavoro erano argomenti che venivano trattati nelle assemblee e nei comizi. E come non riflettere sul loro pensiero “al femminile”; la loro particolare attenzione nei confronti delle donne e delle loro problematiche, il lavoro, la famiglia, i figli, e l’impegno “affettivo” della perdita di mariti e figli in guerra.

 

Conclusione

Per concludere, la generazione del 1875-’95 si politicizza nel pieno della modernizzazione economica e sociale del paese, influenzata dalla critica al sistema politico liberale proveniente da varie fonti (Salvemini, i seguaci italiani del sindacalismo rivoluzionario di Sorel…) e ciò differenzia nettamente questa generazione da quella precedente, di matrice positivista oppure giunta al socialismo per afflato evangelico e umanitario. Questa generazione[45] partita contestando il gradualismo riformista e il sistema politico giolittiano anche quando l’ambiente di provenienza (il riformismo reggiano nel caso di Fortichiari, il progressismo evoluzionista in altri)  avrebbe dovuto indirizzarli altrimenti, dalla grande guerra, che rappresentò per tutti un momento cruciale di svolta, è spinta con decisa accelerazione verso posizioni più conseguentemente rivoluzionarie, cui si sarebbe di lì a poco aggiunto il mito di Lenin e la parola d’ordine di “fare come in Russia”.

L’avvento del fascismo determina con tempi e modalità differenti altri percorsi politici e di vita, non sempre rettilinei: in alcuni il disimpegno, in altri il fiancheggiamento al regime quando sembrava che non ci fossero più alternative, in altri ancora la fedeltà alle proprie idee nonostante le difficoltà.

Solo alcuni cenni per concludere sulla storia di questa corrente: il troncone di partito “massimalista” che resta dopo le scissioni ed espulsioni intervenute dal 1921 al 1924 (dei comunisti, dei riformisti, dei “terzini”) al momento della soppressione delle libertà statutarie, nel 1926,  porta la direzione in Francia, dove vivevano numerosi lavoratori simpatizzanti già stabilitisi sia per lavoro sia per sfuggire alle persecuzioni fasciste, raggruppati in sezioni e federazioni regionali.

Una nuova scissione interviene di lì a poco: alla fusione con i riformisti del PSULI (al Congresso di Marsiglia del 1930) voluta da Nenni e dai più noti esponenti dell’emigrazione non partecipa un nucleo, di cui l’esponente più noto è Angelica Balabanoff, composto per lo più di militanti operai.[46] Questo residuo partito, pur ridotto a piccole cifre (secondo un’informativa al capo della polizia italiana del novembre 1934 gli iscritti effettivi sarebbero 684 di cui 60 a Parigi[47]) prosegue l’ attività (6 congressi dal 1928 al 1937) fino alla guerra che ne segna la fine definitiva.

Nel secondo dopoguerra, anche se nel movimento operaio italiano l’ “animus” massimalista persiste, il termine stesso è screditato e usato solo in contesti negativi.

Una riedizione di massimalismo socialista può essere considerato l’ esperienza del PSIUP (1963-72), nato dal confluire, all’interno e all’esterno del PSI, di varie tendenze (operista, luxemburghiana) e forti personalità (Lelio Basso, Vittorio Foa, Emilio Lussu).

Ma questa è un’altra generazione e un’altra storia.

Un sentito ringraziamento a Giovanni Artero per averci offerto la possibilità di pubblicare on line la sua opera.

 

[1] I profili di Ines Oddone, Maria Giudice, Abigaille Zanetta  e il paragrafo 5 (La componente femminile) sono di Anna Baj

[2] G.Bosio “L’occupazione delle fabbriche e i gruppi dirigenti e di pressione del movimento operaio” in “Il Ponte”, 1970, n.10. Da allora però qualcosa è stato pubblicato: A.Natta “Serrati: vita e lettere di un rivoluzionario”, Roma, 2001; U.Chiaramonte “Arturo Vella e il socialismo massimalista”, Manduria, 2002; E.Giovannini “L’Italia massimalista”, Roma, 2001; S.Noiret “Massimalismo e crisi dello stato liberale: Nicola Bombacci”, Milano, 1992

[3] M.Degl’Innocenti “Geografia e istituzioni del socialismo italiano, 1892-1914”, Bari, 1983.

[4] J.Maitron “Dictionnaire biographique du mouvement ouvrier en France”, 1964 –R. Michels Storia critica del movimento socialista italiano fino al 1911 Firenze, 1921; W. Gianinazzi Intellettuali in bilico : Pagine libere e i sindacalisti rivoluzionari prima del fascismo Milano, 1996

[5] Scheda biografica di Tommaso Detti, in  F.Andreucci-T.Detti, (a c. di),”Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico”  Roma, 1975-79, vol. 4. D’ora in poi: “Andreucci-Detti”; ha pubblicato nel 1964 (un anno prima della morte) un volume di memorie Riboldi “Vicende socialiste. Trent’anni di vita italiana nei ricordi di un deputato massimalista”, Milano, 1964

[6] G. Longoni “Ettore Reina. La vicenda di un riformista”, Milano, 1983

[7] A. M. Orecchia “Il Novecento: storia politica e sociale” in”Monza. La sua storia”, Monza,2002; I. Granata, G. Longoni “L’armonia dei produttori: impresa, sindacato e amministrazione a Monza 1893-1963”, Roma, 1964

[8] T.Detti “Serrati e la formazione del partito comunista :storia della frazione terzinternazionalista”, Roma, 1972

[9] P.Chiantera-Stutte, A.Guiso “Fascismo e bolscevismo in una rivista di confine: “La Verità” di Nicola Bombacci (1936-1943)” in “Ventunesimo secolo” , 2003, n.3.

[10] Scheda di B. Anitra, Dizionario biografico degli italiani”Roma, 1972, vol.15; di Tommaso Detti in ”Andreucci-Detti”, di Roberto Ghiringhelli in “Il parlamento italiano”, Roma, 1988, vol. 10, di Guido Sironi in “Rivista gallaratese di storia e arte”, 1951, n.2

[11] V.Bernardi “Origini e sviluppi del movimento socialista nel gallaratese (1902-1904)” in “Tracce”, 1984, n.4

[12] Scheda di A. Roveri in “Andreucci-Detti”

[13] C.Magni-S.Norcini “Il movimenti operaio, la Camera del lavoro e la Casa del Proletariato a Gallarate (1880-1922), Gallarate, 1993

[14] A. Roveri “Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo. Capitalismo agrario e socialismo nel ferrarese (1870-1920)”, Firenze, 1972.

[15] R.Bernardi “Sindacalismo rivoluzionario e movimento operaio a Brescia dall’inizio del ‘900 alla dittatura fascista” Milano, 1984

[16] I.Barbadoro “Storia del sindacalismo italiano” Firenze, 1977, vol.2.

[17] S. Minonzio, “Ines Oddone Bitelli sindacalista e socialista a Gallarate”, Tracce, 1984,1; I.Monti Ottoleghi in “Andreucci-Detti”, di A. Coruzzi, Una “donna moderna”, in “La donna socialista: Ines Oddone Bitelli, una donna un giornale”, Bologna, 2003.

[18] Scheda di Franca Taddei in “Andreucci-Detti” ; di Alberto Cavaglion in C.Simiand “I deputati piemontesi all’Assemblea Costituente”,  Milano, 1999; P.Robotti “Riccardo Momigliano dal socialismo rivoluzionario alla socialdemocrazia”, 1999  tesi di laurea alla facoltà di scienze politiche dell’Università di Milano

[19] Della famiglia dei Momigliano di Caraglio (CN) fanno parte gli studiosi Attilio e Arnaldo e A.C.Jemolo. Si veda l’albero genealogico in L.Berardo “Socialisti e comunisti nel feudo di Giolitti” in “Notiziario dell’istituto storico della resistenza di Cuneo”, 1999, n.1;

[20] A.Cavaglion “Gli ebrei e il socialismo: il caso italiano”, in “Stato nazionale ed emancipazione ebraica”, Roma, 1992

[21]I buoni artieri”, a cura di A.Schiavi,  vol 3. , Roma, 1958

[22] Ibid.

[23] M.Neirotti “Il dibattito e l’informazione del Corriere biellese” sulla rivoluzione russa (1917-19)” in “L’impegno” giugno 1982

[24] Scheda di Gian Mario Bravo in “Andreucci-Detti”.

[25] U.Chiaramonte “Industrializzazione e movimento operaio in Valdossola”, Milano, 1984

[26] Scheda di Franca Pieroni Bortolotti in “Andreucci-Detti” e di M.A.Serci in  “Dizionario biografico degli italiani”., vol. 56. Del 1991 è la biografia di Vittorio Poma “Una maestra tra i socialisti. L’itinerario politico di Maria Giudice “Rivista milanese di economia” n.20 e del 1996 il volume di Jole Calapso, Una donna intransigente,  Palermo, 1996

[27] A.Scotti L’ “uomo che ride” di Ernesto Majocchi : grafica, progresso tecnico e cultura socialista nel giornalismo vogherese di fine Ottocento, “ Annali di storia Pavese” 1981, 6-7

[28] A.Balabanoff “La mia vita di rivoluzionaria” , Milano, 1979

[29] E.Bielli, L’universo socialista di Musocco “Storia in Lombardia” 1990, n.2

[30] M.Casalini, La signora del socialismo italiano, Roma, 1987

[31]  A.Pirruccio “Borgosesia 1914. Sciopero alla manifattura lane”, Vercelli, 1983; L.Moranino “Le donne socialiste nel biellese”, Vercelli, 1984

[32]  F.Pedone “Il PSI nei suoi congressi”, vol.2: 1902-17, Roma, 1961

[33]  P.Spriano “Storia di Torino operaia e socialista”, Torino, 1972

[34]  Scheda di T. Detti in “Andreucci-Detti”, di Giuseppe Siriana in  “Dizionario biografico degli italiani”, vol 49; di C. Beltrami e J.V.Maggiani “Vita e idee di Bruno Fortichiari” in “Ricerche storiche”,1995, n.76. Ha scritto un libro di vivaci  “Memorie (dal 1896 al 1943)” raccolte in un volume antologico pubblicato nel 1992, che si possono leggere anche su Internet, sito “marxist.org/italiano”.

[35] Oltre la scheda di T. Detti in “Andreucci-Detti”, esiste il libro di memorie: B.Fortichiari, M.Malatesta “Abigaille Zanetta: 1875-1945”, Milano, 1945; del Fondo Zanetta, giacente presso l’INSMLI di Milano e comprendente 4 buste, è stato fatto un inventariato consultabile sul sito dell’Istituto.

[36] M.Mingardo, Mussolini, Turati e Fortichiari: La formazione della sinistra socialista a Milano. 1912-18, Genova, 1992

[37] M.Punzo La grande guerra e il primo dopoguerra  in “Storia di Milano”, 1995

[38] B.Fortichiari-M.Malatesta, cit.

[39] Così la ricorda Teresa Noce (Rivoluzionaria professionale, Milano, 1977, pag. 86) che frequentò la sua “abitazione grande e signorile che intimidiva un po’ anche me”  dove si svolgevano le riunioni femminili del Partito: “molto colta e di famiglia borghese era una zitella attempata ma con un carattere dolce, calmo e riflessivo”

[40] Ibid.

[41] Secondo S. Noiret “Protagonismo delle masse e crisi dello stato liberale: riflessioni sul massimalismo nel biennio rosso”, “Intersezioni”, 1988, n.2,  il massimalismo nasce dall’incontro fra un organizzatore politico d’estrazione piccolo borghese e di provenienza urbana con le masse proletarizzate delle campagne

[42] Del Carria Proletari senza rivoluzione, Milano, 1975, vol 1, pag. 232

[43] Si veda la suggestiva descrizione di Angelo Tasca, in “Nascita e avvento del fascismo” ed. del 1950 (il brano non è stato ripubblicato nelle edizioni successive): “Nella Camera del lavoro e nella Casa del popolo in cui quasi sempre aveva la sua sede,i lavoratori italiani vedevano assai più che un semplice ufficio di difesa dei loro interessi immediati. Tutta o quasi la loro vita vi affluiva e vi si concentrava: là si passava la domenica, là si acquistava nello spaccio cooperativo per non  portare il denaro ai “borghesi”, là si correva alla prima notizia che turbava o esaltava gli animi, come nel Medioevo  al Palazzo del Comune o alla Cattedrale. Si creava così, nel mondo ostile e contro di esso, una specie di “corpus separatum” che a poco a poco avrebbe dovuto includere il restante territorio dov’erano posti i capitali della speranza, i presentimenti di un nuovo ordine sociale che a poco a poco si accrescevano, si precisavano”

[44] L. Motti, Rita Majerotti. Il romanzo di una maestra, Roma, 1995

[45] R.Wohl,  La generazione del 1914, Milano, 1984

[46] S.Sozzi, Il PSI massimalista ed Elmo Simoncini”, in “Antifascisti romagnoli in esilio”, Firenze, 1983, pag.256

[47]  Ibid.