IL LAVORO, QUESTO SCONOSCIUTO

Bruno Lo Duca di  Bruno Lo Duca

Si dice sempre: in Italia non c’è lavoro. Le statistiche, per quanto strane e ballerine, ce lo ricordano molto spesso e non c’è dubbio che sia così (vedi gli articoli di stampa che allego: 1°Link 2° Link -).

Il livello della disoccupazione resta alto, troppo alto, soprattutto tra i giovani, che dovrebbero essere e sono il futuro di questo Paese. Ma anche quelli più anziani non se la cavano bene; tra crisi aziendali e settoriali e innalzamento dell’età per la pensione, chi vorrebbe tornare a lavorare “non trova” e chi vorrebbe “finalmente smettere” non può. Malgrado gli incentivi sparsi a piene mani da tutti i governi, da anni, da molti anni, da troppi anni trovare lavoro diventa complicato. Si dimostra, allora, che gli incentivi da soli non bastano, non possono bastare, non costituiscono a sufficienza lo strumento per la ripresa del lavoro. Eppure, anche il tormentone popolare “non c’è lavoro” è vero solo a metà. Per quel che riguarda la creazione di nuovo lavoro, di nuovi prodotti, di una loro più alta qualità, di uso maggiore delle tecnologie disponibili, di nuovi settori di investimento…. vi lascio volentieri alla lettura del documento redatto da Emanuele Pillitteri. Io cercherò di spiegare l’altra metà della verità.

Partiamo dagli incentivi alle assunzioni, cui accennavo prima. Ce ne sono stati molti e molto vari; vere e proprie invenzioni (magari importate da paesi nei quali sono falliti da quel dì). Che cosa non va? Innanzitutto non va che la nostra struttura produttiva (globalmente intesa) sia massicciamente costituita da piccole realtà, le quali quasi sempre si rivelano troppo fragili per poter investire e innovare, specialmente nei periodi di crisi. In queste condizioni molti pensano di assumere personale sfruttando gli incentivi (come è del tutto naturale), ma poi non hanno o non vogliono avere la forza per stabilizzare il nuovo lavoro così creato. E questa è cosa di non poco conto; significa, ad esempio, che l’incentivo (oltre ad essere transitorio) non è legato alla stabilizzazione del lavoro; quindi, è quasi sempre un investimento con risultati scarsi.

Non solo. Va di moda da molti anni creare incentivi all’assunzione, per quanto non definitiva, che incidono pesantemente sui versamenti contributivi; e così, oltre il danno (la speranza delusa di un lavoro stabile) anche la beffa (pochi o nulli contributi = poca o nulla pensione, quando sarà il momento). L’ultima idea “i voucher”, di per sé da non scartare (se fosse stata usata con granu salis), è diventata una barzelletta, un elastico da tirare a piacimento (tanto nessuno sarebbe andato a controllare davvero che cosa stava succedendo). Tito Boeri, presidente dell’Inps, ci ricorda che i contributi dei voucher aiutano a pagare le pensioni in essere. Già, ma perché? Semplicemente perché non sono di fatto esigibili ai fini della pensione. Una situazione assurda, tipica di un Paese che fa tante leggi, ma non le fa rispettare.

Ma è noto che “l’appetito vien mangiando”. E allora non basta neppure far lavorare con contributi versati, ma non esigibili. Meglio far lavorare senza dover applicare i contratti nazionali (anche in questo caso i voucher sono solo uno degli esempi). Perché dovresti pretendere quello che ti spetta, solo perchè fai lo stesso lavoro di un altro lavoratore assunto in regola? Non ti basta lavorare e “aiutare” così le statistiche sulla occupazione? Se poi il salario è basso e/o l’orario di lavoro è troppo scarso, pazienza: c’è la crisi, non lo sai? Se non ti va bene, non preoccuparti; quanti altri vorrebbero essere al tuo posto!

Si è detto per molto tempo; c’è troppa rigidità nei rapporti di lavoro, serve maggiore flessibilità. Bene, allora facciamo qualche esperimento con nuovi strumenti. Ma con quali criteri? Il primo, sapere quel che si è fatto altrove e con quali risultati. Il secondo, assumere una legge ad hoc che non abbia un limite di spesa previsto, ma un limite di durata previsto. Il terzo, controllare se quello strumento viene applicato correttamente. Il quarto, valutare con serietà il risultato tangibile dell’uso dello strumento e aiutare la sua trasformazione in un rapporto stabile.

Niente di tutto questo è stato fatto, fin dal lontano 1984, quando per la prima volta si è introdotto per legge il lavoro a tempo parziale, sostenendo – anche a ragione – che poteva essere un’opportunità, addirittura una scelta individuale in una determinata fase della propria vita (si pensi ai giovani e alla loro voglia di sfruttare un po’ di tempo libero per completare gli studi, per arricchire le proprie conoscenze culturali, per fare nuove esperienze utili anche per trovare un lavoro più adeguato alle proprie aspirazioni). Niente di tutto questo è stato. Nel settore privato il tempo parziale è stato quasi sempre un prendere o lasciare: imposto per un’assunzione, negato con mille pretesti quando veniva richiesto. Nel settore pubblico è stato esattamente il contrario: a 6 mesi dalla richiesta l’Ente pubblico si è visto costretto a concedere il part time, anche in forme assurde (32 ore settimanali su 36 o 38), spesso soltanto per evitare i turni (vedi quel che è successo negli ospedali). Quindi, quello che doveva essere un’opportunità si è trasformato in una impossibilità, quello che doveva essere un diritto si è invece trasformato in un abuso. E da allora questa altalena tra opportunità e costrizione è stato un ritornello ricorrente,ogni volta in cui si è inventato un nuovo strumento per favorire l’occupazione.

E così, dal concetto teorico di flessibilità siamo arrivati al concetto praticato di precarietà. Se c’è ancora qualcuno che pensa che non sia così, gli può bastare “guardarsi in casa”, alla condizione dei propri figli oppure a quella dei figli di amici e conoscenti, per capire che cosa vuol dire oggi lavorare e in quali condizioni di carico di lavoro, di qualità dell’ambiente lavorativo, di flessibilità della prestazione, di bassi salari e scarsi contributi e via di seguito.

Vale a dire che – scarsità o meno delle occasioni di lavoro -, quando un lavoro al fine lo si trova, l’ultimo,ma proprio l’ultimo pensiero è la condizione che si offre a un giovane, a un meno giovane, a una donna per lavorare. Il concetto moderno dell’uomo al centro dell’universo e dell’economia è oggi solo uno slogan.

Ma non è neppure tutto qui. Infatti, dal giorno dopo la promulgazione della legge cosidetta dello “Statuto dei lavoratori” (maggio 1970, frutto dell’impegno dei compagni Giacomo Brodolini e Gino Giugni) qualcuno ha subito pensato a come prosciugarne l’efficacia; in primo luogo quella della certezza e della continuità del rapporto di lavoro, salvo gravi mancanze di natura disciplinare. E così, passo passo, si è arrivati al Job Act, che più che un’opportunità per creare nuovo lavoro è diventato occasione per avere mano libera di licenziamento, con il solo fastidio di pagare un risibile indennizzo. La crisi reale e perdurante, la strumentalizzazione che se ne è fatta a piene mani, l’esistenza di strumenti di minore tutela nel rapporto di lavoro hanno generato molti casi incredibili di licenziamento di lavoratori, successivamente assunti con le regole nuove e con minori garanzie, dal salario alla contribuzione fino alla costanza del rapporto di lavoro.

Ma è chiaro che in questo modo mescolare salari scarsi e assenza di stabilità nel rapporto di lavoro non può che creare nelle persone che si trovano in queste condizioni una concreta sensazione di instabilità e di assenza di sguardo sul futuro, per non dire di svilimento delle proprie conoscenze (spesso acquisite con un livelli di scolarità assolutamente superiori rispetto al passato) e delle proprie esperienze (acquisite con tanti brevi e diversi rapporti di lavoro, magari anche in ambiti diversi).

Non è forse questa la condizione di tanti nostri giovani? Nostri figli, che senza il nostro aiuto di pensionati non potrebbero campare dignitosamente o pensare come costruirsi un futuro, perché no anche una famiglia. Quando si dice che sono i padri che sostengono i figli e/o che accudiscono i nipoti (grazie alle eccessive rette degli asili), non si dice un’eresia; si fa semplicemente la fotografia della realtà di molte, troppe persone, di molte, troppe famiglie di giovani coppie. Ora ci troviamo in una fase nella quale si profilano situazioni nuove, che possono sembrare anche contrastanti, ma non è detto che sia così. E’ noto che molte aziende hanno ricollocato le loro produzioni nel vasto mondo, nel quale le regole e le garanzie sono più evanescenti; l’illusione è stata quella di pensare che si potesse reggere il mercato e ci si potesse espandere sulla fame e sulla miseria di milioni di persone, ma i risultati sembrerebbero solo transitori.

Si registra un rientro di produzioni dall’estero, quando è indispensabile tenere alta la qualità dei propri prodotti che, grazie al lavoro qualificato e all’esperienza dei nostri lavoratori, qui è maggiormente garantita; certo, quando lo si sosteneva per evitare la chiusura o il ridimensionamento di molte aziende, non si era assolutamente ascoltati e il disastro della disoccupazione si è fatto molto sentire per questo; era più importante produrre a prezzi bassi piuttosto che innovare prodotti e processi.

Questo rientro, quindi, potrebbe sembrare una positiva inversione di tendenza; ma è sempre così?  Infatti, sta procedendo il progetto “Industria 4.0”, cioè la prospettiva di utilizzare nuove tecnologie avanzate, i cosidetti robot intelligenti: una strada obbligata sul cammino della modernità. Al rientro positivo delle produzioni in Italia faranno da contraltare massicce riduzioni di personale, non compensate dalle nuove e più qualificate professioni necessarie al sistema produttivo automatizzato.

C’è già ora chi sostiene che a una forte spinta all’automazione deve corrispondere una riduzione secca degli orari di lavoro; ma siamo pronti a questa nuova rivoluzione culturale? Non credo e certamente un problema di questa portata non può essere risolto in un solo Paese; l’orizzonte europeo è l’unico che ci può offrire qualche speranza.

Urge un accenno al sistema degli appalti pubblici (e non solo), che si sta affrontando nuovamente per legge in queste settimane; è fin troppo noto il “giochino nostrano” di affidare appalti al prezzo più vantaggioso. Ciò non dà alcuna garanzia di serietà nell’esecuzione e nel rispetto del capitolato e, anzi, offre l’occasione per non controllarli, ben sapendo che rispettarli a quelle condizioni è praticamente impossibile; così si abbassano i livelli dei servizi, si limitano i diritti dei lavoratori delle imprese e delle cooperative, si specula sulla revisione prezzi, si aiutano mance e truffe; ne abbiamo viste di tutti i colori in tutti i settori.

Questo metodo, tra l’altro, ha fortemente condizionato una crescita seria del mondo cooperativo, che avrebbe potuto costituire la terza gamba della nostra economia. Ma sarebbe troppo facile addossare tutte le colpe all’ultimo anello della catena; come sostiene la saggezza napoletana ’o pesce fete da la capa!.

Non abbiamo bisogno di maggiore burocrazia (è già troppa), abbiamo bisogno di poche regole chiare, che vanno fatte rispettare con controlli severi, e serve un’amministrazione pubblica efficiente. Vorrei concludere con il “sistema variegato della formazione-lavoro”; anche per questo strumento se ne sono inventate tante, ma – anche in questo caso – i controlli non sono stati certo puntuali ed efficaci.

Lascio perdere l’excursus sui tanti sistemi sperimentati, perché credo che l’unico vero strumento da rivalutare sia ancora l’apprendistato, quello che per molti ragazzi in passato è stato una scuola di vita e di lavoro, un reale travaso di esperienze generazionali. Tanto si è sbagliato, anche sul fronte sindacale (si pensi al punto unico di contingenza negli anni ’70); ma ora è arrivato il momento di ridisegnare un futuro per l’apprendistato e di pretendere che sia legato al rispetto dei contratti e dei diritti e a una reale crescita formativa e professionale.

Forse un solo sistema di formazione-lavoro può davvero aprire le porte al lavoro per tanti giovani, oggi ben più scolarizzati che in passato e geneticamente pronti all’uso delle tecnologie.

da CRONACA QUI

LAVORO. Nonostante i segnali incoraggianti Torino è la seconda provincia più colpita

In Piemonte si dimezza la cassa integrazione Rispetto al primo semestre 2016 calo del 58%

«Qualcuno può negare il successo del Jobs Act?» ha esultato su Twitter il sottosegretario Maria Elena Boschi, commentano i dati sul calo del ricorso alla cassa integrazione nel nostro paese nel primo semestre 2017, in discesa del 44,3% rispetto all’anno precedente. In Piemonte le proporzioni sono ancora maggiori, tanto che la richiesta è stata di 21.485.681 ore, in calo del 57,9% (-23,5% ordinaria, 84% straordinaria per riorganizzazione e crisi, -13,1% straordinaria per contratti di solidarietà, -56,7% deroga).

Nel primo semestre, la media mensile dei lavoratori piemontesi tutelati è di 21.064, con un calo di 28.938 unità rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Tuttavia a livello nazionale, il Piemonte rimane al terzo posto per richiesta di cassa integrazione, preceduto da Lombardia e Puglia. L’andamento delle ore di cassa nelle province piemontesi, nel confronto tra primo semestre 2017 e 2016, è stato il seguente: scendono Torino (-68,2%), Asti (11,8 %), Alessandria (31,8%), Cuneo (-38,4%), Novara -(39,8%) e Verbania (43,6%).

A salire sono invece le ore a Biella +22,8% e Vercelli +12,8%. Parlando di settori produttivi, nella nostra regione, la variazione percentuale della cassa integrazione per settori produttivi, nel confronto tra i primi sei mesi del 2017 e del 2016, è stata la seguente: industria 61,1%, edilizia -1,9%, artigianato -59,4%, commercio 37,2%, per un totale di 57,9%. Secondo il segretario generale di Uil Piemonte Gianni Cortese «i dati lanciano un segnale indubbiamente positivo, per un sistema produttivo che continua ad essere molto selettivo ma nei prossimi mesi sarà importante verificare la capacità di assorbimento di nuova manodopera da parte delle imprese che vanno meglio, considerando che le crisi aziendali non si sono arrestate e continuano a provocare allarmi nel nostro territorio regionale. Per i tanti giovani che sperano di avere occasioni di lavoro e per i più anziani sarà importante che le istituzioni siano in grado di mettere a punto un sistema di politiche attive in grado di far incontrare domanda e offerta».
[l.d.p.]