di Renato Gatti

Il tramonto dell’ideologia socialista

Oggi l’ideologia socialista, in tutta Europa, salvo gli sprazzi di Corbyn, e nel mondo, salvo gli sprazzi di Sanders, appare in netto stato di obsolescenza. Quando parlo di socialismo non mi riferisco ad un particolare partito, ma al suo messaggio culturale indipendentemente da come esso sia stato interpretato e vissuto nei vari paesi e dai vari partiti.

Anche gli intellettuali, che negli anni trascorsi hanno interpretato quel ruolo gramsciano di creatori di cultura, si sono rifugiati in un conformismo sdraiato sull’esistente (non tutti per fortuna) sicché la loro funzione di antitesi è venuta sfumando.

Mi piace citare Carlo Carboni quando scrive che “Le élites hanno via via perso cultura e scopo politico. Gradualmente hanno smarrito il senso del passato e del futuro. Abitano un presente senza profondità.

Se penso ad una piazza (agorà, foro) del ’68 vedo gruppi di giovani creativi, in azione, contestanti, solidali, comunitari; insomma una specie di intellettuale collettivo che ha modificato radicalmente la cultura esistente. Se penso ad una piazza oggi, vedo lo stesso numero di giovani di allora, ma tutti apatici, individualistici, autoreferenziali (i selfies dilagano), tutti intenti a comunicare con lo smartphone, onanisticamente avulsi dalla comunità. Il fatto curioso è però che sugli smartphone sono sintonizzati sui “social”. L’individualizzazione che ricerca un approdo sul “social”; messaggio colto dai 5 stelle.

Non credo che ci sia speranza di rivedere risorgere un socialismo ideologicamente romantico, basato su soli dell’avvenire, bandiere rosse che sventolano al vento o fumose riunioni di partito.

Credo che il tramonto del socialismo romantico possa trovare uno sbocco in un modo socialista di affrontare pragmaticamente i problemi con metodo scientifico ed umanistico; consapevole che l’approccio socialista ai problemi è l’unico capace di rimediare ai danni che il capitalismo sta generando, particolarmente nella sua fase di capitalismo finanziario.

In fondo, oggi, dobbiamo anche tener conto che rispetto al socialismo romantico, si presenta un altro antagonista, assente nei secoli scorsi, quel general intellect, che è il padre ed il creatore della rivoluzione tecnologica, e  che lentamente sta realizzando che la sua creazione viene appropriata dal capitale in dimensioni e quote mai viste, se è vero che gli incrementi di produzione sono andati per la stragrande maggioranza all’1% della popolazione ed il resto il solo restante 99%.

Se posso fare un esempio, forse un po’ forzato, direi che non dobbiamo più comportarci con la mentalità del “de jure condendo” ovvero della società ideale che vogliamo costruire, ma con la mentalità del “de jure condito” ovvero, piedi per terra, agire sull’esistente così com’è, per cambiarlo.

Pragmatismo scientifico allora, ma con una visione su un futuro che sta già operando con un nuovo modo di produzione. E sappiamo che quando il modo di produzione cambia vanno in crisi i rapporti di produzione tra le forze produttive e tali mutamenti (una volta si diceva lotta di classe) vanno individuati e studiati a fondo; vanno elaborate strategie che siano in grado di governare il cambiamento prima che il cambiamento governi noi. Se poi il cambiamento ha aspetti di una estrema radicalità si impone un dovere morale di agire sin da subito, prima di essere travolti, con la consapevolezza che la scienza umanistica socialista è l’unica che può proporsi nell’ennesima alternativa tra “socialismo e barbarie”.

Fonte: ideologiasocialista.it

SocialismoItaliano1892

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