IL PARADOSSO DI PLECHANOW

Nel clima di violenza instaurato dall’azione fascista, che fa leva anche sulla reazione dei ceti della borghesia all’insurrezionalismo senza sbocchi degli estremisti del PSI, impotenti tra l’altro ad alcuna reale strategia rivoluzionaria, s’avvia la crisi socialista, che si svilupperà rapidamente fino a portare alla scissione.

I riformisti, pur vedendo con lucidità i pericoli della situazione, e avendo coscienza che l’unica via d’uscita è nella ripresa dell’alleanza con le forze democratiche e con i cattolici organizzatisi nel Partito popolare, temono di infrangere quest’unità del partito che sarà ben presto frantumata, prima dai comunisti, poi dai massimalisti.

Fin da quell’epoca, l’atteggiamento di Turati, tanto nel congresso, che nel complesso della vicenda politica nazionale, suscitò non poche polemiche che si sono poi andate ingigantendo in sede storiografica. Critiche rivolte all’atteggiamento tattico del leader di “Critica Sociale” che nelle conclusioni del dibattito congressuale, a Bologna, aveva preferito confluire insieme con Lazzari e con i suoi seguaci, piuttosto che assumere una posizione distinta. Turati fu accusato e viene ancor oggi accusato di essere stato eccessivamente rinunciatario.

Tutte queste critiche e queste accuse ci appaiono superficiali. Esse non tengono conto del fatto che i riformisti erano pressoché isolati, una posizione autonoma, in sede di votazione, avrebbe sottolineato la loro debolezza politica ed organizzativa. Non tengono conto, inoltre, che Lazzari e i suoi s’impegnarono a sostenere la piena legittimità della presenza dei riformisti nel partito, contro la richiesta di espulsione che veniva da tutti gli altri settori del PSI. Non tengono conto, infine, che il congresso si svolgeva a circa un mese di distanza dalle elezioni, che erano state già indette, e che qualora i riformisti fossero stati cacciati dal partito ben difficilmente sarebbero stati in grado in un tempo così breve di organizzarsi per poter partecipare con proprie liste alla competizione elettorale che si svolgeva per la prima volta con il nuovo sistema della proporzionale.

Tutte queste considerazioni indussero Turati e i suoi compagni ad adottare l’unica tattica congressuale possibile in quel momento, che non gli impedì affatto, tra l’altro, di parlar chiaro. Nel suo intervento parlò apertamente contro la violenza rivoluzionaria dicendo: “L’appello alla violenza… è, in fondo, la caratteristica del programma che noi combattiamo. Noi non abbiamo mai creduto alle virtù taumaturgiche della violenza“.

E ricorda il “paradosso di Plechanow“: “La gente superficiale è indotta a confondere la violenza con la rivoluzione. Sarebbe come – osservava Plechanow – se, dato che quando piove si aprono gli ombrelli, se ne concludesse che basterebbe aprire gli ombrelli per ottenere la pioggia“. E aggiunge: “La violenza non è altro che il suicidio del proletariato, è fare l’interesse degli avversari“.

Passando dai princìpi ai fatti, contestava: “Parlare poi continuamente di violenza per rinviarla sempre all’indomani, è – lo notava lo stesso Serrati – la cosa più assurda di questo mondo. Ciò non serve che ad armare, a suscitare, a giustificare anzi la violenza degli avversari, mille volte più forte della nostra… Soprattutto questo vale per voi, che non ammettete possibilità di alcuna intesa, neppure transitoria, con le classi avversarie, che vi atteggiate come un blocco feroce, senza pietà e senza possibilità di compromessi. Di quali armi materiali voi disponete? Chi di voi protestò contro il decreto che imponeva la denunzia e la consegna delle armi? Chi di voi ha preso sul serio la rivoluzione armata di cui tanti si riempiono la bocca?… Quando assalirono l’Avanti! avete confessato che il partito e le masse operaie si guardarono bene di reagire con qualsiasi ritorsione. Protestarono con sottoscrizioni ed ordini del giorno, protestammo noi in Parlamento, ossia nel modo più legalitario che si possa immaginare. E in queste condizioni venite a parlare di violenza vittoriosa immediata!“.

È sufficiente questo squarcio di un discorso, così coraggioso ed antiveggente, a mettere in luce la natura del dibattito che si svolse in quel congresso, il nullismo totale delle posizioni “rivoluzionarie” di Serrati e di Bordiga, e la gravità e pericolosità delle conseguenze che potevano suscitare, come non mancheranno di suscitare.

Tutto ciò conferma l’esigenza per i riformisti di usare, in quell’assise, un linguaggio chiaro, anzi chiarissimo, e, nello stesso tempo, di usare la necessaria prudenza per non farsi isolare e travolgere dal fanatismo degli avversari di partito. I riformisti avevano bisogno, proprio per la loro linea strategica, di essere presenti in Parlamento; e sarebbe stato un autentico suicidio politico, per essi, mettere a repentaglio la loro rappresentanza elettiva, a poche settimane dal voto popolare.

In più, occorre rilevare che la convergenza con Lazzari apriva la strada ad un’interessante evoluzione dell’equilibrio politico interno al partito, che non avrebbe mancato di dare qualche risultato, di lì a poco tempo.

Pochi giorni dopo la conclusione del congresso di Bologna, scende in campo l’antico interlocutore dei riformisti, Giovanni Giolitti. Lo fa assumendo, nel famoso discorso di Dronero del 12 ottobre, una posizione di “apertura a sinistra“. Usa addirittura espressioni insolite al suo linguaggio, che è in genere più concreto e meno colorito: “Le forze reazionarie non potranno più prevalere – annuncia con una certa enfasi – perché le classi privilegiate che condussero l’umanità al disastro non possono più reggere da sole il mondo, i cui destini dovranno passare nelle mani del popolo“. Nello stesso discorso, scendendo a cose più precise, annuncia un programma di riforme (tra cui l’istituzione dell’imposta progressiva sui patrimoni e sui profitti di guerra) che suona come una tutt’altro che nascosta candidatura alla guida di un governo “riformista“.

I risultati delle elezioni del 16 novembre segnano una grande vittoria dei socialisti che da 48 passano a 156 seggi, e dei popolari che ottengono 100 seggi. Mentre i fascisti vengono clamorosamente sconfitti, non riuscendo ad avere nessun eletto, l’arcipelago liberale ne esce fortemente ridimensionato: dei 380 seggi che contava nella precedente Camera, ne risultano confermati un numero di 235.

Il voto offriva, quindi, un’ampia dimostrazione di consenso ai socialisti, nonostante i gravi errori strategici commessi dal partito; ed indicava, ma solo sulla carta, una maggioranza numerica nella somma dei deputati socialisti e popolari. La capacità di manovra politica e parlamentare del PSI era però indebolita dal fatto che numerosi erano stati gli eletti delle correntirivoluzionarie(in attesa del Grande Rivolgimento, erano tutti corsi a candidarsi e a farsi eleggere); i riformisti di conseguenza, pur essendo stati eletti in buon numero, giungevano a perdere per la prima volta il controllo del gruppo parlamentare.

Ciononostante, i parlamentari socialisti hanno presto l’occasione per decidere di non rifiutare la possibilità di un’alleanza con quelle forze che la maggioranza congressuale aveva classificate come “avversarie di classe“.

All’inizio dei lavori della Camera appena eletta, si determina infatti una piena convergenza tra socialisti e popolari su un ordine del giorno, votato il 13 dicembre, che delibera l’assegnazione delle terre incolte alle cooperative dei contadini: un settore dove i popolari raccolgono molte adesioni, e che fino a quel momento era stato teatro della concorrenza tra le due forze politiche che adesso convergono, unite dal medesimo interesse sociale che entrambe rappresentano.

Passano appena otto giorni, e il 21 dello stesso mese i due partiti tornano a separarsi: i popolari votano infatti la fiducia al nuovo governo di Nitti, pressoché senza alcuna contropartita: un governo la cui funzione essenziale sembra essere quella di sbarrare la strada al ritorno al potere di Giolitti, qualificatosi come interlocutore della sinistra con il suo discorso a Dronero.

L’immagine di copertina è tratta da un’opera dell’artista Roberto Finessi

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