La debolezza e la contraddizione politica delle due ali revisionistiche si presentò con evidenza nel momento in cui nessuna delle due riuscì ad avere il controllo dell’organizzazione socialista, nonostante che entrambe queste tendenze privilegiassero il sindacato come soggetto delle loro proposte politiche, rispetto al partito.

I riformisti turatiani ebbero, in generale, una più forte influenza sull’organizzazione sindacale, anche se i rapporti tra il sindacato e il partito non furono sempre cordiali e ispirati a comune strategia. Ciò che non aiutò le correnti revisioniste fu il fatto storico che, nella peculiarità della situazione italiana, il sindacato aveva bisogno del partito, per l’azione legislativa diretta a creare le condizioni di ascesa del movimento del lavoro, e il partito aveva bisogno del sindacato come base concreta ed organizzata nella società.

Né si può sottovalutare il fatto, a differenza di altre esperienze nazionali, che il sindacato era stato in Italia preceduto dall’esperienza politica. Il PSI era nato nel 1892, la Confederazione generale del lavoro era nata nel 1906, raccogliendo esperienze complesse che s’erano sviluppate negli anni precedenti, ma prendendo forma organizzata e diffusa nazionalmente solo in quel periodo.

La Confederazione generale del lavoro era un’organizzazione del tutto autonoma dal partito, e giustamente gelosa della sua autonomia. Già nell’ottobre del 1907 veniva a stipularsi un accordo tra partito e sindacato, che ne regolava i rispettivi compiti e funzioni. L’accordo ricalcava, in buona sostanza, una risoluzione del VII congresso della Seconda Internazionale tenutosi a Stoccarda nell’agosto 1906, nella quale venivano definiti appunto i rapporti tra partiti socialisti e organizzazioni sindacali.

Nell’intesa tra PSI e CGL fu stabilito che entrambe dovessero ispirare la loro azione ai princìpi socialisti e a una strategia politica riformista e gradualista. In base al “patto“, la direzione degli scioperi economici spettava alla CGL, mentre quella delle manifestazioni politiche era lasciata al partito. Per gli scioperi politici si stabiliva che le decisioni relative ad essi dovevano concordarsi insieme.

L’accordo tra il PSI e la CGL tagliava l’erba sotto i piedi del sindacalismo rivoluzionario; ma in realtà finiva anche per togliere ogni successiva piattaforma di influenza concreta sulle masse lavoratrici agli stessi teorici dell’economicismo sindacalistico e del laburismo, ai revisionisti di Bonomi e Bissolati. Il patto con la CGL rappresentò immediatamente un punto di forza per i turatiani. Infatti il congresso di Roma (ottobre 1906) aveva segnato la sconfitta dei sindacalisti rivoluzionari, caduti in minoranza.

In quel congresso Labriola teorizzò che il partito dovesse essere un “organo subordinato, a volte superfluo ed inutile”. Pertanto “solo al sindacato di mestieri spettava la grande missione liberatrice delle classi lavoratrici“.

Con una certa coerenza, essi avevano deciso di abbandonare il partito nel luglio 1907, dando vita ad una organizzazione autonoma, classista, basata appunto sui mestieri. Essi contavano, per la loro propaganda e per la loro azione, sull’accentuarsi della crisi economica, quale risultava in quei momenti, e sull’inasprimento dello scontro di classe. Presero occasione dallo sciopero di Milano dell’ottobre del 1907 e da quello di Parma, nell’aprile del 1908, per tentare la proclamazione di uno sciopero generale nazionale: ma la Confederazione generale del lavoro si oppose con energia al loro proposito. E ciò segnò la sconfitta del sindacalismo rivoluzionario, avviando alla conclusione la loro esperienza di corrente organica del movimento socialista. Leader e militanti di questa tendenza prenderanno ben presto le vie più disparate.

La guerra di Libia darà a molti di essi l’occasione per una convergenza con l’agitazione nazionalistica, in particolar modo sospingendoli a guardare con simpatia a quei gruppi e personalità del nazionalismo di sinistra, come Sighele e Corradini, che andavano elaborando l’idea-forza della “nazione proletaria“. Su questa strada molti sindacalisti rivoluzionari s’incontreranno negli anni del primo dopoguerra con quei movimenti che, dal dannunzianesimo al fascismo, esprimeranno, soddisfacentemente per essi, quelle esigenze irrazionalistiche e volontaristiche che ne avevano ispirato la teoria e l’azione già tra le fila del PSI.

Altri cinque anni durerà invece l’esperienza all’interno del Partito socialista della tendenza revisionista di Bonomi e Bissolati. Staccatisi dal gruppo riformista di Turati e Treves, essi andranno assumendo una fisionomia ideologica e politica sempre più netta, distinguendosi dai riformisti soprattutto sul tema della funzione del partito, su quello della partecipazione organica dei socialisti al governo di collaborazione e su quello dei rapporti tra socialismo e nazione. Bissolati ne diviene il teorico più lucido, che più si espone alle polemiche e agli scontri, fino all’espulsione dal PSI del gruppo nel congresso di Reggio Emilia del 1912.

Alcuni studiosi del movimento socialista, tra i quali Giorgio Galli, tendono ad attenuare le differenze teoriche tra il riformismo turatiano e il revisionismo “di destra“. “Il revisionismo di Bonomi è esplicito, quello di Turati implicito”, afferma infatti Galli. Vista la questione con il senno del poi, può essere anche così. Certo è che la loro divisione in quei frangenti finì per indebolire non poco le possibilità politiche del riformismo all’interno del partito e in tutto lo scenario della situazione italiana.