IL MITO DELLA RIVOLUZIONE

Gramsci, che il 24 dicembre 1917 aveva scritto sull'”Avanti!” un interessante articolo critico sulla Rivoluzione bolscevica, La Rivoluzione contro il Capitale (nel quale aveva messo in luce il salto storico effettuato da Lenin che contraddiceva le condizioni storiche di quella società nella quale non s’era prodotta la fase di ciclo capitalistico dominato dalla borghesia), appare schierato su una posizione nuova, che corrisponde alla realtà particolare del gruppo torinese che propugna una rivoluzione dei consigli operai, distaccandosi tanto dai riformisti quanto dai massimalisti. Ma anche l’analisi di Gramsci è errata, perché Nitti non è Kerensky, ne il potere statale 2 il potere economico e finanziario in Italia sono, com’egli invece reputava, al collasso e al disfacimento.

In questa fase è Claudio Treves, tra i riformisti, ancor più dello stesso Turati a comprendere che “la vera linea divisoria era lì, tra l’ideologia evoluzionistica del socialismo d’anteguerra, e i princìpi teorici nuovi del leninismo“, come scrive Luigi Cortesi.

Una frattura non più sanabile, e che sarebbe probabilmente meglio portare subito alle estreme conseguenze: la giusta opposizione tra le due strategie, quella della rivoluzione democratica da realizzarsi con l’assemblea costituente e con le riforme, e quella della rivoluzione socialista, mediante l’instaurazione della dittatura del proletariato, non solo si contraddicevano, ma si annullavano a vicenda, causando soltanto confusione e generando una totale impotenza politica del PSI.

Un esempio di questa confusione fu dato dal sindacalista D’Aragona, il quale, delegato dalla CGL alla conferenza internazionale di Southport delle organizzazioni operaie, che decise lo sciopero generale in tutti i paesi a sostegno della rivoluzione russa contro l’intervento militare straniero (al quale la CGL aderì), così illustrava la situazione italiana: “Non ci sorprenderà affatto se un movimento rivoluzionario scoppia da noi. I risultati non potranno essere decisivi, ma l’insurrezione è inevitabile“. E D’Aragona apparteneva alla “destra” del partito, oltre che essere uno dei capi più ascoltati dall’organizzazione sindacale.

I fatti sembravano solo apparentemente dare ragione su questo punto a lui, e a tutti quei dirigenti socialisti che, massimalisti o no, si attendevano l’insurrezione. Lo scontro sociale tendeva a radicalizzarsi e culminava con le manifestazioni contro il carovita, cui aderirono demagogicamente fascisti e nazionalisti. La formazione del governo Nitti aveva scatenato la destra, cui si univano apertamente ambienti militari, in odio all’uomo politico lucano che era considerato eccessivamente riformista e pacifista. Per chiari segni, nonostante il pullulare degli scioperi, l’iniziativa di piazza tendeva a spostarsi in direzione opposta, in direzione delle forze avverse ai socialisti e ai sindacati. Dopo lo sciopero a difesa della Russia sovietica, proclamato per il 20 e il 21 giugno, apparve chiaro che l’offensiva della stampa era tutta incentrata sul motivo del pericolo di una rivoluzione bolscevica in Italia; ed era un’accusa che accomunava, sia pure strumentalmente, tutta la sinistra italiana, senza fare distinzioni tra rivoluzionari e riformisti, e senza tenere conto che la stessa CGL s’era all’ultimo momento ritirata dallo sciopero stesso.

Apparve chiaro che ormai la destra sosteneva apertamente l’azione dei fascisti, dei nazionalisti e dei futuristi. Esaltava l’impresa fiumana di D’Annunzio, sorvolando, con senso tattico, sul fatto che la Repubblica del Carnaro, come D’Annunzio l’aveva fantasiosamente denominata, sfoggiava un programma sociale “di sinistra“, ispirato da ex sindacalisti rivoluzionari come De Ambris. A Nitti, che voleva sfuggire all’abbraccio mortale della destra, e che si proponeva da un lato di restaurare nella legalità l’ordine pubblico e di avviare una politica di giustizia sociale, non resta altro che sciogliere la Camera e indire nuove elezioni: ciò che fece il 29 settembre, ma dopo aver varato la riforma elettorale in senso proporzionale, con l’obiettivo di dare forza ai partiti, contro il movimento incontrollabile. Lenin aveva ragione, dal suo punto di vista, a interessarsi così attentamente alle vicende del socialismo italiano. In breve volgere di tempo, infatti, il leninismo conquistò il gruppo dirigente del PSI.

I massimalisti – come ormai ufficialmente si denominavano – rimasero colpiti dagli avvenimenti che avevano condotto Lenin e i bolscevichi al potere in Russia, sfruttando spregiudicatamente e con l’uso della violenza le conseguenze della rivoluzione democratica del febbraio 1917. Con il mito dell’Unione Sovietica, patria del socialismo, si creava anche il mito della violenza rivoluzionaria “levatrice della storia“.

Del resto la guerra abitua all’idea della violenza. E mai, prima del conflitto del ’15-18, s’era assistito a una guerra così cruenta e di tale violenza. I massimalisti, poi, confondevano il disagio economico delle masse che tornavano esasperate da anni di caserma o di trincea, il malcontento per il caroprezzi, l’insofferenza dei proletari e specialmente quella dei contadini meridionali, con l’esistenza di una volontà rivoluzionaria della classe lavoratrice. Ammesso che essa fosse auspicabile, non c’era nessuna delle condizioni favorevoli alla possibilità di una rivoluzione. Lo Stato sabaudo usciva rinforzato dall’esito positivo del conflitto e, nonostante le polemiche sulla “vittoria mutilata”, rinforzato anche per l’annessione dei territori Italiani che, sottratti all’Austria, completavano l’unità territoriale della nazione.

Il potere militare, al di là degli sbandamenti e dei madornali errori verificatisi nel corso del conflitto (e che avevano finito per aggravare il bilancio di vite umane sacrificate), era anch’esso vittorioso e quindi più forte. I gruppi economici dominanti, specie quelli dell’industria pesante, uscivano baldanzosi da una situazione nella quale avevano realizzato ingenti profitti con le commesse di guerra e con la protezione dello Stato. Si cominciavano di conseguenza già ad avvertire i primi segni di manifestazione di quella tendenza alla simbiosi tra lo Stato e il capitalismo privato, che si svilupperà nei decenni successivi.

Basterebbero già questi pochi cenni per comprendere come fosse del tutto illusoria – a prescindere da ogni giudizio di valore – una prospettiva rivoluzionaria in Italia. Trotzkj aveva salacemente definito l’atto rivoluzionario come “un pugno sferrato contro un paralitico“.

In Italia il potere economico e il potere statale erano tutt’altro che paralitici. Del resto, se non si era potuto (non lo si era neppure tentato) “trasformare la guerra imperialista in guerra rivoluzionaria“, come si sarebbe potuto trasformare la vittoria in rivoluzione? Se la guerra e soprattutto la guerra perduta costituiva, per la strategia leninista, la condizione più favorevole a un attacco al potere e alla sua conquista, come poteva considerarsi altrettanto favorevole la condizione opposta, di una pace che faceva seguito ad una guerra dall’esito favorevole?

Pensare dunque che esistessero le condizioni per una rivoluzione era, insieme, un controsenso e una contraddizione paradossale. Al fondo dei quali c’era un errore di valutazione e di analisi: quello di non comprendere che il malcontento e l’agitazione delle masse erano in realtà un’esigenza e una richiesta di condizioni migliori di vita, di vita economica, di vita sociale, di vita politica. Questa esigenza e questa richiesta non potevano più essere soddisfatte con interventi paternalistici, con elargizioni dall’alto, ma con riforme efficaci che assicurassero un migliore tenore di vita, condizioni – specie nel Mezzogiorno – di esistenza più civile e più dignitosa, una più ampia e salda democrazia politica.

Tale realtà era la linea che l’ala riformista del partito socialista cominciava ad elaborare, sulla scorta dell’esperienza e anche della critica agli errori compiuti nel passato.

Le due linee, quella “rivoluzionaria” e quella “riformista“, che già erano entrate in rotta di collisione nel congresso a porte chiuse di Roma agli inizi del settembre, si fronteggiano apertamente subito dopo la cessazione delle attività belliche.

Nel dicembre del 1918 si svolge una riunione della direzione nazionale, il cui tema di discussione è la scelta tra due parole d’ordine: quella della Costituente per una Repubblica democratica e quella della dittatura del proletariato. Entrambe astratte, e sostanzialmente impraticabili: ma significative di due opposti atteggiamenti politici, di due valutazioni antitetiche della situazione italiana e dei suoi sviluppi. Prevale la seconda, cioè la linea dei “rivoluzionari“. La risoluzione della direzione, infatti, così suonava fin dal suo primo paragrafo: “Il Partito socialista si propone come obiettivo la istituzione della Repubblica socialista e la dittatura del proletariato“.

Osservava acutamente Pietro Nenni, già negli anni Trenta, nel suo volume La lotta di classe in Italia: “Così dunque veniva lanciata, nell’atmosfera febbrile del dopoguerra, questa parola d’ordine misteriosa e terribile della dittatura proletaria. Stimolava naturalmente al massimo le energie delle masse operaie, ma anche quelle delle classi dirigenti. Si prestava a molti malintesi, sia in seno al partito, dove causava una confusione deplorevole… sia tra i suoi avversari, agli occhi dei quali rievocava il fantasma della guerra civile… Ma praticamente, dopo il 1917, chi diceva dittatura del proletariato diceva rivoluzione russa, dove la dittatura proletaria prendeva la forma del dominio assoluto di una burocrazia pseudocomunista sulla nazione e sulla classe proletaria stessa“. Non si sarebbe potuto, ne si saprebbe dire meglio. Tra l’altro la decisione della direzione confliggeva con la linea della Confederazione generale del lavoro, cioè della organizzazione reale degli interessi della classe lavoratrice, che aveva chiesto la convocazione di una Costituente democratica.

Nasceva così una divaricazione profonda, addirittura insanabile, tra la direzione del partito, la CGL e il gruppo parlamentare sempre a maggioranza riformista.

Nel gennaio del 1919, riunitasi in congresso a Bologna, la CGL conferma la sua linea, aggiungendovi l’opzione repubblicana. I sindacati ottenevano, nel febbraio successivo, un successo importante, l’orario di lavoro ad otto ore per molte categorie, cui si accompagnava il primo decreto di amnistia per i reati compiuti in corso di servizio militare. Si marciava, dunque, in due direzioni diverse. Il sindacato reclamava la Repubblica, una nuova Costituzione, il suffragio allargato senza distinzione di sesso, miglioramenti normativi e salariali per i lavoratori. Il partito agitava la bandiera della rivoluzione socialista e della dittatura del proletariato.

La reazione non tardò a farsi sentire. Nazionalisti e futuristi scesero in piazza attaccando la sede dell'”Avanti!”. Ai numerosi scioperi, la polizia rispose con una linea repressiva che provocò vittime e arresti. Mussolini dava vita, proprio in quei giorni, all’organizzazione dei fasci di combattimento. Travolto il governo Orlando, dall’esito negativo per l’Italia della Conferenza per la pace di Parigi, gli succedette il governo presieduto da Francesco Saverio Nitti, salutato sull'”Avanti!” da un articolo di Gramsci che giudicava il nuovo gabinetto come l’inizio del processo di dissoluzione dello Stato italiano, paragonandolo al governo Kerensky che aveva aperto la strada alla rivoluzione bolscevica.

Il “lungo Parlamento” (1913-1919) della guerra sta per concludere la sua attività. Si torna a votare. C’è non solo l’estensione del suffragio, votata nel luglio, a tutti gli elettori maschi: viene anche decisa l’estensione all’elettorato femminile, con una norma che rinvia però l’attuazione di questo principio a una successiva tornata elettorale, e che finirà per essere rinviata al secondo dopoguerra.

Insieme con queste decisioni, si approva l’adozione del sistema proporzionale, accogliendo una richiesta socialista formulata nel convegno di Milano del maggio 1917. L’introduzione della proporzionale non costituisce un semplice mutamento della tecnica elettorale: è un evento di significato squisitamente politico, in quanto contribuisce ad accelerare il processo di disgregazione delle strutture rappresentative tradizionali dello Stato liberale prefascista, e introduce una nuova fase, quella della democrazia dei partiti, inaugurata con la costituzione della prima organizzazione politica moderna di massa, il Partito socialista, cui aveva fatto seguito, circa due decenni dopo, quella del Partito popolare.

Prima delle elezioni generali, si svolge il congresso del partito, su cui è puntata tutta l’attenzione del mondo politico italiano. Al congresso, il XVI (Bologna 5-8 ottobre 1919), che si svolge in un momento così drammatico della vita nazionale, e che è chiamato a scelte decisive, partecipano le tendenze ormai tradizionali del partito, quella riformista e quella rivoluzionaria che fa capo a Serrati. Ad esse s’aggiungono una tendenza centrista “unitaria“, che si raccoglie intorno a Lazzari – il quale pur essendo su posizioni di “sinistra” mostra una crescente preoccupazione per le prospettive politiche del partito e per la sua unità e la nascente tendenza comunista. Quest’ala del partito, di proporzioni ancora limitate, era sorta all’interno del PSI, facendo capo, al sud e al centro, al napoletano Amedeo Bordiga, mentre aveva il suo punto di forza nel nord, a Torino, con i giovani che fanno capo a Gramsci, come a Tasca, Terracini e Togliatti.

Il congresso affrontò il problema della nuova Carta del partito: il progetto che si ispirava esplicitamente alla dottrina leninista fu approvato dalla stragrande maggioranza dei delegati, e con grande entusiasmo. Turati, in un dibattito dominato dall’estremismo degli oratori e delle platee, ammoni il partito a guardarsi dalle “seduzioni facili” della dittatura del proletariato e della violenza, ricordando come su questo terreno la borghesia avesse tutti i mezzi e le possibilità di sopravanzare il proletariato.

Costantino Lazzari contestò con grande coraggio la linea della tendenza estremista: “Io temo – disse – che non appena voi avrete approvato questo programma che voi dovete applicare, abbiate preparato dei cattivi giorni al partito, che non potrà resistere contro le forze militari dello Stato pronte a schiacciarci“.

Le tendenze hanno modo di misurarsi al congresso di Bologna, il XVI, che si riunisce dal 5 all’8 ottobre 1919. Qui prevale la mozione massimalista di Serrati, che propone l’obiettivo della rivoluzione a breve termine, e ottiene, intanto, la maggioranza con 48.411 voti (gli iscritti al PSI sono notevolmente aumentati rispetto ai congressi dell’anteguerra). Una mozione Lazzari, detta “unitaria” in quanto, pur considerando come obiettivo del partito la rivoluzione, difende tuttavia il diritto di tutti gli iscritti a permanere in esso, contro la richiesta di espulsione dei riformisti, riceve 14.995 voti; mentre la mozione “massimalistica astensionistica” (comunista), che al contrario di quella di Serrati si dichiara avversa alla partecipazione alle elezioni, con la firma di Bordiga, raggiunge appena 3417 voti. I riformisti sostennero la mozione Lazzari perché – si era giunti a questo punto – garantiva la loro permanenza nelle fila del partito, nel quale erano ormai in netta minoranza.

Ebbe partita vinta la linea Serrati, secondo la quale, in attesa della rivoluzione, non si disdegnavano i posti in Parlamento, che furono sempre più numerosi. Nelle elezioni di quell’anno il PSI passava infatti da 53 a 156 deputati, mentre il Partito popolare di don Sturzo otteneva 100 seggi.

 

Avanti! 24 dicembre 1917

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