DURANTE IL CONFLITTO

Se il caso Mussolini fu così liquidato dal PSI “nello stesso Partito socialista, Turati, che era legato al patriottismo risorgimentale, ebbe un momento di esitazione“, scriveva sempre Valiani. “Anna Kuliscioff, il sindaco di Milano Emilio Caldara, i professori Ettore Ciccotti ed Alessandro Levi, collaboratori fra i più colti di “Critica Sociale”, qualche dirigente della Confederazione del lavoro, come Rigola e la Altobelli, non nascondevano le loro simpatie per le nazioni democratiche dell’Intesa. Altri, come Claudio Treves, G. E. Modigliani, il giovane Giacomo Matteotti agirono invece sul Turati in senso pacifista e internazionalista, e l’ebbero con loro”.

Il maggior grado di ostilità fu manifestato dalla maggioranza intransigente, con a capo Giacinto Menotti Serrati, che aveva sostituito Mussolini alla direzione del quotidiano del PSI. Tra la fine dell’ottobre e il maggio 1915 ci furono numerose manifestazioni, tra cui quella di Milano del 15 aprile. Con il passare del tempo, il PSI dovette constatare, però, che la piazza veniva dominata dagli interventisti, sia quelli democratici che quelli rivoluzionari, e dai nazionalisti. Il PSI non si limitò ad affermare il proprio neutralismo e a mobilitare ove possibile le masse dei suoi aderenti. Svolse anche un’intensa azione a livello politico, che appare più flessibile, o che, comunque, rivela l’esistenza di una divisione nel suo gruppo dirigente, al di là dell’apparente monolitismo.

L’ha rilevato (anche se da una angolazione critica che non è possibile condividere) uno storico attento e intelligente del movimento socialista, Luigi Cortesi, quando ha scritto: “Il PSI – al di là del rigorismo formale di facciata – agì invece sul governo per evitare un possibile intervento a fianco degli Imperi Centrali e fin dall’inizio – implicitamente o esplicitamente – lasciò aperta la possibilità di un orientamento filointesista, differenziando in ogni caso subito le due parti belligeranti. Parallelamente, voci che provenivamo sia da Mussolini, sia da altri, assicuravano la disponibilità di una difesa del suolo nazionale contro l’Austria. Su queste posizioni si stabilì una confluenza attiva tra i riformisti di sinistra, la CGL e i bissolatiani. La proposta fatta dal Bissolati al Rigola il 2 agosto, che non si ostacolasse una preparazione militare a salvaguardia della neutralità contro possibili minacce austriache, diventò parte della linea del PSI. Anche l’altra leggenda, del severo astensionismo del PSI rotto unicamente ed improvvisamente dalle enunciazioni difensiviste del Turati e del Treves nell’ottobre 1917 e nel giugno 1918, risulta così vanificata“.

Lo stesso Cortesi parla di un “ingresso graduale dei destri del PSI in una tacita e dignitosa union sacrée che andò realizzandosi nell’anno successivo al di là della condotta ufficiale dei deputati del PSI alla Camera e delle dichiarazioni di intransigenza della stampa riformista“.

Il diffuso sentimento pacifista e neutralista della base socialista non impedì che i soldati politicamente socialisti facessero il loro dovere, una volta richiamati alle armi, e una volta impegnati sulle linee del fuoco. Lo ha ampiamente dimostrato lo storico Piero Melograni nella sua Storia politica della Grande Guerra con una lunghissima serie di testimonianze con cui dimostra come “i soldati socialisti stupirono tutti, anche i più prevenuti, per l’impegno con il quale parteciparono ai combattimenti“. I socialisti dettero così il loro contributo al tragico olocausto di vite umane che quella, come ogni guerra, comportò per difendere, al di là delle divisioni ideologiche e politiche, l’integrità della patria.

Nel discorso pronunciato alla storica tornata parlamentare del 20 maggio 1915, Turati assumeva l’impegno, per sé e per i suoi, a guerra dichiarata, della cooperazione: “Nell’opera della Croce Rossa, nel senso più vasto del vocabolo, sul fronte e in tutto 9 paese, gruppi, amministratori e individui socialisti si troveranno, ne ho fede, nelle prime linee“.

E nel commemorare Cesare Battisti, al Consiglio comunale di Milano, pochi giorni dopo la sua impiccagione, pronunciava le seguenti, inequivocabili, nobilissime parole: “La coerenza della sua vita, la rispondenza perfetta dell’azione al pensiero, lo splendore di carattere insomma di cui fu esempio, fanno di lui uno dei simboli più significativi di altissima umanità; non un eroe fra i molti, ma l’eroe, il Prode sopra i prodi. A lui noi inchiniamo tutti i nostri vessilli“. I vessilli che Turati simbolicamente inchinava al sacrificio di Battisti erano le bandiere rosse. Bastano queste parole a fugare ogni calunnia, ogni ingiusto sospetto sulla lealtà e il senso della patria di Turati e di tutti i suoi seguaci.

Il PSI partecipò al convegno internazionale di Zimmerwald, in Svizzera, che si tenne il 5 e il 6 settembre del 1915. Al convegno, presieduto ad Angelica Balabanoff, si recarono, per il PSI, il segretario Lazzari e il direttore dell'”Avanti!”, Serrati: con due rappresentanti del gruppo parlamentare, Modigliani e Morgari.

La linea internazionalista e pacifista espressa a Zimmerwald dalle forze socialiste ivi presenti fu fatta propria formalmente dal PSI, in quanto coincideva con la linea da esso seguita ufficialmente.

Tutto questo suscitò la rinnovata benevolenza di Lenin, che dalla Svizzera, dove risiedeva, aveva intensificato la sua attenzione alle cose Italiane, e che trovava positiva, dal suo punto di vista, la posizione dei socialisti nostrani ai quali dava soprattutto credito per aver espulso dal partito la “destra“riformista di Bissolati e Bonomi. Sono sempre più numerosi nei suoi scritti di quegli anni i riferimenti all'”Avanti!”: ed egli arriva a sostenere che “i socialisti muovevano guerra alla guerra, facevano i preparativi per la guerra civile“.

Non si sa su quale informazione Lenin basasse questo suo giudizio, che lo portava ad attribuire al PSI, o almeno alla sua maggioranza, una sostanziale adesione alla strategia che egli aveva formulato della trasformazione della guerra imperialistica in guerra rivoluzionaria. Questo equivoco, se equivoco c’era stato, durò solo lo spazio d’un mattino. Nel corso della guerra stessa, era costretto a mutare parere, e a scrivere che “in Italia, il Partito socialista si è nettamente riconciliato con la fraseologia pacifista del gruppo parlamentare e del suo principale oratore, Turati“.

A Zimmerwald le posizioni di Lenin non erano state accettate, anche se discusse con attenzione. La cosa si ripeté nella successiva conferenza di Kienthal (24-29 aprile 1916) nella quale tuttavia Serrati e la Balabanoff si avvicinarono alle posizione di Lenin, mentre gli altri delegati manifestarono le loro riserve.

Questo Passaggio è importante e va sottolineato, perché rappresenta il punto d’avvitamento iniziale del rapporto tra il leninismo e un settore del movimento socialista italiano. Lo confermava lo stesso Serrati, in un articolo sull'”Avanti!” del 30 dicembre 1917: “Sì, noi siamo compagni e anche amici di Lenin – scriveva – e di Trotzkj, siamo stati con loro a Zimmerwald e a Kienthal… ma a parte le relazioni personali, noi condividiamo anche le idee e i metodi di Lenin. Al convegno di Kienthal, mentre i nostri compagni deputati Modigliani, Dugoni, Morgari, Musatti e Prampolini facevano le loro riserve circa la portata di alcune dichiarazioni e tesi di principio presentate al convegno da una speciale commissione, noi che di quella commissione facevamo parte, insieme a Lenin, dichiarammo la nostra incondizionata adesione a quelle tesi“. Si trattava delle tesi che intendevano preparare la costituzione della Terza Internazionale, e la traduzione in guerra civile, rivoluzionaria della guerra “capitalistica“.

Alla notizia dello scoppio della rivoluzione in Russia, nel novembre del 1917, questa convinzione di Serrati e dei suoi compagni si fece ovviamente ancor più salda. Qualcuno di essi giunse a vagheggiare l’organizzazione di un moto rivoluzionario in Italia in concomitanza con quello russo: ma dovette rinunciare a questa idea del tutto insana, perché la Confederazione del lavoro vi si oppose con estrema energia.

La disfatta di Caporetto – secondo quanto scrive Orazio Niceforo in un suo saggio su “MondOperaio” – determinò un ulteriore approfondimento della divisione del partito… Il PSI avrebbe dovuto tenere un congresso a Roma, nei primi giorni di novembre, ma esso fu sospeso il 29 ottobre per motivi di pubblica sicurezza dalla prefettura di questa città. È significativo però che quando ancora non si prevedeva la sospensione, la direzione del partito avesse elaborato e fatto pubblicare dall'”Avanti!” una proposta di riforma dello statuto fortemente restrittiva nei confronti dei criteri di scelta e dei margini di libertà d’azione dei gruppi parlamentari. Per il momento non se ne fece nulla, dato che il congresso fu rinviato: ma il tentativo… di ridimensionare l’influenza della corrente gradualista nel gruppo parlamentare fu ripreso e sviluppato nei successivi congressi”.

I riformisti ottennero un successo per le loro impostazioni al convegno di Milano del 8-9 maggio 1917, dove si raccolsero la direzione del partito, il gruppo parlamentare e la CGL. Il convegno si concluse, infatti, con un ordine del giorno intitolato Per la pace e per il dopoguerra, che accoglieva le tesi gradualiste. Il documento si richiamava ai princìpi di Zimmerwald e solidarizzava con la “rivoluzione russa“: ma era la rivoluzione democratica, ancora, non quella bolscevica. Proponeva, per il dopoguerra, “l’abolizione delle barriere doganali” e l’istituzione di rapporti confederali tra tutti gli “Stati civili“. Ancor più eloquente era il documento nella elencazione delle richieste programmatiche per l’Italia: chiedeva l’instaurazione della Repubblica, il suffragio universale, il sistema elettorale proporzionale, lo sviluppo delle autonomie regionali e locali, la difesa dei consumatori, l’adozione dell’imposta diretta progressiva. Insomma: un tipico programma riformista e progressista, ben lontano da astrazioni estremistiche.

Le cose cambieranno quando giungeranno le notizie della rivoluzione d’ottobre, cioè quando i bolscevichi s’impadroniranno con la forza del potere, rovesciando la Repubblica democratica del febbraio, cui avevano espresso solidarietà i socialisti Italiani.

L’impossessamento violento del potere da parte di Lenin e dei suoi scatenò il sopito rivoluzionarismo dei massimalisti. L’effetto non fu immediato, o almeno non si manifestò immediatamente, perché le notizie del “colpo di Stato” leninista si accavallavano con le drammatiche notizie di Caporetto. La situazione e il clima non erano adatti a sparate filobolsceviche, nel momento in cui era in gioco l’integrità territoriale dell’Italia.

Dopo Caporetto, nel dibattito che si svolgeva alla Camera il 23 febbraio del 1918, prese la parola Filippo Turati. Egli dichiarò che, di fronte alla minaccia che gravava sull’Italia, i parlamentari socialisti mettevano da parte le loro divergenze sulla guerra, e trepidavano tutti gli Italiani per la sorte del conflitto. Turati esclamava che anche per i socialisti, come per tutta l’Assemblea, “Grappa è la nostra Patria“.

Con lui molti deputati socialisti tengono comizi nelle piazze Italiane per esortare i lavoratori alla resistenza e auspicare la vittoria. Anzi: i parlamentari socialisti accettano incarichi nelle Commissioni governative, dimostrando concretamente la loro disponibilità a contribuire al successo italiano. Dall’1 al 5 settembre del 1918 si tiene a Roma il XV congresso, a conclusione di esso i “rivoluzionari” con la definizione di “massimalisti” ottengono 14.015 voti, contro gli appena 2505 dei riformisti e i 2507 di un’ala staccatasi dalla maggioranza, che assume il nome di “intransigenti“. Nel corso della discussione a porte chiuse comincia ad operare il mito della Rivoluzione d’ottobre, dell’URSS “patria del socialismo”.