LA MANCATA NAZIONALIZZAZIONE DELLE MASSE

La verità è che Mussolini, quale uno dei capi rivoluzionari del socialismo italiano, aveva contribuito per la sua parte a impedire o a ritardare, opponendovisi, quel processo di “nazionalizzazione” delle masse che era avvenuto in tutta Europa, con l’eccezione dell’Italia. Cosicché quando, assunte le vesti di interventista rivoluzionario, intese chiamare a se le masse lavoratrici, raccolse in fondo quello che insieme ad altri aveva seminato: ben poco. I lavoratori rivoluzionari che lo avevano addirittura adorato negli anni in cui era direttore dell'”Avanti!” lo ritennero un traditore della rivoluzione. Gli altri non si posero neppure il problema, perché non erano maturi per porselo e, per ironia della sorte, egli stesso aveva fatto di tutto negli anni precedenti perché questa maturazione non avvenisse.

Quando alcuni scrittori (fra i quali Accame) ricordano, a raffronto con la posizione neutralista del PSI, quella della maggioranza delle socialdemocrazie europee, da quella tedesca a quella francese, che assunsero posizioni di altra natura, dovrebbero anche rilevare come tali posizioni fossero allora il frutto di un processo di “nazionalizzazione” delle masse dovuto all’affermarsi in quei paesi di una linea socialdemocratica e riformista, nettamente prevalente rispetto alle strategie rivoluzionarie.

Osserva con molta acutezza a questo proposito l’Hobsbawn: “Comunque le elezioni, nelle quali i socialisti si impegnavano a fondo… non potevano se non dare alla classe lavoratrice un’unica dimensione nazionale, per quanto i lavoratori fossero divisi sotto altri aspetti“. Ed è sempre l’Hobsbawn a rappresentare realisticamente questa situazione, rendendosi conto che la classe lavoratrice, perseguendo obiettivi di riforme graduali, era costretta ad “esercitare una pressione sul governo nazionale, a favore o contro la legislazione e l’amministrazione di leggi nazionali“. L’ambito in cui l’azione del proletariato si concentrava veniva, dunque, a identificarsi con il territorio della nazione. E gli interessi dei lavoratori a coincidere con quelli nazionali, se la legislazione e l’amministrazione delle leggi risultavano essere positivi per essi. In tal modo “la forza dell’unificazione della classe lavoratrice all’interno di ciascuna nazione prevalse sulle speranze e sulle affermazioni teoriche dell’internazionalismo operaio… Come dimostrò quasi ovunque il comportamento delle classi lavoratrici nell’agosto del 1914, quadro effettivo della loro coscienza di classe erano lo Stato e la nazione politicamente definitiva“?

Mussolini si trovò così di fronte ad una clamorosa smentita del suo cursus politico. Nel momento in cui sceglieva l’interventismo rivoluzionario era costretto a constatare che la conversione delle masse al credo interventista era stata resa possibile laddove il processo di nazionalizzazione di esse era stato attuato attraverso il gradualismo riformista. In Italia, tutto questo non era avvenuto perché tale processo non s’era potuto sviluppare e dispiegare in tutta la sua potenzialità, anche a causa della opposizione strenuamente condotta nei confronti di esso da Mussolini stesso e dai suoi compagni di tendenza. Insomma: egli, e gli altri, avevano lottato per anni – a volte vittoriosamente – per impedire l’acquisizione di quella coscienza nazionale delle masse, che poteva realizzarsi soltanto attraverso l’integrazione riformistica nello Stato democratico. Quando egli e i suoi correligionari fecero la scelta interventista si trovarono forzatamente in nettissima minoranza – tra la classe operaia – e non poteva essere altrimenti. Il dilemma che egli pose alla direzione del PSI (o in rivolta contro la guerra, o con essa) suonò subito astratto.

Con la guerra e contro la guerra si schierarono solo delle minoranze attive; le grandi masse socialiste non scelsero né l’una né l’altra. Ciò non impedì che facessero la loro parte, la più dura, la più dolorosa, la più sanguinosa, in un conflitto di fronte al quale avevano avuto ben poca possibilità di scegliere.

A giudizio di alcuni storici, fra i quali il Tasca, il sentimento interventista avrebbe, se non coinvolto, almeno sfiorato altri dirigenti socialisti. Uno di essi, non molto conosciuto a quel tempo, anche per la sua giovane età, fu Gramsci.

Uno studioso di problemi della storia della sinistra italiana, Antonio Pellicani, è stato forse il più attento e documentato commentatore di questo “caso“. In un suo saggio, La polemica tra socialisti alla vigilia della prima guerra mondiale, egli ricorda l’articolo pubblicato da Gramsci sul “Grido del Popolo” il 31 ottobre 1914, che riprendeva il famoso articolo di Mussolini, intitolando il proprio, significativamente, Neutralità attiva ed operante. Antonio Pellicani ricorda che secondo Gramsci la maturazione dello Stato proletario avviene su un piano nazionale, ed esso è “autonomo, non dipendendo dall’Internazionale se non per il fine supremo da raggiungere e per il carattere che questa lotta deve sempre presentare di lotta di classe“.

Questa affermazione di autonomia ha però in questo momento un significato soprattutto tattico: Gramsci infatti, sostenendo che solo il PSI deve essere giudice del modo come condurre la lotta e del momento in cui essa dovrà culminare nella rivoluzione, può respingere sia gli attacchi di Herve, sia gli approcci dei socialisti tedeschi, fondati gli uni e gli altri sulla pretesa di parlare a nome dell’Internazionale. L’autonomia ha dunque, in questo momento, un valore contingente e difensivo: è il solo modo possibile di reagire alla crisi del movimento socialista europeo.

E un significato di reazione difensiva ha avuto per Gramsci anche la formula della neutralità assoluta. Essa, egli scrive, “fu utilissima nel primo momento della crisi, quando gli avvenimenti ci colsero all’improvviso, relativamente impreparati alla loro grandiosità, perché solo l’affermazione dogmaticamente intransigente, tagliente, poteva farci opporre un baluardo compatto, inespugnabile al primo dilagare delle passioni, degli interessi particolari“. Ma ora, a parere di Gramsci, quella formula rischia di lasciare il proletariato nell’inazione, mentre i suoi avversari si preparano “la piattaforma per la lotta di classe“.

In realtà la proposta di Gramsci è ancora assai confusa e la sua concezione della rivoluzione non è certo marxista. La storia per i rivoluzionari è “creazione del proprio spirito, fatta di una serie ininterrotta di strappi operanti sulle altre forze attive e passive della società“, che “preparano il massimo di condizioni favorevoli per lo strappo definitivo (la rivoluzione)” ed è opera di élite, soprattutto in Italia, “ridare alla vita della Nazione il suo genuino e schietto carattere di lotta di classe obbligandola a portare fino all’assoluto le premesse da cui trae la sua ragione di esistere, a subire l’esame della preparazione con cui ha cercato di arrivare al fine che diceva esserle proprio, la obbliga (nel caso nostro, in Italia) a riconoscere che essa ha completamente fallito il suo scopo, poiché ha condotto la Nazione, di cui si proclama unica rappresentante, in un vicolo cieco, da cui essa Nazione non potrà uscire se non abbandonando al proprio destino tutti quegli istituti che del presente suo tristissimo stato sono direttamente responsabili“.

In questa prospettiva vi è una sostanziale rinunzia alla lotta per tutto il periodo della guerra, la stessa che è nelle posizioni della direzione (e anche di Bordiga); e vi è rinuncia allo scontro immediato anche nella interpretazione che Gramsci dà dell’atteggiamento di Mussolini. In essa la tesi Gramsciana di uno Stato proletario che si sviluppa autonomamente e in concorrenza con lo Stato borghese viene portata alle estreme conseguenze. Gramsci respinge il sabotaggio della guerra perché ritiene inutile, in questo momento, uno scontro diretto tra la borghesia e il proletariato: quella conduca pure la sua guerra, questo, intanto, svilupperà e rafforzerà le sue posizioni, nell’attesa del momento rivoluzionario.

Non un abbracciamento generale vuole quindi il Mussolini – scriveva Gramsci -, non una fusione di tutti i partiti in un’unanimità nazionale, che allora la sua posizione sarebbe antisocialista. Egli vorrebbe che il proletariato, avendo acquistato una chiara coscienza della sua forza di classe, e della sua potenzialità rivoluzionaria, e riconoscendo per il momento la propria immaturità ad assumere il timone dello Stato… permettesse che nella storia fossero lasciate operare quelle forze che il proletariato, non sentendosi di sostituire, ritiene più forti. E il sabotare una macchina (ché ad un vero sabotaggio si riduce la neutralità assoluta, sabotaggio accettato del resto entusiasticamente dalla classe dirigente) non vuole certo dire che quella macchina non sia perfetta e non sia utile a qualche cosa“.

Come si vede, Gramsci forza le tesi di Mussolini in un senso socialista che in realtà esse non hanno, ed ancora maggiore è la forzatura che ne fa nel passo seguente, in cui attribuisce a Mussolini una volontà rivoluzionaria (ma si tratta di una rivoluzione che si potrà fare solo quando si sarà constatata l’impotenza e il fallimento della classe dirigente). Gramsci infatti scrive che la posizione mussoliniana non esclude e anzi presuppone “che il proletariato rinunzi al suo atteggiamento antagonistico, e possa, dopo un fallimento o una dimostrata impotenza della classe dirigente, sbarazzarsi di questa e impadronirsi delle cose pubbliche“; vero è che Gramsci aggiunge che non sa se ha bene interpretato le dichiarazioni “un po’ disorganiche” di Mussolini e se le ha sviluppate “secondo quella stessa linea come egli avrebbe fatto“.

Queste ultime riserve di Gramsci non lo salvano, qualche tempo dopo, dall’accusa di interventismo, accusa indubbiamente infondata, anche se nel 1914-1915 egli ha attraversato una crisi. Merita un cenno l’acuta e interessante osservazione che, sulla scelta neutralista dei socialisti, fece il saggista e filosofo Adriano Tilgher, contenuta in un suo articolo del 1915. Secondo Tilgher, la scelta neutralista fu determinata essenzialmente da motivi di politica interna: nel senso che essa rifletteva il legame che dall’inizio del secolo si era stabilito tra il PSI e l’ala democratica della borghesia italiana, mentre rifletteva il contrasto politico tra i socialisti e la borghesia conservatrice che guidava la campagna antineutralista. Scriveva infatti il Tilgher: “È probabile che se a fare la guerra italiana fosse stato nel maggio 1915 l’on. Giolitti, e non l’on. Salandra, che la guerra volle per edificarvi su le fortune del partito conservatore e rovinare politicamente l’on. Giolitti neutralista, il partito socialista non dico si sarebbe rallié alla guerra; ma forse non le sarebbe stato così aspramente ed irriducibilmente nemico“.

A lume di logica, questa interpretazione non appare del tutto convincente, perché, a prima vista, la motivazione di “politica interna” addotta dal Tilgher potrebbe valere per i socialisti riformisti, sicuramente convergenti con le posizioni giolittiane, ma non per quei socialisti intransigenti e massimalisti che avevano combattuto tutta una vita il “compromesso riformistico” di Turati, Treves, Modigliani. Può però darsi che il filo-giolittismo fosse più diffuso di quanto si pensi nelle fila socialiste, anche oltre i confini che demarcavano la corrente riformistica dalle altre. Questa simpatia, inoltre, era stata ravvivata e ampliata, tra i socialisti, proprio per la presa di posizione neutralista di Giolitti, e, comunque, rafforzò il convincimento neutralistico dei riformisti, facendoli allineare unitariamente alle altre ali del PSI.

Rilevava ancora il Tilgher: “II Partito socialista si buttò apertamente e risolutamente al neutralismo quando apparve chiaro che la guerra non sarebbe stata la guerra dei tre mesi e due miliardi“, profetizzata dall’on. Bonomi, ma, soprattutto, per reazione alla speculazione conservatrice sulla guerra, per protesta al regime soffocante di oppressione in cui era tenuto il paese, col pretesto della guerra, e al colpo di mano delle “radiose” giornate di maggio, nelle quali parve che una piccola minoranza di faziosi e di sopraffattori si impadronisse dell’Italia e la spingesse riluttante nel grande conflitto, giornate che nessun partito colsero così impreparato come quello socialista.

Così Tilgher: e la sua analisi appare coincidente con quella di un altro scrittore non certo di parte socialista, Giovanni Prezzolini, che sessant’anni dopo questo articolo di Tilgher sostenne, nel corso di un’intervista raccolta da Zavoli, che la guerra era stata imposta da un “vero e proprio colpo di Stato” e che le garanzie dello stesso Statuto albertino, e con esso il regime costituzionale cessarono praticamente di esistere. Collocava, il Prezzolini, a quella data, non a quella della “marcia su Roma” o al 1925, l’inizio del processo di modificazione dell’assetto statuale in senso totalitario. Se questa valutazione di Tilgher e di Prezzolini fosse esatta, benché espressa dai due studiosi in momenti così lontani e così diversi, come non ritenere che nella valutazione che i socialisti dettero dell’intervento in guerra non pesasse, effettivamente, anche una motivazione di “politica interna“?

Cosicché, concludeva il Tilgher, “solo poco alla volta il Partito socialista andò abbandonando il sentimentalismo astrattamente umanitario e vagamente evangelico e il neutralismo per ragioni di politica interna per ascendere al punto di vista schiettamente socialista della guerra mondiale concepita come conflitto di imperialismi rivali, di cui l’uno valeva quanto l’altro“.

 

 

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