A Bologna, dove si riunisce il V congresso (18-20 settembre 1897) c’è una grande novità: da molti mesi, dal Natale dell’anno precedente, i socialisti vantano un loro quotidiano, l’Avanti! , diretto da Bissolati, che già s’è distinto come bandiera di libertà e di emancipazione sociale e ha già conquistato molti elettori, anche tra il pubblico non socialista.

Inoltre, nelle elezioni politiche del marzo dello stesso 1897, il partito è stato premiato per la sua opposizione condotta contro la politica antipopolare del Di Rudinì, raddoppiando quasi i suoi suffragi: ha ottenuto 130.000 voti, sono stati eletti 15 deputati.

Anche la sua organizzazione è più forte. Dai dati offerti al congresso dalla relazione Dell’Avalle, risultava che gli iscritti erano passati da 19.121 a 27.281, mentre le sezioni erano salite a 623.

Di pari passo con la crescita del partito e del suo elettorato si irrobustisce la tendenza democratica nell’ambito del socialismo di contro a quelle estremistiche, la cui consistenza è dovuta alla presenza della repressione del governo nelle campagne e specie nel Mezzogiorno. La posizione “transigente“dell’ala che si chiamerà “riformista” tende a farsi luce nel gruppo parlamentare e nel partito. La caduta di Crispi diede conferma e forza all’azione dei socialisti che vi si richiamavano.

Al congresso di Firenze (26 maggio-4 giugno 1896) si appalesò il contrasto tra l’ala “intransigente” capeggiata dal Lazzari, che rigettava le tesi democratiche e quindi la politica delle alleanze, e l’ala turatiana. Il contrasto non s’acuì e prevalse un ordine del giorno di centro presentato da Enrico Ferri che ottenne 147 voti favorevoli, 71 contrari ed una astensione.

Sul piano delle alleanze sociali, il VI congresso discusse il problema dell’azione socialista nelle campagne, dove il PSI dimostrava una notevole capacità di espansione, e in particolar modo il problema della “piccola proprietà lavoratrice“. Fu accolta la tesi di Bissolati che, innovando lo schema teorico marxista, individuava nella creazione delle cooperative agricole un fertile terreno d’intesa tra il movimento contadino con i piccoli proprietari agricoli.

Per il gruppo parlamentare socialista, che fu sempre ispirato alle concezioni riformiste, “la democrazia è il punto di partenza, il socialismo il punto di arrivo“.

Respingendo le suggestioni rivoluzionarie degli estremisti, il gruppo parlamentare fece del Parlamento la sede più feconda dell’evoluzione sociale, civile e politica del paese, operando per la crescita e l’affermazione di tutto il mondo del lavoro. Tra il V e il VI congresso, molti avvenimenti scossero la società italiana ed impegnarono i socialisti in una dura difesa della libertà e delle prime conquiste sociali.

Nel Parlamento e nel paese essi dovettero condurre una lotta intransigente contro le repressioni autoritarie dei Crispi dei Di Rudini e Pelloux, che erano rivolte a colpire le organizzazioni socialiste, e con esse tutte le forze democratiche e le stesse organizzazioni sociali dei cattolici. I parlamentari socialisti pagarono un duro prezzo per la difesa della libertà.

Oltre al Costa – che nel 1889 era stato incriminato, dichiarato decaduto dal seggio e condannato – anche altri deputati socialisti conobbero in quegli anni il carcere e vennero processati e condannati. Il 9 maggio 1898, insieme ai provvedimenti che decretavano lo stato di assedio e la sospensione della libertà di stampa, il generale Bava Beccaris fece arrestare i deputati socialisti Turati, Bissolati, Morgari e il repubblicano De Andreis. Con loro finirono in carcere altri dirigenti del PSI, tra cui Anna Kuliscioff. Turati e De Andreis furono condannati ciascuno a 12 anni di carcere; a pesanti pene detentive anche gli altri. Verranno liberati a seguito dell’amnistia politica, reclamata dalle petizioni popolari.

Nel novembre 1898, contro le misure repressive delle libertà di associazione, di sciopero, di stampa presentate dal primo ministro, il generale Pelloux, insorsero i parlamentari socialisti, radicali e democratici, con alla testa Bissolati, Prampolini e Ferri. Per la difesa delle prerogative democratiche del Parlamento contro la decretazione d’urgenza – che troverà la sanzione anche della Corte di Cassazione – essi adottano la tattica dell’ostruzionismo. La battaglia dura parecchi mesi. Il 30 giugno 1898, avendo il presidente della Camera tolto la parola a Prampolini, che ne aveva diritto, lo stesso Prampolini, Bissolati ed altri deputati rovesciarono le urne in cui si deponevano le schede per la votazione. Si andavano creando, su questo terreno di lotta, le condizioni per un rapporto politico positivo tra i socialisti e le altre forze costituzionali, che mostravano una crescente ostilità alla linea reazionaria.

Sciolta la Camera, nella consultazione che si tenne nella prima domenica di giugno, i socialisti videro premiata la loro coerente iniziativa in difesa della democrazia e dei lavoratori: i consensi più che raddoppiati portarono in Parlamento 32 deputati socialisti, al posto di 15 uscenti. Per la prima volta sono eletti due operai: il biellese Rinaldo Rigola e il genovese Pietro Chiesa.

Un successo elettorale ottenne anche l’opposizione costituzionale di Giolitti e di Zanardelli. Ciò permise di prefigurare una nuova situazione parlamentare favorevole a un’intesa tra i socialisti e queste forze, isolando in Parlamento i conservatori e i reazionari.

Il programma minimo e il compromesso con Giolitti

Nel VI congresso socialista svoltosi a Roma dall’8 all’11 settembre 1900 si delinea una frattura tra l’ala riformista favorevole alla collaborazione con le altre forze democratiche e l’ala estremista, guidata da Arturo Labriola, che invece vuole una opposizione intransigente e il virtuale isolamento del PSI. Turati, appena uscito dal carcere, dichiarava che l’intesa con i settori democratici doveva ormai essere considerata come “il principio di una nuova fase dell’esistenza del partito socialista“. I fondamenti della nuova politica socialista sono: democratizzazione; fabianesimo economico; libertà politica.

Questa linea si concretizza nella presentazione di un documento, con le firme di Turati, Treves e Sambucco, approvato pressoché all’unanimità, che contiene il “programma minimo” del partito, il programma cioè che servirà da guida per il PSI in tutta la sua azione politica e parlamentare.

Il “programma minimo” era un programma di “governo” dei socialisti; esso doveva indicare la larga corrente di trasformazioni che debbono avvenire nello Stato moderno perché il proletariato divenga sempre più capace di far valere la sua forza economica e politica nella marcia verso il socialismo. Le richieste più importanti contenute nel “programma minimo” erano le seguenti:

il suffragio universale; la proporzionale; la libertà piena per le organizzazioni sindacali; l’abbandono della politica coloniale; il decentramento politico e amministrativo; la municipalizzazione dei servizi pubblici; la riduzione a 36 ore della settimana lavorativa; la tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli; la riforma tributaria; l’attuazione del sistema assistenziale e previdenziale; l’istruzione elementare obbligatoria e laica; l’autonomia della università ecc…

Si trattava di numerose e fondamentali questioni, che costituiranno gli obiettivi della lotta sociale e politica del PSI e della sua azione parlamentare. La sua approvazione fu un grande successo dell’impostazione riformistica data al partito soprattutto da Filippo Turati. Con l’astensione decisa dai socialisti al governo Zanardelli e successivamente con il voto favorevole al governo Giolitti si avviava e si sviluppava la fattiva e feconda collaborazione che permise all’Italia alcuni anni di progresso civile, sociale e politico, anche se inframmezzati da sanguinosi episodi di repressione delle lotte operaie e contadine, specie nel Mezzogiorno. È proprio in quegli anni che, accanto alla grande espansione del movimento sindacale a larga base operaia, sotto la guida socialista di Gnocchi Viani, di Cabrini, di Rigola, si estende e si rafforza, anche attraverso dure lotte, il movimento contadino per la conquista dei diritti, per la modernizzazione delle campagne, per il superamento dell’arcaica struttura padronale ancora basata in larga misura sul feudo.

Nel 1901, in una grande assise congressuale tenuta a Bologna, fu costituita la Federazione nazionale dei lavoratori della terra, che votava la sua adesione alle idee e ai programmi del partito socialista. Spiccavano, tra i dirigenti del movimento, Carlo Vezzani e Argentina Altobelli; mentre grande prestigio e popolarità conquistava per la sua costruttiva opera di costituzione delle cooperative contadine Nullo Baldini. Questo movimento si scontrava con la resistenza miope degli agrari e delle strutture parassitarie di sfruttamento del lavoro agricolo, specie nel Mezzogiorno. In Puglia, in Sicilia, in Calabria, in Campania ogni manifestazione contadina si risolveva in episodi cruenti, in cui perdevano la vita numerosi lavoratori.

Nonostante ciò, la collaborazione parlamentare con le forze costituzionali risultò positiva, perché condusse ad una maggiore imparzialità del governo nei conflitti di lavoro, e all’attuazione di importanti norme della nuova legislazione sociale, come quelle sulla tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli. Questa legge veniva perfezionata accogliendo alcune proposte di Turati e di Cabrini. In base ad essa veniva vietato il lavoro dei fanciulli sotto i 12 anni, mentre veniva proibito per i minori di 14 anni e per le donne quello nelle attività minerarie; si fissava l’orario massimo per i minorenni a 11 ore giornaliere e a 12 per le lavoratrici, a cui venivano riconosciuti anche i diritti di protezione della gravidanza.

Fu istituito l’Ufficio del lavoro presso il ministero dell’Agricoltura e della Industria, a dirigere il quale fu chiamato il socialista Giovanni Montemastini. Fu insediato il Consiglio superiore del lavoro, con una larga rappresentanza operaia, e con alcuni deputati socialisti nella delegazione scelta dal Parlamento. Vengono autorizzati i Comuni ad istituire la gestione municipale di servizi pubblici e se ne fissano le regole amministrative. Vengono favorite le cooperative di lavoratori nell’appalto dei lavori pubblici.

Lo scontro delle tendenze

Intanto sorgevano nel PSI due opposte tendenze “revisionistiche“: quella che faceva capo al tedesco Bernstein che promuoveva una revisione del marxismo e sosteneva la tesi che la democrazia politica è la condizione necessaria per lo sviluppo e l’affermazione del mondo del lavoro; l’altra, che aveva come suo principale autore il Sorel, contrapponeva all’organizzazione del partito di classe l’azione rivoluzionaria del sindacato, e, come strumento di lotta decisivo per abbattere la società capitalistica, lo sciopero generale.

Al VII congresso di Imola (6-9 settembre 1902) nasceva la corrente “sindacalista rivoluzionaria” che si richiamava alle tesi del Sorel. Essa faceva capo ad Arturo Labriola e a Enrico Ferri, e aveva la sua maggiore forza tra i socialisti delle regioni meridionali.

Di fronte ai successi realizzati dal partito con la linea politica democratica, successi che vennero riepilogati nella relazione Canepa-Cabrini, l’opposizione, che esprimeva essenzialmente la protesta meridionale, non solo dei contadini ma anche della borghesia intellettuale insofferente ai metodi dei prefetti governativi, restò in netta minoranza. Essa però ebbe modo di chiarire la sua volontà di far leva sulla persistenza di strutture “precapitalistiche” in larga parte della società e dell’economia italiana, per propagandare la sua linea “rivoluzionaria” e per condizionare il PSI con la propria presenza agguerrita.

Un primo effetto della azione delle correnti antiriformiste è la sostituzione di Bissolati nella direzione dell'”Avanti!”con Enrico Ferri nel corso nel 1903. Al primo, conseguente riformista, e per questo accusato di parzialità dalla corrente di opposizione, viene preferito Ferri perché collocatosi su una posizione media dava maggiori garanzie alla minoranza, con la quale ben presto si allineerà.

Il pensiero riformista si sviluppa, però – incessantemente, arricchendosi con l’opera di uno dei maggiori esponenti di questa corrente politica ed ideale, Ivanoe Bonomi, del quale nel 1903 viene pubblicato Le vie nuove del socialismo.

È uno scritto che opera una audace revisione del pensiero storico del socialismo non solo italiano, proponendo un organico modello di moderna democrazia sociale, nel quale, tuttavia, il ruolo del partito appare fortemente ridimensionato rispetto a quello delle organizzazioni economiche e sociali della classe lavoratrice (cooperative, sindacati, circoli). Per tale ragione l’opera di Bonomi, generalmente apprezzata, suscita l’aspra polemica dei dottrinari, ma anche qualche dissenso tra gli stessi riformisti. Nell’ottobre del 1903, Giolitti, incaricato di formare il nuovo governo, offre un dicastero a Turati, che lo rifiuta. Egli, come la maggioranza dei riformisti, è convinto che sia indispensabile e positiva la collaborazione parlamentare, ma non matura la partecipazione ministeriale.

L’VIII congresso (Bologna 8-11 aprile 1904) si svolge in un clima di notevole tensione. Esso viene tra l’altro anticipato di sei mesi, ed è preceduto da serrate polemiche tra le varie correnti in cui il partito è ormai suddiviso. I “rivoluzionari” accusano i riformisti di praticare un parlamentarismo “bottegaio“, mentre i riformisti denunciano con forza l’ingresso di concezioni estranee alla tradizione ideale del socialismo democratico nell’ambito del PSI. Un conflitto permanente contrappone il gruppo parlamentare, a stragrante maggioranza riformista, alla direzione del partito, nella quale essi sono ormai in minoranza. Pur conservando la maggioranza relativa dei consensi congressuali, la corrente che fa capo a Turati viene posta in minoranza da una eterogenea coalizzazione tra i “sindacalisti rivoluzionari” di Arturo Labriola e la corrente cosiddetta “integralista” di Ferri. Nonostante questa ibrida alleanza, lo scarto dei voti è lieve: 16.304 voti contro 14.882. Ma esso è sufficiente per spostare su posizioni estremistiche l’asse politico del PSI.

Nello stesso 1904, come prova di “ginnastica rivoluzionaria“, la nuova direzione promuove il primo sciopero generale.

Lo sciopero generale dal 16 al 20 settembre 1904 fu un fallimento. Le elezioni successive segnarono una flessione dei socialisti e dei radicali. I “rivoluzionari” ebbero delle cocenti delusioni, tant’è che alcuni dei loro esponenti non furono eletti (Arturo Labriola e Ciccotti). I sindacalisti estremisti avevano perso larga parte del loro seguito ed Enrico Ferri s’andava avvicinando alle posizioni riformiste. I risultati davano ragione a Turati e a Bissolati, che cercavano di riprendere l’iniziativa, riconducendo il partito al centro del gioco politico parlamentare.