Bruno Buozzi nacque a Pontelagoscuro (Ferrara) il 31 gennaio 1881 da Orlando e Maddalena Gusti. Nel primi anni del 1900 si trasferì a Milano, dove divenne operaio meccanico, si iscrisse al partito socialista e al sindacato degli operai meccanici e metallurgici, del cui consiglio direttivo entrò preso a far parte. Nel 1911 fu eletto segretario generale della Federazione italiana operai metallurgici (F.I.O.M.), carica che conservò ininterrottamente sino al 1926. Nell’aprile del 1912 fu eletto membro del consiglio direttivo della Confederazione generale del lavoro (C.G.d.L.), ed anche questo ufficio gli fu riconfermato ad ogni successivo rinnovamento.

Quando Buozzi assunse il segretariato generale della F.I.O.M., l’organizzazione era incrisi, inseguito alle lotte di corrente. Il conflitto fra sindacalisti e socialisti attraversò un momento decisivo nella primavera del 1912, quando a Torino gli operai dell’industria automobilistica, rifiutando un accordo stipulato tra la F.I.O.M. e il consorzio degli industriali dell’automobile, scioperarono per sessantaquattro giorni sotto la guida di organizzatori di parte sindacalista. L’anno seguente, tuttavia, la F.I.O.M. diretta da Buozzi dimostrò di aver riconquistato e aumentato il proprio prestigio riuscendo, dopo un nuovo sciopero di tre mesi, a stipulare un accordo con valore di contratto collettivo, che prevedeva, fra l’altro, la riduzione di tre ore dell’orario settimanale di lavoro.

Scoppiata la guerra in Europa, Buozzi prese posizione a favore della neutralità “assoluta”, pur dichiarando la sua simpatia per le potenze dell’intesa; partecipò alle manifestazioni control’intervento a Torino nel maggio 1915 e diede l’adesione della F.I.O.M. alle conferenze di Zimmerwald e di Kiental. Durante i moti di Torino del 22-26 agosto 1917 si adoperò affinché la rivolta popolare non degenerasse in un’insurrezione senzaalcun possibile sbocco politico. Egli aderiva alla formula del Partito socialista italiano (P.S.I.) “né aderire né sabotare”, accettandone tuttavia l’interpretazione comune alla maggior parte dei dirigenti sindacali e alla corrente moderata del partito capeggiata da Filippo Turati, che ammetteva e ricercava la collaborazione col governo ai fini della difesa civile. Buozzi entrò, quindi, a far parte dei comitati di mobilitazione industriale del Piemonte e della Lombardia in rappresentanza della F.I.O.M.

Questa sua attività gli attirò aspre critiche da parte della sinistra socialista, critiche dalle quali egli si difese sostenendo che, nelle condizioni di limitata libertà sindacale e di sospensione del diritto di sciopero create dalla militarizzazione delle industrie belliche, l’unica sede nella quale si potessero difendere efficacemente gli interessi degli operai erano i comitati di mobilitazione industriale, che fungevano da tribunali arbitrali nelle vertenze del lavoro. Opposte critiche gli furono rivolte da parte degli ufficiali dell’esercito presidenti dei comitati, che giudicavano incompatibile la sua qualità di membro dei comitati con l’attività di organizzatore del movimento operaio che egli seguitava a svolgere.

Il contrasto intorno alla partecipazione ai comitati culminò negli ultimi mesi di guerra in un conflitto aperto tra la direzione del P.S.I., nella quale prevalevano i massimalisti, e la C.G.d.L. diretta da riformisti. Il consiglio nazionale della C.G.d.L. deliberò il 9 maggio 1918 di richiedere al governo l’inclusione di rappresentanti della confederazione nella Commissione per lo studio dei problemi del dopoguerra. La richiesta fu accolta; ma la direzione del P.S.I., dopo che il governo aveva già accettato i nomi proposti dalla C.G.d.L., tra i quali figurava quello di Buozzi, richiamò gli iscritti al partito all’osservanza delle deliberazioni congressuali che vietavano di collaborare col governo. Nel consiglio nazionale della C.G.d.L., chiamato a deliberare sulla vertenza il 25 luglio 1918, prevalse un ordine del giorno contrario alla partecipazione. In conseguenza di questo voto si aprì nella C.G.d.L. una crisi che si concluse con le dimissioni del segretario generale R. Rigola, il quale fu sostituito da L. D’Aragona, mentre Buozzi fu chiamato a far parte del comitato esecutivo. Il conflitto fu risolto in una riunione comune tra gli organi dirigenti del partito e della confederazione tenuta a Roma il 29 settembre 1918, nella quale si riconfermò l’autonomia di entrambi gli organismi nel proprio ambito e si convenne che gli scioperi e le agitazioni nazionali di carattere politico sarebbero stati proclamati e diretti dalla direzione del partito, mentre sarebbe spettato alla confederazione proclamare e dirigere quelli di carattere economico.

Il nome di Buozzi è legato specialmente alle grandi lotte sindacali del dopoguerra. Negli ultimi giorni della guerra (31 ottobre-4 novembre 1918) si svolse a Roma il VII Congresso nazionale della F.I.O.M. Tra le rivendicazioni proposte di Buozzi al congresso, e da questo approvate, la più importante era la giornata di lavoro di otto ore: questa conquista, raggiunta con l’accordo del 20 febbraio 1919 tra la F.I.O.M. e l’associazione degli industriali meccanici e siderurgici, fu successivamente estesa alle altre categorie di lavoratori. Più dura fu la lotta per il conseguimento dell’accordo sui minimi salariali che fu concluso solo nel settembre 1919.

La crescita della grande industria, accelerata dalla guerra, con la conseguente formazione di una classe operaia più omogenea e l’esperienza delle lotte del biennio postbellico portarono al prevalere di una concezione più moderna della struttura del sindacato: Buozzi era favorevole all’organizzazione del sindacato “per industria”, che superava la vecchia organizzazione “per mestiere” retaggio di mentalità corporativa e di operaismo, e sostenne questa tesi nel primo congresso post-bellico della C.G.d.L. (V della serie, Livorno 26 febbraio-3 marzo 1921), che la accolse adottando il principio del sindacato unitario di tutti i dipendenti da ogni singola industria, operai, tecnici ed impiegati.

Al di là del terreno strettamente sindacale andava la rivendicazione del controllo operaio. Il “programma di immediate riforme per il dopoguerra” approvato dal consiglio direttivo della C.G.d.L. il 25-28 novembre 1918 rivendicava, fra l’altro, il “diritto di controllo da parte della rappresentanza degli operai nella gestione della fabbrica”. Buozzi, che nel ricordato congresso della F.I.O.M. si era espresso in termini ancora incerti su questa questione, si trovò poi al centro di essa, quando la conquista del controllo operaio divenne l’obiettivo immediato del movimento che culminò nell’occupazione delle fabbriche.

Gli inizi della lotta erano stati strettamente salariali e rivendicativi. Con un memoriale presentato agli industriali il 18 giugno 1920 la F.I.O.M. richiese, infatti, un aumento salariale del 40%, le ferie pagate, l’aumento dell’indennità di licenziamento e la stipulazione di un nuovo concordato nazionale che estendesse a tutto il paese questo complesso di miglioramenti insieme con quelli conquistati nel corso del 1919. Il rifiuto opposto a queste richieste dall’associazione degli industriali diede luogo a una difficile trattativa che si trascinò fino al 21 agosto, quando, per decisione della F.I.O.M., fu iniziato in tutti gli stabilimenti metallurgici e meccanici l’ostruzionismo. Gli industriali risposero con la serrata, la cui attuazione fu però impedita dall’occupazione delle fabbriche da parte degli operai, decisa tempestivamente dalla F.I.O.M. Estesasi l’occupazione ad altri settori industriali, la direzione dell’agitazione fu assunta dalla C.G.d.L., che minacciò l’allargamento del conflitto a tutto il proletariato con l’obiettivo immediato del “controllo sulle aziende”. Così, la lotta che aveva preso l’avvio dalle rivendicazioni economiche degli operai meccanici e metallurgici assunse un carattere generale e politico.

Il consiglio nazionale della C.G.d.L., riunito a Milano il 10-11 settembre 1920 con le rappresentanze del partito, fu chiamato a pronunciarsi nel conflitto di competenza insorto fra il P.S.I. e la C.G.d.L.: il partito, guidato dal segretario generale E. Gennari, sosteneva il carattere politico del movimento cui assegnava come fine la rivoluzione e la dittatura del proletariato, e pertanto ne avocava a sé la direzione; la maggioranza dei confederali, capeggiata da D’Aragona, intendeva invece non allargare la lotta ad altre categorie, mantenerla sul terreno sindacale, limitarne l’obiettivo alla conquista del controllo delle aziende; Buozzi tenne una posizione intermedia: pur dichiarandosi favorevole all’allargamento della lotta, negava la possibilità di dare ad essa uno sbocco politico rivoluzionario. Nella votazione prevalse il punto di vista di D’Aragona, mentre Buozzi e gli altri rappresentanti della F.I.O.M. si astennero. L’occupazione delle fabbriche si concluse con l’accoglimento di gran parte delle rivendicazioni sindacali avanzate dalla F.I.O.M., e con un accordo di massima, sancito dall’intervento del presidente del Consiglio, Giolitti, sull’introduzione del controllo operaio. Il B. fece parte della commissione paritetica, di rappresentanti operai e industriali, per la preparazione del progetto di legge sul controllo, i cui lavori non giunsero a conclusione.

Negli ultimi mesi del 1920 era venuta intanto maturando la crisi interna del P.S.I. che portò alla scissione di Livorno del 21 gennaio 1921 e alla nascita del Partito comunista d’Italia. Nello schieramento delle correnti, Buozzi fu con la “Concentrazione socialista”, diretta da Filippo Turati, e al V Congresso della C.G.d.L. (Livorno 26 febbraio-3 marzo 1921), come relatore sul punto “Rapporti col partito socialista”, sostenne doversi mantenere il patto tra C.G.d.L. e P.S.I. Il suo punto di vista fu approvato dal congresso, ma la scissione di Livorno si ripercosse tuttavia anche nel campo sindacale, dando maggiore asprezza alla lotta delle correnti in seno alla C.G.d.L., e Buozzi si trovò spesso a polemizzare con i comunisti, che egli accusava di subordinare la lotta sindacale alla lotta politica, il sindacato al partito. Motivo di contrasto era anche la adesione della C.G.d.L. alla Federazione sindacale internazionale (F.S.I.) con sede ad Amsterdam, nonostante che il suo V congresso avesse deliberato l’adesione alla Internazionale rossa dei sindacati (Profintern) sedente a Mosca. Sopraggiunta la seconda scissione del P.S.I., il 3 ottobre 1922, Buozzi entrò a far parte del Partito socialista unitario (P.S.U.). La C.G.d.L. dichiarò allora decaduto il patto col P.S.I., ritenendo insostenibile l’alleanza con uno dei tre partiti, nei quali dal 1921 si era diviso il socialismo italiano (consiglio direttivo del 5-6 ottobre 1922).

La dichiarazione di autonomia della C.G.d.L., che venne a coincidere con l’avvento del fascismo al potere, fu un momento rilevante di quel processo di disgregazione del movimento operaio socialista che si accompagna, a partire dal 1921, alla avanzata del fascismo e al rovesciamento delle posizioni nella lotta di classe: il movimento operaio era, infatti, passato dall’offensiva alla difensiva in conseguenza della crisi economica manifestatasi alla fine del 1920, mentre nel corso del 1921 e del 1922 la violenza delle squadre fasciste si era abbattuta contro le sedi dei sindacati e delle camere del lavoro. Sciolti dal patto con il partito socialista, i dirigenti della C.G.d.L. si trovarono più esposti alle offerte di collaborazione reiterate nei loro confronti da Mussolini. Questi mirava, infatti, da tempo alla separazione dei sindacati dal partito socialista per poter trattare direttamente con una C.G.d.L. autonoma. La scissione socialista dell’ottobre 1922 veniva a creare la situazione da lui auspicata.

Dopo la marcia su Roma ci fu un inizio di trattative per l’ingresso di uomini della C.G.d.L. nel governo Mussolini: Baldesi Buozzi ebbero contatti con esponenti fascisti, ma la cosa non ebbe seguito, da un lato per l’ostilità dei nazionalisti e dei fascisti conservatori, dall’altro per le resistenze all’interno del P.S.U.; il discorso che Buozzi pronunciò alla Camera il 25 novembre, contro la delega dei pieni poteri al governo, conteneva una netta denuncia del carattere reazionario del fascismo, che lasciava tuttavia ancora aperta una possibilità di separare chi deteneva il potere politico dalle forze sociali che lo sostenevano. Il desiderio di Mussolini di ottenere la collaborazione dei “confederali” e la propensione di alcuni di loro a raggiungere un accordo misero capo ad un incontro tra Mussolini e una delegazione della C.G.d.L., composta da D’Aragona, Azimonti, Buozzi, Cabrini e Colombino, il 24 luglio 1923. D’Aragona richiese garanzie di libertà d’associazione, offrì collaborazione tecnica e lasciò aperta la possibilità di nuovi sviluppi prospettando la creazione di un “partito del lavoro”: la linea da lui seguita fu approvata da un convegno sindacale tenuto a Milano il 23-25 agosto. Buozzi, che difese l’azione svolta da D’Aragona al VI Congresso della C.G.d.L. nel dicembre 1924, si era tuttavia distinto da lui dichiarandosi non favorevole alla costituzione del “partito del lavoro”: dal punto di vista politico si considerava sempre un socialista e aderiva alla politica del P.S.U., del cui gruppo parlamentare faceva parte. Era stato eletto deputato il 16 novembre 1919 (XXV legislatura) nel collegio di Napoli, rieletto ancora a Napoli il 15 maggio 1921 (XXVI legislatura) e infine nella circoscrizione del Piemonte il 6 aprile 1924 (XXVII legislatura). La sua attività parlamentare si svolse principalmente nel campo della legislazione sociale ed economica. Di rilievo fu la sua partecipazione ai lavori della commissione incaricata dell’esame della nuova tariffa doganale nel 1923, in seno alla quale Buozzi, pur confermando le sue precedenti affermazioni di principio a favore del libero scambismo, si pronunciò a favore della protezione della siderurgia come una necessità imposta dalla crisi.

Nel 1924, dopo l’uccisione di Matteotti, Buozzi aderì all’Aventino, ma il centro della sua attività rimase, anche in questo periodo, il sindacato.

Nelle difficili condizioni create al movimento operaio, la F.I.O.M. fu il sindacato che resistette più a lungo e continuò a svolgere un’attività durante il 1925 e anche nel 1926. Ma la libertà di associazione, già ridotta entro limiti ristrettissimi nel corso del 1923, dopo un breve periodo di respiro nella seconda metà del 1924 in seguito alla crisi Matteotti (che permise fra l’altro la convocazione del VI e ultimo congresso della C.G.d.L.), fu infine soppressa di fatto con la firma del patto di palazzo Vidoni (2 ottobre 1925) tra la Confindustria e la Confederazione delle corporazioni fasciste, con il quale si riconosceva a quest’ultima la rappresentanza esclusiva delle maestranze lavoratrici. La legge Rocco (3 apr. 1926, n. 563, “sulla disciplina giuridica dei rapporti di lavoro”) diede definitiva sanzione giuridica a questa situazione.

In conseguenza del patto di palazzo Vidoni, D’Aragona si dimise da segretario generale della C.G.d.L. (15 ott. 1925) e fu sostituito da un “comitato di fiducia”. Alla fine dell’anno Buozzi assunse la carica di segretario generale. Tutta la sua attività durante il 1926 fu dedicata al tentativo di mantenere in vita la C.G.d.L. e quanto rimaneva dei sindacati ad essa aderenti, pur nei ristretti limiti di legalità consentiti dalla legge. Nella pratica però la norma della legge Rocco che ammetteva l’esistenza dei “sindacati di fatto” non era rispettata, e il movimento sindacale libero era ormai ridotto ad una larva di organizzazione.

L’ondata di reazione che si abbatté su tutto il paese dopo l’attentato Zamboni contro Mussolini (Bologna, 31 ottobre 1926) colpì nuovamente anche la C.G.d.L., la cui sede a Milano fu nuovamente invasa e devastata da squadre fasciste. Seguirono le leggi eccezionali. Il B. si trovava in Svizzera e non rientrò in Italia per sfuggire all’arresto: il suo nome fu incluso nella lista dei deputati aventiniani dichiarati decaduti il 9 novembre 1926. In sua assenza, il consiglio direttivo della C.G.d.L., riunito a Milano il 4 gennaio 1927, su proposta di G. B. Maglione dichiarò di cessare ogni attività. Buozzi, che nel frattempo si era trasferito a Parigi, non riconobbe valida questa deliberazione e, insieme con altri dirigenti sindacali che già si trovavano in Francia, dichiarò che il comitato esecutivo della C.G.d.L. italiana si era trasferito all’estero e che l’attività della C.G.d.L. sarebbe continuata “senza interruzione e senza ripiegamenti” (30 gennaio 1927). La corrente sindacale comunista, riunitasi clandestinamente a Milano il 20 febbraio, con la partecipazione di organizzatori sindacali socialisti massimalisti, anarchici e repubblicani dichiarò invece ricostituita la C.G.d.L. in Italia con il programma di seguitare ad agire all’interno del paese. La F.S.I. di Amsterdam riconobbe la C.G.d.L. di Parigi, mentre la confederazione ricostituita in Italia aderì in seguito all’Internazionale sindacale rossa. L’attività della C.G.d.L. italiana in Francia si concretò nella pubblicazione del periodico L’operaio italiano e nell’assistenza agli operai italiani emigrati in Francia e in Belgio, con l’appoggio dell’Ufficio mano d’opera straniera della Confédération générale du travail (C.G.T.) francese.

Nei primi tempi dell’esilio il B. non escludeva la possibilità di riprendere una attività sindacale legale in Italia, qualora un’amnistia politica e un minimo di condizioni di libertà lo avessero consentito. L’ultimo tentativo da parte del governo fascista di sfruttare questa sua disposizione avvenne nel 1929, quando il fratello di Buozzi, Antonio, fu inviato a Parigi con l’incarico di offrire a Bruno la possibilità di rientrare in Italia collaborando col regime nel campo sindacale. Un’imprudente intervista di Antonio Buozzi svelò il carattere della sua missione e suscitò critiche e preoccupazioni fra gli esuli. Buozzi pubblicò allora una lettera nella quale respingeva l’offerta. La sua collocazione politica nell’antifascismo in esilio era stata, del resto, definita fin dall’aprile del 1927, quando egli aveva aderito alla Concentrazione antifascista e insieme con F. Quaglino era entrato nel comitato direttivo in rappresentanza della C.G.d.L., collaborò anche all’organo della Concentrazione, La libertà, diretto da C. Treves. Inoltre fu membro della Lega italiana dei diritti dell’uomo (L.I.D.U.), di tendenza radicale massonica, del cui comitato esecutivo fece parte per tutto il periodo dell’esilio. Come uomo di partito Buozzi era rimasto fedele alle sue origini di socialista riformista. Nel 1930 prese parte alle trattative per la riunificazione dei due partiti socialisti ed entrò a far parte del nuovo P.S.I. sezione dell’I.O.S. (Internazionale operaia socialista). Ma in tutti questi organismi politici Buozzi era soprattutto il rappresentante del movimento sindacale. La sua presenza in queste sedi voleva dimostrare la continuità di vita della C.G.d.L. come unica legittima rappresentante dei lavoratori italiani; e per questo il Buozzi, mentre partecipava regolarmente ai congressi della F.S.I., protestò ripetutamente presso il Bureau international du travail a Ginevra che aveva ammesso nel suo seno i rappresentanti dei sindacati fascisti. La critica ai sindacati fascisti e al sistema corporativo fu l’oggetto principale dei suoi scritti dell’esilio: nel sindacalismo fascista Buozzi vedeva uno strumento dello Stato-partito, creato per giustificare all’estero la distruzione del movimento sindacale libero e per disporre di uno strumento atto a sorvegliare le masse sui luoghi di lavoro.

Con la fine della Concentrazione e con la firma del patto d’unità d’azione fra il partito socialista e il partito comunista (17 agosto 1934), si aprì un nuovo periodo nella storia dell’antifascismo in esilio. Ma l’unità sindacale non fu una conseguenza automatica del patto fra i due partiti. Solo nel 1936 – nel quadro della politica del Fronte popolare e in seguito all’unificazione delle due confederazioni del lavoro francesi, la C.G.T. socialista e la Confédération générale du travail unitaire (C.G.T.U.) comunista (28 settembre 1935) – fu possibile raggiungere un accordo fra le due confederazioni italiane del lavoro. Nel luglio dello stesso anno cominciarono anche i contatti tra la F.S.I. e l’Internazionale sindacale rossa.

A partire dal 1935 Buozzi fu presente nel movimento contro la guerra, che era divenuto il terreno più importante dell’attività antifascista. Partecipò al congresso di Bruxelles del 12 e 13 ottobre contro la guerra in Etiopia. Durante la guerra di Spagna, poiché per vivere si era dedicato al commercio alimentare, si occupò del rifornimento di viveri all’esercito repubblicano e dell’assistenza alle famiglie dei volontari antifascisti. La sua attività politica sembra declinare in questi anni. Tuttavia nel luglio 1937 fu cooptato nella direzione del P.S.I. eletta al XXIII Congresso (III dell’esilio, Parigi 26-28 giugno 1937). Quando il P.S.I. fu investito dalla crisi provocata dal patto russo-tedesco del 23 ag. 1939, Buozzi acquistò maggior peso negli organi direttivi del partito, nei quali ora prevaleva l’ala riformista, tanto che alla riunione del consiglio generale del partito, che si tenne a Parigi il 27 e 28 apr. 1940, fu relatore sulla situazione generale e sui rapporti internazionali. Fu questo l’ultimo rilevante atto politico del suo esilio.

Il 1º marzo 1941 Buozzi fu arrestato a Parigi dalla Gestapo su richiesta delle autorità italiane e l’8 luglio fu consegnato alla polizia italiana e internato a Montefalco, dove rimase due anni, durante i quali gli fu tuttavia possibile recarsi ripetutamente a Torino, usufruendo di varie licenze per motivi di famiglia, e riprendere così i contatti col movimento antifascista all’interno. Subito dopo la caduta del fascismo, il 30 luglio 1943, Buozzi fu liberato dal confino e il 9 agosto fu nominato dal governo Badoglio commissario della Confederazione sindacale dei lavoratori dell’industria. La carica fu accettata da Buozzi e dagli altri commissari sindacali, con la riserva di mantenere la propria indipendenza politica rispetto al governo. Essi si trovarono a svolgere all’inizio un’azione, assai più politica che sindacale, rivolta a premere sul governo per ottenere la sollecita conclusione dell’armistizio, la immediata scarcerazione dei detenuti politici e la libertà di stampa. Ma una serie di scioperi e di agitazioni a favore dell’armistizio e di una più decisa politica antifascista, scoppiati nell’Italia settentrionale, coinvolsero anche importanti aspetti sindacali. Queste agitazioni culminarono nello sciopero generale di Torino del 18-20 agosto. Buozzi e G. Roveda, vicecommissario per i lavoratori dell’industria, con il ministro delle Corporazioni L. Piccardi si recarono allora a Torino per trattare la conclusione dello sciopero, e da queste trattative scaturì il maggior risultato raggiunto sul terreno sindacale durante i “quarantacinque giorni”: l’accordo stipulato da Buozzi con il commissario alla Confederazione dell’industria G. Mazzini il 2 settembre per la ricostituzione delle commissioni interne nelle fabbriche. Sopraggiunto l’8 settembre, Buozzi rimase a Roma sotto falso nome e insieme con G. Di Vittorio per i comunisti e A. Grandi per i cattolici gettò le basi per la costituzione della confederazione del lavoro unitaria. Gli accordi erano già in fase molto avanzata quando, il 13 aprile 1944, Buozzi cadde nelle mani delle S.S. e fu rinchiuso nel carcere di via Tasso. Alcuni tentativi di organizzare la sua fuga fallirono. La notte fra il 3 e il 4 giugno 1944 Buozzi con altri detenuti fu avviato verso il Nord su un camion militare tedesco. All’alba del 4 giugno nei pressi della Storta, sulla via Cassia, fu ucciso dalle S.S. a colpi di arma da fuoco insieme con i suoi compagni di prigionia.

Fonteweb

 

assassinato Buozzi

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