Nato a Palmanova (Udine) il 31 maggio 1921, deceduto a Milano il 27 agosto 2005, presidente della FIAP, ex sindaco di Milano ed ex parlamentare socialista, Medaglia d’argento al valor militare.
Studente, era sfollato a Lodi quando, nelle settimane successive all’armistizio del 1943, si portò in Valsesia con una ventina di giovani lodigiani e codognesi, che avrebbero dato vita al distaccamento “Fanfulla” (poi battaglione), della XV Brigata d’assalto Garibaldi. Il giovane – che anagrammando, in modo imperfetto, il suo vero nome si faceva chiamare Iso Danali – entrò in contatto con il Comando di Cino Moscatelli e, nella primavera del 1944, passò nell’Ossola, diventando comandante della 2a Divisione Garibaldi “Redi”.
In sessant’anni Aniasi non ha mai mancato una celebrazione del 25 aprile a Milano, forse anche per rifarsi del fatto che, nel 1945, in quel giorno stava ancora combattendo con i suoi partigiani contro i tedeschi che volevano attraversare il Ticino.
Da socialista “nenniano” entrò nel 1951 nel consiglio comunale di Milano. Nello stesso periodo succedette a Ferruccio Parri nella presidenza – che ha mantenuto sino alla morte – della Federazione Italiana Associazioni Partigiane.

Iso a Milano sarebbe rimasto, per cominciare un’altra intensa storia, in una città semidistrutta. Aniasi, socialista, prima nel Psiup e poi nel Psdi e poi socialista nenniano. Consigliere comunale lo divenne nel 1951, assessore fu nel 1954. Infine fu eletto sindaco nel 1967 a capo di una amministrazione di centrosinistra. Che divenne di sinistra, dopo lo straordinario risultato elettorale del Pci nel 1975, ma anche grazie alla sua coraggiosa tenacia: Aniasi voleva i comunisti in giunta. Sindaco Aniasi rimase fino al 1976. Lasciò per entrare in parlamento, cedendo il posto al giovane ex assessore ai lavori pubblici, Carlo Tognoli. Lasciò avendo attraversato un periodo drammatico e tempestoso della storia milanese, tra il Sessantotto operaio e studentesco e il terrorismo. Fu il sindaco di piazza Fontana, fu sindaco di una città ferita che reagì composta e seppe rispondere con dignità. Fu anche merito di Iso quell’unità forte tra i partiti democratici (l’arco costituzionale), che s’intende facilmente leggendo le pagine politiche di quell’epoca. Anche con posizioni coraggiose e «istituzionalmente» anomale.

Si trovò spesso a polemizzare con gli eccessi della polizia contro gli studenti. In modo originale sostenne, nel conflitto arabo palestinese, il movimento Sinistra per Israele e in consiglio comunale non ebbe mai timore, magari provocando scontri con i suoi stessi alleati, di sostenere il diritto di Israele di «vivere in pace e in sicurezza all’interno di confini garantiti e sicuri». Parlamentare, passò ministro, prima con Cossiga, poi con Forlani e Spadolini, ministro alla sanità e ministro agli affari regionali. Siamo nei primi anni ottanta quando da Milano cominciava a brillare su Roma la stella di Craxi. Ma Aniasi non avvertì mai grande sintonia con Bettino (che pure aveva a lungo militato nel consiglio comunale milanese): cresceva Craxi e Iso, poco alla volta, sembrò ritrarsi dalla politica attiva, per dedicarsi alla memoria partigiana. Si era schierato prima con Mancini, poi al congresso del Midas con Lombardi e Signorile, infine con De Michelis, favorendo l’elezione a segretario di Craxi. Per Aniasi apparve presto una partita chiusa. Prima che giungesse lo scandalo di Tangentopoli. Aniasi era un socialista unitario, un sindaco di bell’aspetto, autorevole, capace di rappresentare la città e il suo popolo.

D’altra parte, buoni o cattivi, furono quelli gli anni più intensi di Milano: la strategia della tensione la colpì, mai come allora si visse però così intensamente di democrazia, di partecipazione, di valori (nell’insegnamento della Resistenza). Milano era una città ferita, ma era anche una città che di fronte a una rivoluzione strutturale (si manifestavano i primi segnali della caduta del lavoro industriale) tentava di reagire progettando il proprio futuro con straordinaria ricchezza di voci e di ideali. Una città che tentava di vivere collettivamente i proprio dolori, le proprie crisi, ma anche il proprio sviluppo, sottratto – per un momento – all’interesse privato e alla speculazione. Questo era riformismo autentico. Aniasi sembrò il regista, conquistando alleati e competenze, e chi viveva a Milano ci viveva con un senso d’appartenenza e di identità. Aniasi è stato un sindaco che ha servito il socialismo e l’Italia, «un simbolo del socialismo riformista, il rappresentante più compiuto di una sinistra alimentata da una radicata cultura di governo».

a cura di Oreste Pivetta

 

Da sinistra Colucci, Mosca, Artali, Aniasi.
Da sinistra Colucci, Mosca, Artali, Aniasi.
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