DI VITTORIO, RITORNA A CERIGNOLA

di Generoso Bruno Il murale realizzato da Ettore de Conciliis nel 1974 e vandalizzato dai neofasciti, lasciato per trent’anni in pezzi in un magazzino, torna domani nella piazza della cittadina dove è nato il grande sindacalista. Nel sessantesimo anniversario della sua scomparsa Cerignola tornerà ad ospitare l’opera di Ettore de Conciliis dedicata a Giuseppe Di Vittorio. Il murale, sin dalla metà degli anni Ottanta abbandonato in frantumi nei depositi comunali – fu divelto per far posto ai nuovi cantieri di piazza della Repubblica – sarà ricollocato domani 3 novembre in piazza della Libertà. Con il restauro del murale «Giuseppe Di Vittorio e la condizione del Mezzogiorno» si conferma il recupero di una stagione pubblica e sociale della pittura italiana espressa tra gli anni sessanta e settanta del Novecento di cui de Conciliis, Rocco Falciano e le esperienze pittorico-installative del Centro di Arte Pubblica e Popolare di Fiano Romano restano un prezioso riferimento. A Cerignola, intanto, si assiste ad un miracolo laico. L’opera, ridotta a scoria non più leggibile del nostro Novecento, tenuta in vita da un importante lavoro volontario che, negli anni, durante i vari trasferimenti, ha fotografato e documentato lo stato dei frammenti e permesso una prima catalogazione dei pezzi, ha confermato una straordinaria capacità di resistenza estetica. I lavori di restauro sul murale, in un hangar della zona industriale di Cerignola, sono appena terminati. Seguito dallo stesso de Conciliis, sui pannelli è intervenuto il lavoro Francesco Daddario. Il restauro, oltre al problema della caducità dei materiali industriali, si è presentato difficile per la messa in sicurezza ed il riassemblaggio dei quasi trecento frammenti in cui risultava scomposto. L’opera, completa investiva una superficie pittorica di circa centotrenta metri quadrati. I pannelli in Glasal – un fibrocemento simile all’eternit – accoglievano i colori delle resine industriali frammiste a pigmenti naturali. L’opera – terminata in laboratorio nel settembre del 1974 e successivamente assemblata sul posto – evitando facili soluzioni agiografiche, racconta le vicende delle lotte contadine. Il volto del capo della Cgil si accompagna a quelli della moltitudine degli operai e dei braccianti. L’ulivo è raffigurato come rizoma ancestrale di un popolo che migra da un Mezzogiorno invaso dalle banconote partorite dal ventre della prostituta Babilonia. L’effetto fu disturbante. Oggetto di una preoccupante campagna giornalistica, a tre giorni dalla sua installazione i neofascisti mitragliano il murale. Numerose, furono le testimonianze di solidarietà. In un suo scritto Renato Guttuso, ricordando l’esperienza di de Conciliis accanto a Siqueiros nel cantiere del Poliforum, definisce l’opera «generosa, geniale e disinteressata». Ad oggi, dell’originaria struttura installativa risultano quasi completamente recuperati i tre schermi laterali; completamente disperso, invece, quello inferiore. Ancorati sui tre lati di un tronco di piramide rovesciato, i quattro pannelli, tagliati, a diverse altezze, in forma di bandiera, nel punto più alto raggiungevano, con la struttura metallica tubolare, i dieci metri. Dinamismo e integrazione plastica individuavano la struttura portante come forma significante capace di espandere e continuare la pittura. L’installazione, su tre lati, favoriva una lettura ottica d’insieme mentre, dal basso verso l’alto – con la presenza dello schermo oggi disperso – veniva assicurata la fruizione da un punto d’osservazione ravvicinato. La possibilità di attraversare l’opera e la sua poliangolarità consentivano una particolare esperienza percettiva che, dal libero movimento dello spettatore, risultava aumentata, moltiplicata nella sua meccanica espressiva dalle infinite alterazioni delle sue possibilità visuali. Confermata anche dalle letture di Carlo Levi e di Paolo Portoghesi, il murale per Di Vittorio guadagnava, nel suo rapporto con lo spazio pubblico, la coesistenza di valori pittorici, scultorei ed architettonici. La sfida, rinnovata nella nuova collocazione, resta quella di trovare, per un’opera che pittoricamente continua, in maniera aperta, ad interrogarci, il giusto rapporto tra percezione, spazio e invenzione plastica. Fonte: Il Manifesto

Sulla “Teoria della classe disagiata”: una recensione e una critica sociale

Teoria della classe disagiata è un saggio imprescindibile per comprendere la situazione sociale dei nati negli anni ’80, per cui bisogna dire un enorme grazie all’autore Raffaele Alberto Ventura, noto anche per essere il fondatore di Eschaton, al di là di tutte le critiche che si possan fare al libro. Questa è la premessa doverosa di questa mia recensione che vorrebbe porre anche una critica sociale alla sua teoria. Il saggio parte con questo elemento di valutazione. L’Italia è un paese in fase di deindustrializzazione che non ha più bisogno di un solido sistema nazionale di istruzione, perché i posti di comando sono stati già assegnati, vengono sfornati da poche università private e al di là dell’industria dell’intrattenimento c’è poco o niente. Parafrasando Caterina di Boris “la ristorazione è l’unica cosa seria rimasta in Italia” Purtroppo i trentenni sono stati progettati male come i Betamax e sono stati di conseguenza esclusi perciò nasce il fenomeno della proletarizzazione degli intellettuali, ai quali i laureati, invece di prendere atto, rispondono con uno spreco ulteriore di proprie risorse, facendosi la guerra tra loro per accaparrare quei pochi posti rimasti, svilendo il valore del lavoro culturale e investendo tutte le loro finanze per accaparrarsi quei beni posizionali vebleniani che servono per competere in questa corsa. Questo è il riassunto veloce del saggio. Ora proverò ad andare ad analizzarlo. Il principale errore dell’autore è il focus esclusivo sui laureati che acquistano beni posizionali per non scendere nella scala sociale. Sarebbe stato più corretto un focus su tutti i 30enni, i quali sono tutti in competizione per ad acquistare beni posizionali, lottano tutti per accaparrarsi una posizione occupazione di sopravvivenza e un ruolo all’interno dei circuiti divertentistici dell’industria dell’intrattenimento. Il focus di Ventura è dichiaratamente ristretto ai wannabe laureat e metropolitani, quando la realtà che descrive colpisce in verità tutti i 30enni italiani, anche quelli con la terza media e che abitano a Castel Sant’Elia. Nella definizione di classe disagiata, la grande confusione di Ventura sta nel fatto di mischiare 4 fattispecie sociali di trentenni (anzi tre le dimentica a proposito). Fattispecie numero 1 il wannabe che tarda deliberatamente a inserirsi nel mondo del lavoro, vive a casa con i genitori fin quasi alle soglie della pensione e costituisce oggettivamente un peso per la società (figura tipica di aree metropolitane). Fattispecie numero 2 Quello che è stato costretto a studiare perché era bravo a scuola, ma non era inserito nei circuiti che contano ed è costretto a marcire nella disoccupazione, perché i genitori non possono imbucarlo in qualche posto garantito o perché è troppo bravo e preparato (o meglio è troppo retrogrado il tessuto economico in cui vive). Si parla di figure difficilmente assorbibili sia con lavori impiegatizi che con lavori umili. È quello che ha sicuramente più risentimento, e  può decidere di continuare o meno nella coltivazione delle sue velleità culturali. Fattispecie numero 3 Il plurilaureato che di fronte al fatto che mai sarebbe stato assunto per fare lo storico dell’arte, si è adattato a fare il cameriere per partecipare comunque al circuito bovarista e divertentistico, e tutto sommato ci è riuscito. Una figura che potrebbe quasi essere un sottogruppo della prima fattispecie. Fattispecie numero 4 il diplomato o il terzamedista che vuole comunque partecipare alla generazione di plusvalore artistoide e divertentista ma che comunque ha difficoltà a trovare un lavoro che gli permetta di stabilizzarsi. La società stimola anche loro nella produzione artistica, ma Ventura se ne dimentica. Il primo gruppo voleva bovarizzarsi, il secondo, il terzo e il quarto ne sono stato costretti ma tutto sommato lo hanno accettato di buon grado. A tal proposito come sostiene il filosofo Claudio Bazzocchi in un recente intervento sul suo profilo facebook “il mondo del compromesso socialdemocratico tra capitale e lavoro è stato rifiutato dai ceti subalterni in nome di una vita meno costretta dai rigidi schemi del welfare e del capitalismo societario e quindi più creativa, più libera a partire dal luogo di lavoro. Giusto, sbagliato, vero, non vero, questo è stato il sentimento che ha trovato nelle promesse del neoliberalismo una risposta che continua a essere tuttora egemonica nell’immaginario di milioni di persone.” La seconda critica che posso fare al saggio di Ventura è la supina accettazione della deindustrializzazione italiana iniziata 25 anni fa, dello status quo, irrorata di critica al keynesisimo e alla programmazione economica primorepubblicana. Non viene mai citata la “vicenda” mediatico giudiziario di Tangentopoli, e francamente non si può parlare di crisi economica italiana senza un’attenta ed eretica analisi delle vicende di Mani Pulite. Ventura accetta lo status quo e se ne compiace. Non risponde sufficientemente sui motivi per cui i posti sono sempre meno, o meglio fornisce una sua interpretazione, e si focalizza sui lavoratori culturali, dimenticando completamente i lavoratori manuali, i quali con la filosofia user generated content di massa fanno parte ormai anche loro del circuito di produzione culturale. Pur spiegando le motivazioni per cui i produttori culturali di successo sono una casta arroccata come non mai (nonostante la molteplicità degli attacchi alla cittadella), e lo fa giustamente sviscerando i meccanismi della platform economy (che è modello di business di Amazon Air BnB, Uber), non pone l’accento sui loro meccanismi di cooptazione ossia su come si può entrare a far parte di quel giro. Ventura fa una critica spietata, che secondo me è il vero punto di forza della trattazione, dei motivi sovrastrutturali della crisi culturale che ha portato alla nascita della classe disagiata. Fattori, che nella mia modesta interpretazione, sono anche la base sovrastrutturale dell’accettazione da parte dei ceti subalterni della deidustrializzazione del Paese. Ventura mette all’indice la mentalità sessantottina della morte dell’autorità, dell’indisciplinatezza come virtù, della negazione della finitezza e della complicatezza dell’uomo per cui basta la tecnica a sanare le contraddizione umane e politiche dei popoli. Ottimo anche il focus sull’educazione di noi nati negli anni ‘80, trattati come bambini che possedevano aprioristicamente dei caratteri speciali, sulla corsa all’autorealizzazione del sé, sul non accontentarsi mai. A questo si aggiunge la critica durissima e necessaria …

Intervista a Rino Formica

Scritto da Aldo Giannuli. Postato in Le analisi, Politica interna La destra europea, in tutte le sue espressioni, appare all’attacco ed unita, mentre la sinistra procede in ordine sparso ed è in ripiegamento: cosa succede? La destra nelle società moderne è sempre viva. La sinistra deve sempre rinascere. La destra è un elemento costitutivo della realtà esistente nella società. La sinistra è una manifestazione della volontà di gruppi e di forze della società per un cambio dell’esistente. La destra è sempre unita perché tutela l’esistente. La sinistra è divisa perché diverse sono le visioni per la costruzione di un futuro. Per la destra l’elemento unificante è nelle cose. Per la sinistra l’unità è ricerca e mediazione al suo interno. La forza attuale della destra è nella incapacità della sinistra a trovare il baricentro di una nuova costruzione delle comunità nazionali e sovranazionali. E’ Renzi l’omologo di Berlusconi a sinistra? 

Tra Renzi e Berlusconi vi sono molti punti in comune. Tutti e due ritengono che siano superate le grandi culture che condizionarono il conflitto sociale e politico nella costruzione delle democrazie moderne. Tutti e due ritengono: 1)-che il potere sia indivisibile e quindi unificabile sotto una guida illuminata; 2)-che le istituzioni rappresentative debbano essere funzionali all’esercizio del potere esecutivo; 3)-che le disuguaglianze sociali siano attenuate dalla carità pubblica. La differenza tra Berlusconi e Renzi, riguarda invece la diversità delle platee a cui si rivolgono. Berlusconi parla al moderatismo di massa; Renzi, invece, guarda alle tradizionali forze popolari approfittando della stanchezza generata in loro, dalle grandi paure per l’incerto futuro. Paradossalmente Berlusconi è un conservatore con venature liberaldemocratiche, mentre Renzi, come il suo recente riferimento dimostra, è simile a de Maistre, massone monarchico, cattolico reazionario, negatore di ogni Costituzione dello Stato moderno e avversario dichiarato della Rivoluzione francese. Come valuti i rischi connessi al recente referendum in Veneto e Lombardia? Per valutare i rischi di questi Referendum bisogna tenere d’occhio l’evoluzione/involuzione del sistema politico. Se la degenerazione istituzionale in atto dovesse proseguire, è fatale che l’autonomismo degeneri in secessionismo. Che differenze ed analogie vedi fra la crisi del sistema politico del 1992-93 e quella attuale? La differenza tra il ’92 e il ’93 è notevole. Venticinque anni fa il sistema istituzionale politico era intaccato e non era imploso. Dopo venticinque anni di accettazione passiva da parte dei partiti residuali della 1° Repubblica e dei partiti novisti di una falsa rivoluzione moralistica, il sistema democratico-parlamentare si è disfatto. La discussione e le votazioni sulla legge elettorale in corso, non segnano la fine del parlamentarismo democratico, ma provocano nella opinione pubblica una pericolosa convinzione: il Parlamento è un Ente inutile. dal Blog di Aldo Giannuli

Besostri: “Il Rosatellum 2.0? Un’altra legge truffa incostituzionale”

intervista a Felice Besostri di Giacomo Russo Spena “Col Rosatellum 2.0 stanno partorendo l’ennesima legge elettorale anticostituzionale”. Felice Besostri, classe ’44, è avvocato amministrativista, docente di diritto pubblico comparato ed ex Senatore dei Ds. In passato ha proposto ricorsi contro le leggi elettorali adottate per il Parlamento europeo e le regioni Lombardia, Campania, Umbria, Sardegna e Puglia. Ma, soprattutto, è stato protagonista dei ricorsi, parzialmente vinti, contro il Porcellum e l’Italicum. Ora, da rappresentante del coordinamento degli Avvocati Antitalikum, sta affilando le armi per la prossima battaglia giuridica, quella contro il Rosatellum 2.0. Il prossimo 12 dicembre la Corte stabilirà l’ammissibilità del ricorso. “Già l’aver chiesto la fiducia rende questa legge incostituzionale, la Consulta la riterrà incompatibile coi valori della nostra Carta”, afferma. Besostri, il Parlamento ha varato la terza legge elettorale consecutiva che verrà considerata incostituzionale? Siamo alla violazione dell’art 54 della Carta, il quale prevede che “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Qui, invece, non c’è limite alla decenza. In nessun altro Paese d’Europa sarebbe consentita una cosa del genere. Secondo l’editorialista del Corsera Aldo Cazzullo “lei è diventato un personaggio di culto come distruttore di leggi elettorali”. Si riconosce in tale affermazione? Oltre ad essere un avvocato, sono un socialista e mi sta a cuore la nostra Costituzione. La gente ha combattuto per ottenere questa Carta ed è giusto difenderla con ogni mezzo. Al di là che il Rosatellum è passato con il voto di fiducia, quali sono i punti incostituzionali? L’aspetto fondamentale è la violazione dell’art 48 della Costituzione che stabilisce che il voto debba essere segreto, libero, uguale e personale. Se tali caratteristiche del voto erano già negate con l’Italicum, ora lo sono negate in maniera persino maggiore. Il voto congiunto (tra collegio uninominale e liste per il proporzionale), le liste bloccate e le pluricandidature, sono questi gli altri elementi che vanno a minare i principi costituzionali? La prima e più importante ragione di incostituzionalità del Rosatellum 2.0 riguarda la impossibilità di esprimere la preferenza. I cittadini, in base alla nostra Carta,  hanno il diritto di scegliere i loro rappresentanti. Ma non sarà così: due terzi dei parlamentari, deputati e senatori, saranno nominati da capi-partito con liste bloccate. Inoltre, un’altra cosa grave: nel sistema misto, stabilito dal governo, non scorporano gli eletti con i voti presi all’uninominale. In poche parole, i consensi all’uninominale vanno ad incrementare, alterandola, la quota proporzionale. Però è stato tolto il premio di maggioranza, considerato incostituzionale dalla Consulta, che invece era previsto con l’Italicum. Non è un buon segno? Siamo ad una truffa, il premio di maggioranza c’è ma è nascosto. Il partito che ottiene la maggioranza relativa nei collegi uninominali, otterrà un premio nella parte proporzionale. A differenza dell’Italicum non è quantificabile, però esiste eccome. Ci faccia un esempio concreto, per far capire i lettori… In base ai sondaggi, il M5S è dato al 25% al proporzionale mentre nel complesso, in Parlamento, dovrebbe avere il 20% degli eletti perdendo così quel 5% di differenza che andrà al partito che otterrà più voti nella parte uninominale. Come lo chiama questo se non premio di maggioranza? Per il costituzionalista Gaetano Azzariti questa legge tradisce l’elettore “facendogli credere che si sono costituite delle alleanze mentre i partiti rimangono tra loro separati, tanto è vero che il giorno dopo le elezioni potranno liberamente concordare governi e maggioranze con i partiti di qualsiasi altra parte politica comprese quelle avversarie rispetto al voto espresso”. È d’accordo? Era così anche prima. È la combinazione tra voto congiunto e liste bloccate che porta questa legge fuori dall’alveo costituzionale. I parlamentari non rappresenteranno, infatti, la Nazione senza vincolo di mandato, come chiede l’art. 67 della Costituzione, ma chi li ha nominati. Praticamente, col Rosatellum 2.0 si decide di sacrificare la giusta rappresentanza con l’obiettivo di una stabilità di governo che non si raggiungerà. Si sacrifica inutilmente la rappresentanza. Il presidente Mattarella non dovrebbe firmare la legge? Già il fatto d’esser stata approvata col voto di fiducia, dovrebbe spingere Mattarella a non firmarla. Tra l’altro, l’unico modo per salvare questa legge elettorale consiste nel rimandarla alle Camere con alcune osservazioni. Il Parlamento potrebbe accogliere i suggerimenti di Mattarella modificandola sotto alcuni aspetti per renderla costituzionale. E se Mattarella la promulgherà? Verrà ricordato come il Presidente della Repubblica che ha avallato un’ennesima truffa per gli italiani. Spero vivamente che la legge verrà bocciata dalla Consulta. Del Tedeschellum cosa ne pensava? Senza l’inserimento del voto disgiunto, era anticostituzionale. Mentre la soglia di sbarramento, se identica sia alla Camera che al Senato, può essere compatibile con la nostra Carta. Nel Porcellum, invece, era prevista la follia di soglie differenti per i due rami del Parlamento. In passato Lei si è schierato a favore di un sistema proporzionale. Solo questo è compatibile con la nostra Carta? Essendo un difensore della Costituzione, sono favorevole al proporzionale perché i nostri Padri costituenti avevano stabilito la forma parlamentare e questo sistema elettorale. Ma, attenzione, il proporzionale non è il solo legittimo: ho già ribadito più volte, ad esempio, che un sistema maggioritario, sul modello inglese ad esempio, sarebbe totalmente compatibile con la Costituzione. Nella sua crociata contro il Rosatellum 2.0, ha avuto rapporti con qualche partito? Nell’ultima audizione al Senato sono stato invitato a Palazzo Madama sia dal M5S che da Sinistra Italiana. Per un certo periodo sono stato anche candidato alla Corte Costituzionale in quota M5S, però resto un giurista e mi tengo alla larga dalla politica. I gruppi parlamentari facciano la loro battaglia contro il Rosatellum ed io la mia. Nel caso in cui la Corte non riterrà ammissibile il ricorso, sta pensando ad altri strumenti? C’è un altro organo dello Stato a cui appellarsi che è il “popolo sovrano” e capire se c’è o meno conflitto di attribuzione. In base alle recenti sentenze della Corte di Cassazione (8878/2014) e della Consulta (1/2017 e 25/2017), in nuce la giurisprudenza dovrebbe elevare il livello di tutela riconoscendo al popolo sovrano cioè al corpo elettorale di …

Catalogna, nel cul di sacco spagnolo rischia di precipitare anche l’Unione europea

di Pierfranco Pellizzetti  Come i non sempre benevoli interlocutori di questi miei post hanno sovente rimarcato, la situazione spagnola tende a infliggermi profonde lacerazioni dell’anima. Nello scontro in apparenza insanabile tra Madrid e Barcellona. La difficoltà tanto a parteggiare per uno dei contendenti come ad accettare le facili semplificazioni che ci vengono proposte di quello che accade in un Paese dove ogni vicenda tende inevitabilmente a complicarsi, tingendosi del locale umor nero. Sarà perché la famiglia di mia nonna era valenciana, dunque con lo sguardo rivolto alla Castiglia, e contemporaneamente sono catalani alcuni degli amici da cui più ho appreso; a cominciare da Manuel Castells, personificazione di una terra orgogliosa e cosmopolita, repubblicana e anticlericale, tuttora uno dei luoghi più intelligentemente creativi del nostro continente. In sostanza, ad oggi siamo davanti al classico cul di sacco, in cui hanno cacciato le comunità che pretenderebbero di rappresentare non due leader, bensì una coppia di caricature delle rispettive storie patrie: da un lato il velleitario utopista pasticcione Carles Puigdemont, a cui ora non riesce l’azzardo di costruire la cattedrale dell’indipendenza che con ben altri materiali l’architetto visionariamente catalanista Antoni Gaudì aveva saputo edificare all’inizio del Novecento; dall’altro la spettrale figura dell’ottuso burocrate Mariano Rajoy, reincarnazione grottesca di Tomás de Torquemada e delle sue follie fanaticamente persecutorie. Tragiche macchiette di una vicenda che si è aggrovigliata fino a diventare viluppo inestricabile, reso vieppiù tale dai contributi di comprimari assolutamente inadeguati: con in testa re Filippo IV, che conferma l’endemica quanto proterva insipienza politica dei Borbone (eccezion fatta per il comportamento di suo padre durante il mancato colpo di Stato del tenente colonnello Tejero) e la vice premier Soraya Sanchez de Santamaria, perfetta rivisitazione di Crudelia Demon. Quadro cupo, intriso degli umori autodistruttivi di questa terra di contrasti, dove il nero carbone dei suoi tori si staglia contro le luci abbaglianti della solarità, il giallorosso degli stendardi. E la passione sovrasta la ragione, mentre sullo sfondo avanza il simbolo letterario di una meravigliosa inconcludenza retroversa: Don Quijote a cavallo di Ronzinante. Sicché vale ben poco fare appello agli interessi, ricordando agli uni che Barcellona rappresenta larga parte del Pil spagnolo e agli altri che la Catalogna, terra di capitalisti e operai, ha potuto lucrare a lungo di vantaggi monopolistici nei mercati dell’ecumene di lingua spagnola: quando il sentimento acceca il raziocinio la storia rischia di finir male. Una conclusione disastrosa destinata a dilagare ben oltre i perimetri attuali, investendo l’intero assetto europeo; il concerto di governanti, interessati esclusivamente a mantenere la propria presa miope sugli Stati di provenienza, così bene rappresentati da quell’Angela Merkel a cui – come ha scritto Jürgen Habermas – “le prospettive sono state sempre estranee”. Quei politicanti tremebondi e avidi, che nella vicenda spagnola hanno visto soltanto il pericolo di un precedente, a rischio di riverberarsi sui separatismo latenti in casa d’ognuno di loro (la Corsica per la Francia, la Scozia per l’Inghilterra e così via). Calcolo appunto miopissimo, quando ormai appare evidente il problema che fa capolino dietro le sceneggiate tra Barcellona e Madrid: la sovranità corrisponde sempre meno allo Stato sovrano; alla faccia dei sovranisti nostrani e non solo. La grande sfida rimossa della costruzione europea, nata come intuizione di avanguardie e che potrà uscire dal suo – di cul di sacco – solo grazie a un grande sforzo di innovazione politica democratica. Roba non alla portata di Merkel e compari, che sperano di poter perseverare a tempo indefinito nel loro sonno intorpidente. Che, come disse uno spagnolo, è destinato a generare altri mostri. Fonte: Il Fatto Quotidiano

Opportunità di lavoro Concorsi negli enti locali: la nuova rassegna è online

Come di consueto la rassegna settimanale dei concorsi pubblici selezionati dalla Gazzetta Ufficiale. Gazzetta Ufficiale 4° Serie Speciale – Concorsi ed Esami n. 82 del 27.10.2017: COMUNE DI AMEGLIA CONCORSO (scad. 27 novembre 2017) Concorso pubblico, per titoli ed esami, per l’assunzione a tempo pieno e indeterminato di un agente di polizia locale – categoria C.1. (17E07892). COMUNE DI ATENA LUCANA CONCORSO (scad. 27 novembre 2017) Concorso pubblico, per esami, per l’assunzione a tempo indeterminato e parziale al 50% dell’orario settimanale d’obbligo (diciotto ore settimanali) categoria C, posizione economica C1, con il profilo professionale di istruttore di vigilanza – agente di polizia locale da destinare al settore polizia locale. (17E07975). COMUNE DI CAMPAGNANO DI ROMA CONCORSO (scad. 27 novembre 2017) Selezione pubblica per la copertura a tempo pieno ed indeterminato di un posto di categoria C profilo professionale istruttore tecnico nel Settore VI lavori pubblici – sicurezza – trasporti e demanio – manutentivo-ambiente – protezione civile. (17E07952). COMUNE DI CASTEL SAN PIETRO TERME CONCORSO (scad. 27 novembre 2017) Avviso pubblico per l’assunzione a tempo indeterminato di due istruttori direttivi servizi tecnici categoria D1 con riserva per una assunzione ai sensi dell’articolo 1014 del decreto legislativo n. 66/2010 presso l’area tecnica – Servizio urbanistica edilizia e paesaggio. (17E07891). COMUNE DI CODOGNO CONCORSO (scad. 27 novembre 2017) Concorso pubblico, per titoli ed esami, per la copertura di un posto a tempo indeterminato di istruttore amministrativo contabile – categoria C, posizione giuridica di accesso C1 – settore economico finanziario – a tempo pieno trentasei ore settimanali. (17E07950). COMUNE DI FARRA DI SOLIGO CONCORSO (scad. 4 dicembre 2017) Integrazione e proroga dei termini del concorso pubblico, per esami, per la copertura a tempo pieno ed indeterminato di un posto di collaboratore amministrativo – categoria B1 – area amministrativa, riservato alla categoria dei disabili ai sensi dell’articolo 1 della legge n. 68/1999. (17E07949). COMUNE DI GHILARZA CONCORSO (scad. 27 novembre 2017) Integrazione e riapertura dei termini di partecipazione al bando di concorso, per titoli ed esami, per l’assunzione a tempo pieno e indeterminato di un posto di istruttore direttivo tecnico categoria D1 da assegnare all’ufficio tecnico. (17E07917). COMUNE DI MACOMER CONCORSO (scad. 27 novembre 2017) Concorso pubblico, per titoli ed esami per la copertura di un posto di istruttore tecnico, categoria giuridica C a tempo pieno e indeterminato. (17E07876). COMUNE DI MACOMER CONCORSO (scad. 27 novembre 2017) Concorso pubblico, per titoli ed esami per la copertura di un posto di istruttore direttivo contabile, categoria giuridica D1 a tempo pieno e indeterminato. (17E07877). COMUNE DI MATERA CONCORSO (scad. 27 novembre 2017) Selezioni pubbliche per la copertura di posti disponibili a tempo determinato (17E07976). COMUNE DI PIACENZA CONCORSO (scad. 13 novembre 2017) Selezioni per la copertura di posti di dirigente (17E08011). COMUNE DI PORTO SANT’ELPIDIO CONCORSO (scad. 27 novembre 2017) Selezione pubblica per la copertura di un posto vacante in organico di dirigente, Q.U.D. Area 1 Servizi alla persona e alla comunita’ – coordinatore d’ambito territoriale sociale. (17E07956). COMUNE DI SAN MICHELE AL TAGLIAMENTO CONCORSO (scad. 15 novembre 2017) Concorso pubblico, per soli esami, per la copertura di un posto a tempo pieno e indeterminato di agente di polizia locale categoria C – contratto collettivo nazionale di lavoro regioni ed enti locali, presso il Corpo di polizia locale. (17E07895). COMUNE DI SORRENTO CONCORSO (scad. 27 novembre 2017) Concorso pubblico, per titoli ed esami, per la copertura di un posto di dirigente area tecnica con rapporto di lavoro a tempo pieno e indeterminato. (17E07951). COMUNE DI SPELLO CONCORSO (scad. 30 novembre 2017) Concorso pubblico, per titoli ed esami, per la copertura di un posto a tempo pieno ed indeterminato di collaboratore tecnico con profilo professionale di autista macchine operatrici complesse – MOC – categoria B – posizione economica B3, area manutenzione appalti e OO.PP. (17E07873). COMUNE DI TIGGIANO CONCORSO (scad. 27 novembre 2017) Concorso pubblico, per titoli ed esami, per la copertura di un posto a tempo indeterminato part-time (venti ore settimanali) di istruttore direttivo amministrativo, categoria D, posizione economica D1, area amministrativa. (17E07890). UNIONE DEI COMUNI DEL BEIGUA CONCORSO (scad. 27 novembre 2017) Concorso pubblico, per esami, per la copertura di un posto di assistente sociale categoria D1 a tempo pieno e indeterminato. (17E07953). UNIONE COMUNI PIANURA REGGIANA CONCORSO (scad. 27 novembre 2017) Selezione pubblica, per esami, per la copertura di un posto di istruttore culturale di categoria C a tempo pieno e indeterminato presso il Comune di San Martino in Rio. (17E07955). UNIONE TERRA DI MEZZO CONCORSO (scad. 15 novembre 2017) Avviso di proroga, a seguito di integrazione, del termine del bando di concorso pubblico, per esami, per l’assunzione a tempo indeterminato di una unita’ di personale nel profilo professionale di istruttore direttivo – categoria D1, da assegnare all’area amministrativa e finanziaria. (17E07896). Gazzetta Ufficiale 4° Serie Speciale – Concorsi ed Esami n. 81 del 24.10.2017: COMUNE DI ALBA CONCORSO Concorso pubblico, per esami, per la copertura di un posto a tempo indeterminato di istruttore direttivo tecnico categoria D, posizione economica D.1 a tempo pieno (trentasei ore settimanali) presso la ripartizione Urbanistica e territorio. (17E07769). COMUNE DI ARESE CONCORSO (scad. 23 novembre 2017) Concorso pubblico, per soli esami, per l’assunzione a tempo indeterminato di un istruttore amministrativo contabile – part-time 66,67% (ventiquattro ore settimanali) – presso area legale, culturale, sportiva e tempo libero – categoria C – trattamento tabellare iniziale C1. (17E07774). COMUNE DI BELLUSCO CONCORSO (scad. 23 novembre 2017) Selezione pubblica, per titoli ed esami, per l’assunzione a tempo determinato (dodici mesi) e pieno di un istruttore amministrativo-contabile – categoria C, posizione economica C1, presso l’area finanziaria. (17E07772). COMUNE DI CAMPOSANTO CONCORSO (scad. 7 novembre 2017) Concorso pubblico, per esami, per la copertura a tempo indeterminato di due posti di istruttore amministrativo – categoria C – presso l’ufficio segreteria ed interventi economici di cui uno a tempo pieno ed uno a tempo parziale a diciotto ore settimanali. (17E07831). COMUNE DI CAPPELLA MAGGIORE CONCORSO (scad. 23 novembre 2017) Concorso pubblico per l’assunzione a tempo pieno ed indeterminato di un operaio altamente specializzato di categoria B3. (17E07746). COMUNE DI CARATE BRIANZA CONCORSO (scad. 24 novembre 2017) Concorso pubblico, per soli esami, per l’assunzione a tempo indeterminato e parziale (diciotto ore …

A proposito di Marcia su Roma

A proposito di Marcia su Roma e delle sue conseguenze, ricordiamo cosa accadde il 28 ottobre di 95 anni fa. Mussolini non vi partecipò, soprattutto perché non era sicuro che quella marcia avrebbe avuto successo, in quanto non sapeva ancora che il re non avrebbe firmato lo stato di assedio. Il re non firmò e i fascisti ebbero campo libero, anche se qualcuno di loro ci rimise la pelle perché ad alcuni reparti dell’Esercito la notizia arrivò tardi. I fascisti erano effettivamente tanti ma male armati, entrarono a Roma solo il 30, dopo che il re ebbe invitato Mussolini a formare un nuovo governo, si provò a tergiversare offrendogli una coabitazione con Salandra, ma il Duce rifiutò sdegnosamente ed accettò di andare a Roma solo previo invito telegrafico scritto di un delegato del re. Le forze della sinistra di allora restarono paralizzate, l’unica reazione si ebbe da parte di qualche gruppo sparso e minoritario di Arditi del Popolo, a Roma nel quartiere S. Lorenzo, tanto che lo stesso Nenni scriverà poi “non restava al partito socialista che galvanizzare, in un estremo tentativo di resistenza e di riscossa, le sue forze. Anche a battaglia ormai perduta, un atto di coraggio poteva salvare molte cose, poteva ad ogni modo lasciare il lievito di una rapida riscossa. Ma neppure di un estremo atto di fierezza e volontà ci mostrammo capaci” Dopo essersi insediato, il 16 novembre, Mussolini pronunciò un suo famoso discorso in cui, tra l’altro disse: “Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto. Gli avversari sono rimasti nei loro rifugi: ne sono tranquillamente usciti, ed hanno ottenuto libera circolazione. Ho costituito un governo di coalizione e non già con l’intento di avere una maggioranza parlamentare, della quale posso benissimo fare a meno; ma per raccogliere in aiuto della Nazione boccheggiante quanti, al di sopra delle sfumature dei partiti, la stessa Nazione vogliono salvare”. Dichiarazioni sprezzanti che però non impedirono alla maggioranza dei parlamentari, il giorno successivo, di votare la fiducia a Mussolini che la ottenne con 306 voti favorevoli, 116 contrari e 7 astenuti. Votarono contro solo comunisti e socialisti. Lo stesso quotidiano Avanti! che non era ancora stato imbavagliato del tutto, titolò a piena pagina: “Il censimento degli invertebrati alla Camera“, seguiva un articolo di fondo dal titolo “Dalla tragedia alla farsa“. E non era finita lì Il 25 novembre Mussolini chiese allo stesso Parlamento i pieni poteri, si discusse pochissimo e il voto fu ancora più schiacciante: 275 sì contro 90 no. Ricordiamo che in quel parlamento i fascisti presenti erano ancora solo 35. In pratica il Duce fu eletto dittatore “democraticamente”. Attenzione dunque ai “miracoli” della “dementocrazia“. Carlo Felici  

ESPERIENZE E PROSPETTIVE IN FRANCIA

di Gilles Martinet Nel maggio 1975, il Partito Socialista francese, per uscire dalla crisi del sistema capitalistico con un’alternativa di modello che desse centralità ai problemi del lavoro, approvava all’unanimità il socialismo dell’autogestione. Il punto di partenza era arrivare al potere con un programma comune alle altre forze della Sinistra, l’obiettivo dare centralità all’esperienza diffusa dell’autogestione pianificandola e ponendola in stretta relazione con gli enti locali, le regioni e il potere centrale; per arrivare a trasformare profondamente le strutture dello Stato e il governo dei processi del lavoro durante una legislatura. Qualche mese dopo, il grande socialista francese Gilles Martinet, scomparso qualche anno fa, in questo interessante articolo spiegava ai socialisti italiani impegnati in un importante dibattito sull’Alternativa socialista, le tesi del socialismo dell’autogestione portate avanti dal Partito Socialista francese. Oggi rileggerlo può essere utile a chi voglia costruire finalmente un’alternativa di modello in questo Paese, perché vi è delineato un metodo generale per realizzare delle politiche del lavoro più efficaci e più giuste, in quanto pensate dal basso attraverso la partecipazione diretta dei lavoratori alla gestione delle aziende e sostenute e pianificate dallo Stato. Marco Zanier   ESPERIENZE E PROSPETTIVE IN FRANCIA Perché la Francia è il paese in cui l’influenza delle idee dell’autogestione socialista, o meglio, diciamo, del“socialismo autogestito”, è oggi più forte? A questa domanda non si può che dare una risposta complessa. Innanzitutto, occorre ricordare che al principio del secolo il sindacalismo francese è sindacalismo di minoranza, ma rivoluzionario. Per i dirigenti e i militanti della vecchia Confederazione generale del lavoro (CGT) l’obiettivo è l’officina agli operai, la miniera ai minatori. Quei militanti sono operai altamente specializzati e pensano che non si possa essere rivoluzionari senza conoscere a fondo il proprio mestiere perché solo in questo caso è lecito sperare di prendere il posto del padrone. Lo sviluppo della grande industria meccanica e, in seguito, la prima guerra mondiale frantumano questo movimento. Qui come altrove, è l’organizzazione di massa centralizzata che risponde alle esigenze di una classe operaia, la quale risponde allo sfruttamento capitalista ma è turbata dal problema delle competenze. Essa non si sente capace di gestire direttamente delle imprese ormai divenute troppo vaste e complesse. Ed è appunto ai partiti con vocazione operaia che la classe operaia darà la sua fiducia per poter tentare un giorno di governare in nome proprio e nei propri interessi. La fiamma proudoniana, libertaria, svanisce ma la brace non è ancora del tutto spenta. Il fuoco si riaccenderà un mezzo secolo dopo in una delle tre organizzazioni sindacali francesi, la Confederazione francese democratica del lavoro (CFDT). E’ infatti la CFDT a parlare per la prima volta di autogestione nel 1968, anche se è vero che questa formula era già stata utilizzata l’anno avanti da due delle sue federazioni, quella della chimica e quella dei tessili. La ricomparsa del principio di autogestione nella CFDT non può essere separata dalle origini cristiane di tale sindacato. Esiste oggi in Francia un movimento socialista cristiano molto forte. Quello lo era assai meno, esso soffriva delle inibizioni  di fronte ai marxisti in genere e ai comunisti (o ex comunisti) in particolare e si sforzava di parlare il loro linguaggio. Ma nessuno si sente veramente a suo agio in un’identità presa in prestito. Così, nel suo processo di espansione, il movimento socialista-cristiano ha sentito il bisogno di definire una dottrina originale che non fosse necessariamente cristiana, poiché il movimento andava spogliandosi del suo carattere confessionale, ma che non si confondesse con quella delle organizzazioni tradizionali, cioè la dottrina della socialdemocrazia e del comunismo. Tuttavia, gli elementi che ho qui ricordati (cioè la ricomparsa di una vecchia tradizione sindacalista rivoluzionaria e l’evoluzione degli ambienti cristiani) non sono  elementi determinanti. Niente di importante sarebbe avvenuto se dal maggio del 1968 non fossero emerse rivendicazioni e nuove forme di lotta. Queste rivendicazioni e queste lotte non costituiscono un fenomeno puramente francese. Queste rivendicazioni e queste lotte non costituiscono un fenomeno puramente francese. Le ritroviamo  in tutta l’Europa industriale e direi che, su questo piano, l’Italia è stata teatro di battaglie di ben altra ampiezza rispetto a quelle combattute in Francia. Il “Joint francais”, LIP, Rateau, le Nouvelles Galeries de Thionville, Manuest, eccetera, sono stati avvenimenti spettacolari e, a mio avviso, molto significativi, ma non rappresentano che una parte delle lotte di rivendicazione. Comunque, qui come altrove, la contestazione delle condizioni di lavoro, il rifiuto dei vecchi metodi di direzione, di comando e di gestione, la volontà di controllo, la gestione democratica delle lotte hanno mostrato la loro forza durante gli ultimi sei o sette anni. E queste lotte costituiscono lo sfondo del quadro sul quale si sono andate affermando le idee dell’autogestione. A tutto ciò occorre aggiungere un altro fenomeno, di cui si parla meno volentieri, a che è l’evoluzione di una non trascurabile parte dell’intellighenzia tecnica, la quale non accetta più la monarchia padronale. Nel maggio del 1968 la maggior parte delle imprese, in cui sono stati realmente impostati i problemi di gestione, sono delle aziende che contano dal 25 al 50 per cento di quadri, di ingegneri, di ricercatori e di tecnici: industrie elettroniche, uffici di studio, laboratori medici, eccetera. Non vi è dubbio che gli strati tecnici si trovano in una situazione ambigua. Essi forniscono al capitalismo i suoi migliori manager e al socialismo dell’autogestione una buona metà dei suoi teorici. Questa è la realtà di cui si deve tener conto. A tutte queste ragioni, infine, aggiungo la trasformazione del Partito socialista francese. Il suo declino è stato terribile e il cambiamento gli si è imposto come una questione di vita o di morte. Ma il cambiamento è stato possibile solo in quanto il vecchio partito ha accettato l’innesto di quella nuova sinistra che si era formata nel corso degli anni ’60 e che nel 1968 aveva quasi unanimemente aderito alle tesi dell’autogestione. Noi abbiamo dunque una corrente “autogestionista” costruita prima dalla CFDT e dal PSU (Partito socialista unificato), poi dalla CFDT e dal Partito socialista che è oggi- sul piano elettorale- il più …

BRESCELLO, IL CINEMA E ANGELO RIZZOLI: MOSTRA FOTOGRAFICA SUL MONDO PICCOLO CINEMATOGRAFICO NEGLI ANNI ’50-‘60

Dopo 6 anni dalla prima esposizione, la Fondazione “Paese di Don Camillo e Peppone” ha pensato di riproporre al pubblico, ai visitatori, agli amanti del cinema, la mostra fotografica dedicata all’editore e produttore Angelo Rizzoli. Si tratta di una raccolta di 35 scatti provenienti dall’archivio storico RCS di Milano, materiali utilizzati da rotocalchi e riviste degli anni 50’ e 60’, nelle quali sono documentati numerosi incontri di Rizzoli con personalità del mondo dello spettacolo, del cinema, della cultura e della società italiana dell’epoca. Le immagini proposte testimoniano la ricchezza dei contesti e delle relazioni che il patron milanese intratteneva nella sua prolifica attività, nonché il ruolo illuminato che i produttori rivestivano a quel tempo nella promozione della cultura, nell’investimento verso il cinema, spesso con scelte innovative e coraggiose. Non a caso il nome di Rizzoli, attraverso la celebre casa “Cineriz”, accompagna la produzione di film non ortodossi, colti e complessi, che hanno poi fatto la storia del cinema mondiale, come “Deserto Rosso” di Michelangelo Antonioni e “La Dolce Vita” di Federico Fellini, due pellicole dirompenti che segnarono forse la fine delle illusioni del boom economico e, per certi versi, della Commedia all’Italiana di quella fortunata stagione. A Brescello Rizzoli viene però soprattutto ricordato con affetto e gratitudine per il contributo che diede alla prosecuzione delle produzioni cinematografiche su Don Camillo e Peppone. Dopo gli intramontabili film firmati da Julien Duvivier, nel 1955 produsse infatti “Don Camillo e l’Onorevole Peppone” e nel 1961 “Don Camillo monsignore… ma non troppo”, lasciando indelebili memorie nel paese, nonché testimonianze concrete nel paesaggio locale, che possiamo ammirare ancora oggi. Basti solo pensare al protiro della Chiesa di Santa Maria Maggiore – la Chiesa del paese e del Cristo parlante, insomma – edificato appositamente per il film del 1955. Le cronache raccontano anche fatti curiosi. Pare che Rizzoli si recasse molto volentieri a Brescello, poiché apprezzava molto i film, e aveva un debole per Guareschi. “…al contrario non l’ho mai visto sul set di “La dolce vita” di Fellini”, così raccontò l’attrice Valeria Ciangottini (interprete di “Don Camillo Monsignore…ma non troppo”). Così, insieme a Rizzoli, perennemente con la sigaretta in bocca, in queste foto possiamo incontrare gli amati Gino Cervi e Fernandel, come tutta una schiera di spalle e comprimari d’eccezione. Ma anche Walter Chiari, Gina Lollobrigida, lo stesso Fellini, Montanelli, Rosi, personaggi di spicco della politica e delle istituzioni, quali Fanfani e De Gasperi. Le immagini sono corredate da didascalie composte con l’aiuto dell’Archivio RCS, che nel 2011 concesse il materiale alla Fondazione di Brescello e, nel quadro d’insieme, mettono in scena quel “dietro le quinte” delle opere cinematografiche, quel mondo di relazioni e contatti del mondo dello spettacolo che permise la realizzazione di grandi capolavori e di momenti d’eccezione del costume italiano. La mostra, aperta al pubblico dal 6 agosto 2017 al 7 gennaio 2018, vuole anche porsi come preludio al 2018, prossima occasione per il ricordo della nascita, nel 1908, e della morte, nel 1968, di Giovannino Guareschi, per tornare a sottolineare anche il sottile rapporto che si venne a creare tra l’autore dei personaggi delle novelle e dei film e di colui che ha contribuito a rappresentarli sul grande schermo, tra lo scrittore e vignettista di Fontanelle e l’editore del Candido e del Bertoldo. L’allestimento è stato realizzato in collaborazione con il Centro Documentazione RCS Periodici, che ha concesso l’uso delle foto, con il prezioso aiuto di Ezio Aldoni, Virginio Dall’Aglio e con l’Associazione Pro-Loco di Brescello, ed è un’iniziativa complementare al sistema museale locale dedicato non solo al “Mondo Piccolo” dei film, ma anche al territorio della bassa, all’area del Po, alla storia e alle tradizioni emiliane di questo angolo di pianura padana. ———————————————————– Angelo Rizzoli (Milano, 31 ottobre 1889 – Milano, 24 settembre 1970) iniziò giovanissimo come tipografo, da prima in orfanotrofio, poi mettendosi in proprio, costituendo una ditta che nel 1911 prese il nome di “A.Rizzoli &C”. Arruolato dalla Grande Guerra si congedò nel 1917 e ritornò a Milano. Qui conobbe l’editore Calogero Tumminelli, che lo introdusse nel campo dell’editoria. E soprattutto, trascorso un decennio, lo convinse a rilevare alcune riviste d’epoca della Mondadori – tra cui Il Secolo Illustrato e La Donna, primo periodico femminile nella storia editoriale italiana – che attraversava grandi difficoltà finanziarie. Nel 1929 la ditta diventò società di capitali, incrementando fatturato e aumentando la propria offerta con altre testate: Novella, Annabella, Bertoldo, Candido, Omnibus, Oggi e L’Europeo. Dal 1929 iniziò anche la pubblicazione di libri e numerose collane, in particolare i romanzi classici della BUR (Biblioteca Universale Rizzoli), e un trentennio di progetti e investimenti variegati nel campo dell’editoria. Sposato con Anna Marzorati (1890-1976), dalla quale ebbe tre figli, iniziò poi ad occuparsi di attività cinematografiche, creando la celebre casa di produzione CineRiz, ampliando enormemente il proprio giro d’affari e consentendo la realizzazione di film pietre miliari della cinematografia italiana e internazionale, tra cui Francesco, giullare di Dio di Roberto Rossellini (1950), Umberto D. di Vittorio De Sica (1952), La dolce vita (1960) e 8½ (1963)di Federico Fellini, La contessa scalza di Joseph L. Mankiewicz (1954), Puccini, di Carmine Gallone (1953), Deserto rosso, di Michelangelo Antonioni (1964), Don Camillo e l’Onorevole Peppone di (1955) e Don Camillo monsignore… ma non troppo (1961) di Carmine Gallone Ottenne il titolo di Cavaliere del lavoro e, il 6 aprile 1967, il titolo di Conte dall’ex re d’Italia Umberto di Savoia, in esilio a Cascais. Morì nel 1970. ————————————————————— ORARI DI APERTURA Fino al 7 gennaio 2018 – da martedì a venerdì 9.30-12.30 / 14.30-17.30 – sabato, domenica e festivi 9.30-12.30 / 14.00-18.00 – chiuso il lunedì INGRESSO LIBERO Per informazioni Ufficio Turistico 0522/482564 – visitbrescello.it   CURIOSITA’ Giovanni Faraboli Tra giugno 1940 e il 23 dicembre1941 è stato rappresentante (vedi alla voce segretari) del PSI per la “Federazione del Sud-Ovest”. Lo scrittore Giovannino Guareschi, si è ispirato a lui per la creazione del personaggio letterario di Peppone.  

ORIANA FALLACI INTERVISTA SANDRO PERTINI

L’uomo non ha bisogno di presentazioni. Si sa tutto su Sandro Pertini, presidente della Camera. Si conosce il suo bel passato di antifascista condannato all’ergastolo e a morte, il suo bel presente di socialista privo di fanatismi e di dogmi, il suo coraggio, la sua onestà, la sua dignità, la sua lingua lunga. Nessun segreto da svelare su questo gran signore che della libertà ha fatto la sua religione, della disubbidienza il suo sistema di vita, del buon gusto la sua legge. Nessuna scoperta da annunciare su questo gran vecchio dilaniato dalle dolcezze e dai furori, collerico, impertinente, elegante di dentro e di fuori, con quelle giacche sempre impeccabili, quei pantaloni sempre stirati, quel corpo minuto, fragile, che nemmeno le legnate degli squadristi riuscirono a frantumare. È noto che ama la moglie, i quadri d’autore, le poesie, la musica, il teatro, la cultura, che è un uomo di cultura e uno dei pochissimi politici di cui possiamo andar fieri in Italia. È anche un uomo che ha tanto da dire, senza esser sollecitato. Infatti non si intervista Sandro Pertini. Si ascolta Sandro Pertini. Nelle sei ore che trascorsi con lui, sarò riuscita sì e no a piazzare quattro o cinque domande e due o tre osservazioni. Eppure furono sei ore di incanto. SANDRO PERTINI. Sicché gli ho detto: «Senta, la politica se non è morale non m’interessa. Io, se non è morale, non la considero nemmeno politica. La considero una parolaccia che non voglio pronunciare». E lui: «Ma caro Pertini! In politica, fare i morali è un’ingenuità!». E io: «Senta, mi dia pure del sentimentale o dell’ingenuo. Tanto non me ne offendo, per me anzi è un onore. Ma non esiste una moralità pubblica e una moralità privata. La moralità è una sola, perbacco, e vale per tutte le manifestazioni della vita. E chi approfitta della politica per guadagnare poltrone o prebende non è un politico. È un affarista, un disonesto». Gli ho detto proprio così, cara Oriana, e aggiungo: se li esamina bene, questi che affermano in politica essere onesti è un’ingenuità, scopre che sono disonesti anche nella vita privata. Ladri di portafogli. Oh, la politica io l’ho sempre vista come una missione da assolvere nell’interesse del popolo, al servizio di una fede. L’ho scelta come una fede, come un lavoro, nello stesso spirito dei preti che dicono «Sacerdos sum in aeternum». Lo capiva anche mia madre. Mia madre non condivideva le mie idee: era una cattolica, lei, una credente. Però era fiera di me e ripeteva: «Ah, se il mio Sandro fosse stato un soldato di Cristo, che bel soldato di Cristo sarebbe!». E aveva ragione. Perché io non avrei fatto il parroco o il cardinale. Avrei fatto il missionario, il…   ORIANA FALLACI. Non a caso c’è quella sua frase: «Se mi volto a guardare la strada che ho percorso, posso dire di aver speso bene la mia vita». Sì. E posso dirlo in coscienza, Oriana. Io ho fatto una scelta da giovane e, se per un prodigio tornassi indietro, rifarei la stessa scelta. Perché era una scelta giusta. Vede, io di solito non vado ai ricevimenti. Preferisco stare con mia moglie, la sera, o leggermi un libro o recarmi a teatro. Ma a volte capita che debba andare ai ricevimenti e allora vedo quei professionisti ricchi e provo una tale pena per loro. Hanno conquistato il denaro, sì. Hanno conquistato il successo e il potere. Eppure sono frustrati perché si sono accorti di aver avuto una vita vuota. Non vorrei essere al posto loro quando viene l’ora dei lupi. Ingmar Bergman la chiama l’ora dei lupi, cioè l’ora antelucana, l’ora in cui ci troviamo soli anche se accanto c’è la compagna della nostra vita, e non possiamo mentire a noi stessi. La mia ora dei lupi è alle cinque del mattino, quando mi sveglio magari per riaddormentarmi, e nella penombra analizzo ciò che ho fatto il giorno prima. Ne esce un esame di coscienza che si allunga nel tempo, nel passato, e deve credermi, Oriana: non ci trovo errori. Oh, non che possa negare d’aver commesso errori. Chi cammina talvolta cade. Solo chi sta seduto non cade mai. Però i miei errori sono frange che invariabilmente nascono dal mio caratteraccio. Non sono errori sostanziali. Il mio caratteraccio… Sono sempre stato un passionale, un impetuoso. Anche da giovane e prima di finire in carcere, sa? Non posso darne la colpa al carcere, alle sofferenze, e anzi ora son migliorato. Questa mia carica, se non altro, ha servito a imbrigliare un poco le mie impazienze. A impormi un po’ di self-control. Oh, quante persone ho investito con le mie ire improvvise, i miei atteggiamenti rigidi, le mie interruzioni! Compagni di partito, colleghi. Perfino come presidente della Camera, sa? Chi è stato investito da me non immagina certo quanto me ne rammarichi, quanto me ne sia sempre rammaricato. A mia discolpa posso dire soltanto che la mia passionalità è sempre stata morale e non fisica, la mia violenza è sempre stata verbale e non materiale. Non ho mai fatto a pugni. Ho preso tante legnate dai fascisti e non gliele ho mai restituite. E sebbene ritenga giusto che un uomo di fede abbia violenze perché, quando una cosa è stonata, l’uomo di fede deve dirlo con violenza, dopo me ne dispiace. Così all’ora dei lupi brontolo: accidenti, ho fatto male a lasciarmi trascinare dall’ira con quel mio compagno, con quel mio collega. Oggi gli offro un caffè e cerco di farmi scusare. Io sono umano, Oriana. Ecco perché sono un cattivo politico. Un cattivo politico? Sì. In politica bisogna essere freddi, bisogna essere cinici. Io non sono né freddo né cinico e di conseguenza… Le racconto una cosa sola. Nel 1929 mi denunciò un fascista: Icardio Saroldi. Mi riconobbe per strada, mi fece seguire, arrestare, e fu in quell’occasione che rimasi dentro quindici anni. Tutta la mia giovinezza, cara Oriana. In carcere ci sono andato coi capelli neri e ne sono uscito coi capelli grigi. Ebbene, nel 1945, …