L’ECCIDIO DI MARZAGAGLIA

Il primo luglio del 1920, in pieno biennio rosso, si consumava la strage di Marzagaglia di Gioia del Colle che si può definire la Portella della Ginestra pugliese, anche se maturata in un contesto storico differente. La polizia e l’esercito spararono su uomini e donne inermi per difendere gli agrari.

Quasi cento anni fa, il primo luglio del 1920, Gioia del Colle fu scossa da una strage di inaudita violenza. Si era nel pieno del «biennio rosso» alimentato dalle promesse non mantenute di dare la terra ai braccianti affamati e disoccupati tornati dalle trincee della Grande Guerra, e inasprito – a Sud, e soprattutto in Puglia – da nuove forme di rivendicazione: i contadini si recavano su un terreno, spesso incolto, lo lavoravano e alla fine della giornata pretendevano un compenso. Contro queste azioni si scatenò in quegli anni una violentissima repressione, oggi del tutto dimenticata. Basta rileggere le cronache dell’epoca per capire come quasi ogni giorno – nel Tavoliere, nelle Murge, in Salento, e in Sicilia, Lucania, Calabria, così come nella Pianura Padana – la polizia e l’esercito sparassero su uomini e donne inermi per difendere gli agrari, o, in alcuni casi, per difendere i mezzadri dei grandi latifondi che si trovano spesso in prima linea in quel cruento conflitto di classe: ex braccianti a loro volta, che pretendevano e volevano «ordine» più degli stessi proprietari.

Il socialismo e il movimento dei lavoratori (come testimoniano le biografie di Peppino Di Vittorio) sono nati nelle campagne pugliesi non meno che in quelle romagnole. Così come, in fortissima contrapposizione, il fascismo agrario ha avuto nelle stesse lande uno dei suoi laboratori di incubazione. Ma torniamo a Gioia del Colle, e al primo luglio di novant’anni fa. Alcune decine di braccianti avevano lavorato alla pulitura della vigna a Marzagaglia, una contrada tra Gioia e Castellaneta, presso la masseria della famiglia Girardi. Quel giorno i braccianti furono attirati dalla promessa di un lavoro retribuito. Ma a fine giornata, raccolti nell’aia per ottenere il pagamento, si ritrovarono inaspettatamente vittime di una «punizione esemplare». Dal tetto della masseria, dalle feritoie, dai balconi furono presi a fucilate. E coloro che riuscirono a scappare da quel cortile di morte, furono raggiunti e finiti a freddo da uomini a cavallo, anche a due-tre chilometri di distanza dall’epicentro delle prime raffiche. Alla fine si contarono sei morti: Pasquale Capotorto, Vito Falcone, Vincenzo Milano, Rocco Montenegro, Rocco Orfino, Vitantonio Resta. Vitantonio aveva solo sedici anni.

La particolarità della strage di Marzagaglia non è tanto nel numero dei morti (purtroppo consueto all’epoca), quanto nella sua organizzazione. A sparare sui lavoratori inermi, non fu l’esercito e non fu neppure lo squadrismo che sarebbe nato successivamente. Furono direttamente alcuni proprietari e alcuni mezzadri del paese, che raccoltisi in gran numero nella masseria gioiese, e stretto tra loro una sorta di «patto di sangue» ancestrale e pre-politico, decisero di far da soli. Nel suo carattere di violenza assoluta, non mediata, costituisce quasi un caso studio. La reazione popolare all’eccidio fu scomposta e disperata, a stento contenuta dal Partito socialista e dalla Camera del lavoro. Furono creati dei posti di blocco improvvisati, e il 2 luglio – in risposta alle violenze del giorno prima – furono ammazzate tre persone che si riteneva legate all’iniziativa degli agrari. Poi arrivò l’esercito a ristabilire l’ordine. Per i funerali dei contadini uccisi, un lungo corteo funebre attraversò il paese: tra le orazioni, ci fu anche quella di Giuseppe Di Vagno, che sarebbe stato ucciso dai fascisti solo pochi mesi dopo.

Il processo per i fatti di Gioia del Colle fu lungo e tortuoso e si concluse con la piena assoluzione di tutti i proprietari e mezzadri che avevano organizzato o partecipato all’eccidio con la tesi (assurda) della legittima difesa. Ma per comprendere l’incredibile conclusione della vicenda, bisogna anche ricordare che la sentenza fu emessa dalla Corte d’Assise di Bari nell’agosto del 1922, in un momento molto particolare, negli stessi giorni in cui la città visse tensioni da guerra civile, con l’aggressione dei fascisti alla Camera del lavoro di Bari vecchia. La marcia su Roma fu intrapresa solo due mesi dopo. Il ricordo dell’eccidio incrudelì per molto tempo le relazioni sociali dei paesi delle Murge, e il «fare come a Gioia» rimase a lungo una minaccia anti-operaia.

Poi la memoria dei fatti si affievolì. Nel 1970 fu celebrato il cinquantenario della strage, negli anni Ottanta le vittime della sparatoria furono equiparate alle vittime della persecuzione fascista e ottennero tardivamente una medaglia. Poi più niente, salvo le ricostruzioni di alcuni storici che hanno impedito che l’oblio risucchiasse tutto. Eppure a Gioia, ancora oggi, sono molte le persone che discendono dai protagonisti di quella giornata di sangue, e che ricordano quanto vi accadde nei minimi particolari. La memoria non ha mai un percorso lineare, e a volte il mare della dimenticanza è intervallato da inaspettati grumi di ricordi affastellati. Il novantennale della strage di Marzagaglia (che non è cosa retorica definire la Portella della Ginestra pugliese, anche se maturata in un contesto storico differente) fu ricordato a Gioia del Colle in una commemorazione pubblica presso l’Arco Nardulli. Gioia e la Puglia sono enormemente cambiate, come è ovvio, ma quella violenza sui braccianti, su chi la terra la lavora, rimane un paradigma. Un paradigma che purtroppo – anche se in forme nuove – si è riprodotto in anni recenti contro numerosi braccianti stranieri, provenienti dall’Africa o dall’Europa dell’Est.

Alessandro Leogrande

 

Avanti! 3 luglio 1920
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