Sulle critiche alla Moneta Fiscale: una risposta a Roberto Perotti

di Stefano Sylos Labini

Lunedì 16 ottobre su Repubblica, Roberto Perotti ha pubblicato un articolo intitolato “Il grande bluff della Moneta Fiscale” (1) pieno di inesattezze sulla proposta della moneta fiscale che, con Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa, Luciano Gallino, Enrico Grazzini e Giovanni Zibordi, abbiamo lanciato alla fine del 2014. L’articolo si conclude con delle affermazioni molto pesanti sugli ideatori della proposta e sui politici che la stanno prendendo in considerazione:

 “I tantissimi politici che hanno abbracciato la proposta di moneta fiscale hanno una idea molto vaga di ciò che stanno approvando: gli viene detto che la moneta fiscale è un modo per “mettere in circolo potere d’acquisto che rimetterà in moto l’economia”, e questo per loro è sufficiente”.

“Ma i cattivi maestri e i consiglieri del principe che sbandierano l’ennesima ricetta per trasformare il piombo in oro, promettendo scorciatoie attraenti ma inesistenti a problemi di difficile soluzione, si stanno assumendo una grave responsabilità”.

Perotti dunque usa toni minacciosi: “Cattivi maestri che si stanno assumendo una grave responsabilità” dipingendoci come gli ideologi del terrorismo finanziario, poiché è ben consapevole che  la Moneta Fiscale è una proposta che mette in discussione il dogma dell’austerità che da circa venti anni sta strangolando l’economia italiana e di cui giornali come Repubblica, Corriere della Sera e Sole24Ore sono tra i più feroci sostenitori.

Sul piano economico, è opportuno fare una serie di precisazioni per smentire diverse  inesattezze contenute nell’articolo di Roberto Perotti il quale considera i Certificati di Credito Fiscale (CCF) come un taglio delle tasse finanziato da debito pubblico.

1. La manovra non punta a immettere 200 miliardi di euro nell’economia ma circa 30 miliardi per tre anni arrivando ad un totale di 100 che rappresenta all’incirca l’output gap tra il valore del Pil attuale e quello del 2007;

2.I titoli fiscali permettono di creare potere d’acquisto evitando di chiedere soldi sui mercati finanziari. Dunque la Moneta Fiscale non è una componente né del deficit pubblico annuo, né del debito pubblico complessivo. Si tratta di un non-payable tax credit che i trattati e i regolamenti Eurostat non considerano debito finanziario (2);

3. Con la moneta fiscale si guadagnano due anni di crescita prima che ci sia un impatto sul bilancio pubblico perché la riduzione delle entrate si verificherà quando i CCF giungono a scadenza; ma, in una situazione di elevata disoccupazione e capacità produttiva inutilizzata, il moltiplicatore del reddito permette di autofinanziare la manovra poiché la crescita dell’economia e quindi del gettito fiscale è tale da compensare le minori entrate che deriveranno dall’uso degli sconti fiscali (cfr. simulazioni Mediobanca, 3). Più precisamente, poiché gli sconti fiscali hanno un differimento di due anni prima che possano essere usati, il moltiplicatore potrà esercitare la sua azione nell’arco di un biennio permettendo di avere una crescita del Pil e del gettito fiscale sufficientemente ampia e prolungata. Per cui gli effetti del moltiplicatore vanno spalmati su due anni anziché su un anno solo riducendo i rischi della formazione di un disavanzo al momento in cui i CCF vengono incassati come pagamento delle tasse. Inoltre, esiste una relazione funzionale fra l’incremento della spesa pubblica e quello degli investimenti privati in quanto l’espansione delle commesse pubbliche e dei consumi privati esercita una spinta su produzione, occupazione e investimenti delle imprese generando degli effetti moltiplicativi tra i diversi settori economici. Nelle simulazioni del progetto Moneta Fiscale registriamo un graduale recupero del rapporto investimenti privati / PIL che in sei anni risale dal 14,3% al 15,9% (4). Comunque, se la manovra non riuscisse a mettere in moto una ripresa consistente dell’economia, abbiamo immaginato di far scattare delle clausole di salvaguardia (tagli di spesa e maggiori entrate) tali da neutralizzare le minori entrate prodotte dall’utilizzo degli sconti fiscali rendendo così la manovra a saldo zero (5);

4. L’aggancio alle tasse è il modo per garantire il controvalore monetario dei titoli (un titolo fiscale da 100 euro emesso domani, alla scadenza avrà quel valore) la cui funzione fondamentale è quella di aumentare immediatamente la capacità di spesa dell’economia e quindi la domanda pubblica e privata. Pertanto, non è corretto dire che questa manovra punta sull’abbassamento delle tasse per rilanciare la crescita perché la moneta fiscale ha l’obiettivo di sostenere il reddito delle fasce sociali in difficoltà che hanno le maggiori potenzialità di aumentare i consumi e di finanziare gli investimenti pubblici.  Dunque, la riduzione delle tasse è un fenomeno successivo all’emissione dei titoli fiscali che possono funzionare immediatamente come mezzo di pagamento per finanziare consumi e investimenti. Per evitare che l’effetto espansivo sulla domanda crei un peggioramento dei saldi commerciali abbiamo considerato la possibilità di assegnare i CCF alle aziende in funzione dei costi del lavoro privilegiando i settori più esposti alla concorrenza internazionale e le imprese che accresceranno investimenti ed occupazione specialmente nei territori più svantaggiati come il Mezzogiorno;

5. La tradizionale riduzione delle tasse spesso interessa le fasce sociali medio-alte perché quelle in condizioni di povertà non pagano le tasse o ne pagano molto poche, di conseguenza una manovra di questo tipo non garantisce una crescita adeguata della domanda effettiva dal momento che può determinare l’aumento del risparmio, investimenti finanziari e immobiliari. Per questi motivi il taglio delle tasse generalmente non produce una crescita dell’economia tale da autofinanziare la manovra;
6. Infine, l’affermazione di Perotti sul fatto che “negli ultimi venti anni il Pil è rimasto pressoché stagnante” lascia senza parole se consideriamo che la politica di austerità in atto da venti anni a questa parte ci ha portato a conseguire un avanzo primario medio del 2% all’anno, che, nell’intero periodo, è pari al 40 % del Pil. Ciò significa che al valore del Pil attuale, in venti anni sono stati drenati dall’economia reale circa 700 miliardi di euro soffocando qualsiasi possibilità di crescita. L’esempio più emblematico del fallimento delle politiche di austerità lo ha fornito il governo Monti sotto il quale il rapporto debito/Pil è aumentato dal 120 al 130%.

Per concludere,  Roberto Perotti fa finta di dimenticare che oggi il Pil è ancora di circa 6 punti più basso di quello del 2007 e che le ultime dichiarazioni di Schaeuble contenute nel suo “non paper” presentato all’Eurogruppo all’inizio di ottobre (6) non dovrebbero rassicurare i convinti europeisti insieme alle misure paventate dalla BCE sui crediti deteriorati delle banche, alla riduzione del Quantitative Easing, all’incombenza del Fiscal Compact e, più in generale, alla nuova alleanza tra Angela Merkel e i liberali che non promette nulla di buono per il futuro dell’eurozona.

 

*Ringrazio Biagio Bossone, Marco Cattaneo e due referee per le osservazioni e i suggerimenti.