di Christian Vannozzi |
Parte VI
Gli accordi di Camp David, firmati il 17 settembre 1978 dal presidente egiziano Anwar al-Sadat e dal primo ministro israeliano Menachem Begin, grazie alla mediazione del presidente statunitense Jimmy Carter, era senza dubbio un piano di pace geniale sulla carta ma di fatto mai realizzato.
Furono infatti considerati un successo parziale, in quanto sicuramente portarono a una pacificazione e a un riconoscimento tra Egitto e Israele, ponendo fine a ostilità che perduravano dal 1948. Non risolse affatto, però, la questione palestinese, che rimase così in stato di stallo, facendo crescere il rancore dei gruppi più integralisti.
Tra palestinesi e israeliani non si trovò infatti un accordo su Gerusalemme Est e sui luoghi santi, che rimasero contesi. Stessa cosa successe pe ri problema dei rifugiati, altro pomo della discordia per cui Israele non accettò il diritto al rientro nei territori dai quali furono sfollati.
Infine i territori concessi, da Israele ai palestinesi, dovevano essere smilitarizzati e senza il controllo degli spazi aerei e marittimi che rimanevano sotto il controllo dello stato Israeliano. La Palestina esisteva soltanto come regione autonoma, che poteva auto amministrarsi ma sotto il controllo economico e militare israeliano. Non Era infatti possibile per i territori palestinesi avere un esercito o mezzi bellici.
Gli accordi furono inoltre stipulati solo tra Israele ed Egitto, senza alcun rappresentante palsetinese dell’OLP. L’organizzazione politico militare che di fatto rappresentava i palestinesi e che aveva a capo Arafat, non fu assolutamente consultato e dovette subire le decisioni dall’alto.
Tutto questo favorì l’ascesa di movimenti per la liberazione della Palestina più integralisti e legati agli estremisti religiosi, come Hamas, che sorse ufficialmente nel 1987 e fu il motore di quella che passerà alla storia come Intifada.
Intifada, انتفاضة, è infatti un termine arabo che significa “sussulto”, e vedrà una violenta reazione popolare contro il controllo sionista ritenuto oppressivo in Cisgiordania e Gaza.
La Prima Intifada scoppiò nel 1987 e durò fino al 1993. L’epicentro fu l’8 Dicembre nel campo profughi di Jabaliya a Gaza, a causa di un incidente stradale, dove un convoglio israeliano si scontrò con un’auto di lavoratori palestinesi. A causa dell’incidente 4 lavoratori arabi persero la vita.
Qualche giorno prima, sempre a causa di tensioni su questi territori dove di fatto la Palestina non governava, fu accoltellato un israeliano. L’incidente fu ritenuto dalla popolazione di Gaza come un atto di rappresaglia per l’accoltellamento dei giorni precedenti, generando una rivolta popolare.
A Gaze e in Cisgiordania iniziarono proteste, scioperi, e lancio di pietre da parte di adolescenti palestinesi contro i soldati israeliani. La rivolta fu anche conosciuta come rivolta delle pietre.
Celebre fu la dura reazione sionista impersonificata dal minsitro della difesa e futuro premier Yitzhak Rabin, ex generale ed esponente del partito laburista, che ordinò ai soldati di spezzare le braccia degli adolescenti che lanciavano le pietre verso el forze armate israeliane, usando gli stessi sassi che lanciavano. Atto di estrema crudeltà che sconvolse diverse nazioni ove vennero trasmesse le atroci scene.
Lo stesso Yitzhak Rabin vinse, nonostante questi atti crudelissimi e sconvolgenti, il Premio Nobel per la pace nel 1994 a seguito degli accordi di Oslo per l’impegno mostrato nel far terminare il conflitto. Con questi accordi tra Israele e OLP terminò il periodo di sommosse della Prima Intifada.

E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete.
