L’Imperialismo sionista in Palestina: cause di un conflitto

di Christian Vannozzi |

Parte V

Dopo la Guerra dei Sei Giorni abbiamo lasciato una Palestina dilaniata dalla guerra, un OLP pronta a combattere, usando anche metodi terroristici, contro lo strapotere militare sionista. I palestinesi avevano anche capito che non c’era possibilità di solidarietà politica con gli altri Paesi arabi, che dal 1948 non hanno fatto altro che spartirsi, per loro tornaconto, i territori palestinesi come stavano facendo i sionisti.

Sei anni dopo il conflitto, ovvero a ottobre del 1973, dal 6 al 25 ottobre, scoppia quella che passerà alla storia col nome di Guerra del Kippur, dove Egitto e Siria provarono, nuovamente, a invadere Israele.

Le cause hanno le loro radice nella Guerra dei Sei Giorni del 1967, e precisamente nell’occupazione del Sinai (che era territorio egiziano), del Golan, che apparteneva alla Siria, e della Cisgiordania da parte di Israele.

Mentre la Giordania rimase, almeno ufficialmente, neutrale nel conflitto, nonostante avesse perso 6 anni prima la Cisgiordania, Egitto e Siria erano determinatissime a riprendersi le loro terre e a vendicarsi dell’onta subita.

I due Stati arabi attaccarono a sorpresa Israele il 6 ottobre 1973, durante la festa ebraica dello Yom Kippur, cosa che colpì di sorpresa il servizio di intelligence israeliano. La festività, la più importante del calendario ebraico, rappresenta il Giorno dell’Espiazione, e conclude i Dieci Giorni del Pentimento.

Grazie all’attacco a sorpresa le truppe Egiziane, che erano rappresentante dal presidente Anwar al-Sadat (Nasser era morto nel 1970), penetrarono dal canale di Suez, mentre quelle siriane occuparono le alture del Golan davanti l’impotenza dell’esercito Israeliano.

La guerra non rimase però circoscritta alla regione geografica interessata, perché in piena Guerra Fredda le due superpotenze decisero di intervenire attivamente. Gli USA fornirono Israele di armi, medicinali e cibo per non farlo capitolare, mentre l’URSS optò per sostenere logisticamente i Paesi arabi.

Il generale Sharon, futuro capo di Governo israeliano, guidò la controffensiva resa possibile grazie all’appoggio statunitense. Sharon con il suo esercito riuscì a sbaragliare le truppe arabe penetrando nel territorio nemico e piegando le resistenze siro-egiziane.

Israele poteva mutilare ulteriormente i territori arabi nemici ma intervenne l’ONU con un cessate il fuoco.

La guerra causò anche una crisi energetica, in quanto i Paesi produttori di Petrolio bloccarono le importazioni verso i Paesi che appoggiavano Israele.

La pace, che fu siglata sotto l’egida ONU, aprì la strada agli accordi di Camp David del 1978 tra Egitto e Israele.

Tali accordi furono firmati il 17 settembre 1978 alla Casa Bianca dopo delle trattative tenute in gran segreto a Camp David negli Stati Uniti. In America il presidente egiziano Anwar al-Sadat (Egitto), e il premier israeliano Menachem Begin, con l’aiuto e la partecipazione del presidente degli USA Jimmy Carter stipularono un accordo storico.

Israele accettò di ritirarsi dal Sinai in cambio del riconoscimento dello Stato Sionista da parte dell’Egitto. Inoltre si gettarono le basi per l’autonomia della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, cosa che però fu portata avanti senza troppa convinzione, non volendo, gli israeliani, cedere i territori occupati in Palestina.

I due statisti, Sadat e Begin vinsero il Premio Nobel per la pace nel 1978 per l’accordo stipulato grazie all’intervento degli Stati Uniti.