di Guido Keller |
Daniele Delbene, già presidente della Costituente Nazionale PSE, tra i promotori del Manifesto XGLU.IT, per la Giustizia, la Libertà e l’Umanesimo e autore del libro “2046”, da anni sostiene che il futuro del continente passi attraverso la costruzione degli Stati Uniti d’Europa e di istituzioni sovranazionali capaci di garantire pace, libertà, giustizia sociale e emancipazione dell’essere umano. Gli eventi di Ceuta e le tensioni internazionali e quelle che attraversano il Medio Oriente sembrano oggi riportare al centro molte delle questioni affrontate nel suo libro.
– Nel suo libro lei immagina una società più giusta, libera e umana fondata sugli Stati Uniti d’Europa. Cosa pensa di quanto sta accadendo a Ceuta e delle polemiche che ne sono conseguite?
“Bisogna essere molto prudenti quando si affrontano fenomeni di questa portata. La prima reazione non dovrebbe mai essere quella di assumere posizioni impulsive o dettate dall’emotività. Bisogna anzitutto interrogarsi sulle ragioni profonde che possono aver determinato questi eventi. Troppo spesso ci si limita a osservare gli effetti senza analizzarne le cause. E quando si ignorano le cause si rischia di proporre soluzioni sbagliate”.
– Nel suo libro sostiene che i muri servono a poco e che sia comprensibile il desiderio di molti giovani provenienti da Paesi meno fortunati di cercare un futuro migliore. Come conciliare queste due affermazioni?
“Occorre distinguere tra l’analisi dei fenomeni sociali e la cronaca degli eventi.
Viviamo in un mondo nel quale milioni di giovani guardano legittimamente a un futuro migliore. Molti osservano l’Europa come uno spazio di libertà, diritti e opportunità. Nei bagliori delle grandi città europee vedono la possibilità di una vita diversa, di una realizzazione personale e professionale che nei loro Paesi ritengono impossibile. Questo è un fenomeno sociale che va compreso e a cui vanno date risposte con lungimiranza.
Altra cosa sono invece gli eventi contingenti. Innalzare muri o rispondere soltanto con la forza può apparire una soluzione immediata, ma spesso produce soltanto ulteriore odio e tensione. La vera sfida consiste nel costruire una società che sappia offrire opportunità a chi le merita e, al tempo stesso, garantire sicurezza e stabilità a chi quelle opportunità le offre”.
– Torniamo allora ai fatti di Ceuta. Perché ritiene importante questa distinzione?
“Perché gli eventi di questi giorni non possono essere interpretati isolatamente. Da anni assistiamo a una crescita dei conflitti e delle tensioni internazionali. L’Europa si trova esposta su più fronti e continua a vivere una situazione di debolezza politica. Non esiste ancora una vera entità politica europea, non esistono confini europei protetti da una forza comune e non esiste una strategia unitaria capace di affrontare crisi che hanno ormai una dimensione continentale.
Così l’Europa rischia di diventare prigioniera di confini e tensioni determinati da fattori esterni: a est con il conflitto Ucraina-Russia, a sud con l’instabilità del Mediterraneo e del Medio Oriente con la “chiusura” delle principali vie commerciali, a ovest con quanto potrebbe avvenire in prossimità dello Stretto di Gibilterra”.
– Lei vede in questi eventi una casualità o una strategia?
“A mio avviso quanto accade a Ceuta non può essere considerato una semplice casualità. Non penso necessariamente a una regia riconducibile ai trafficanti di esseri umani, sebbene questi traggano certamente vantaggio dalla disperazione e dalle speranze di migliaia di persone. Ritengo che dietro fenomeni di questa natura possano convergere grandi interessi coincidenti”.
– Quale sarebbe l’obiettivo di tutti questi “fattori esterni”?
“L’obiettivo non sarebbe colpire un singolo Paese europeo, ma indebolire l’Europa nel suo insieme e soprattutto ostacolare la prospettiva di una sua evoluzione politica. Ogni volta che crescono paura, caos e divisione, si rafforzano le chiusure nazionali e si allontana l’idea di una maggiore integrazione europea. Senza considerare le ripercussioni economiche per l’Europa sotto vari punti di vista”.
– Perché qualcuno dovrebbe ostacolare il progetto di un’Europa più forte?
“Perché una vera unione politica europea rappresenterebbe un’alternativa agli attuali equilibri mondiali e ai diversi modelli esistenti. L’Europa dei diritti sociali, della democrazia, della libertà, della dignità umana e della pace rappresenta un forte attrattiva soprattutto per le giovani generazioni. Se a questa dimensione sociale si aggiungesse una piena capacità politica e strategica, il continente potrebbe diventare un riferimento globale molto di più di quanto non sia già oggi. Per questo ritengo che non si debbano enfatizzare i singoli episodi, ma comprendere il contesto più ampio nel quale si sviluppano”.
– Molti vedono nell’America di Donald Trump una delle cause dell’attuale instabilità internazionale. Lei cosa ne pensa?
“Partirei da una riflessione differente. Nel corso dell’ultimo secolo gli Stati Uniti hanno rappresentato, nel bene o nel male, uno dei principali fattori di equilibrio dell’ordine mondiale. Per garantire questo ruolo hanno investito enormi risorse nella difesa, nella ricerca militare e nelle attività di intelligence. Risorse che inevitabilmente non sono state destinate ad altri ambiti”.
– A quali ambiti si riferisce?
“A ciò che in Europa chiamiamo spesa sociale: assistenza, sanità, pensioni, diritti e welfare in generale.
L’Europa ha seguito un percorso differente, investendo in un forte modello sociale. Oggi però viviamo in un mondo nel quale le persone possono confrontare direttamente modelli diversi di società. Un giovane americano può osservare in tempo reale la realtà europea e chiedersi perché alcuni diritti sociali considerati normali in Europa non esistano negli Stati Uniti”.
– Questo può incidere indirettamente sugli equilibri internazionali?
“Certamente. Quando cresce la domanda di emancipazione sociale cresce inevitabilmente anche il dibattito sul modello di società nella quale vivere. Le grandi trasformazioni storiche non nascono soltanto dagli interessi economici o dagli equilibri militari. Nascono dalle idee e dalla capacità dei popoli di immaginare un futuro diverso”.
– Tornando alle politiche di Trump…
“Oggi Trump rappresenta soprattutto un mondo economico e finanziario legato agli interessi nazionali. È un mondo diverso da quello dei grandi gruppi finanziari internazionali, che invece hanno bisogno di una certa stabilità globale. Questi gruppi preferiscono società più uniformi, nelle quali le persone siano concentrate sui problemi quotidiani e abbiano meno tempo per pensare, partecipare e immaginare un futuro diverso. Al contrario, chi difende soprattutto gli interessi nazionali tende a proteggere il proprio spazio di azione e a contrastare tutto ciò che può metterlo in discussione.
Per fare un esempio, se molte persone iniziano a chiedere più diritti, più giustizia sociale e un modello simile a quello europeo, questo può entrare in conflitto con gli interessi dell’ordine esistente. A quel punto le reazioni possono essere due: cercare di fermare queste richieste con la forza, oppure indebolire o distruggere il modello quale ad esempio quello europeo, rendendolo meno credibile e meno attraente”.
– Qual è oggi, a suo giudizio, la principale sfida per l’Europa?
“Decidere se vuole diventare una vera realtà politica oppure rimanere un’organizzazione burocratica di “tecnocrati” senza idee e visione, governata non si sa bene da chi. Nessuno Stato europeo, da solo, dispone delle dimensioni necessarie per affrontare le grandi sfide del XXI secolo. La scelta reale non è tra Europa e Stati nazionali. La scelta è tra un’Europa protagonista e un’Europa irrilevante”.
– È per questo che continua a parlare di Stati Uniti d’Europa?
“Assolutamente sì. Gli Stati Uniti d’Europa non rappresentano un’utopia ideologica, ma una necessità storica. Significano politica estera comune, strategia politico-economica e sociale condivisa, capacità decisionale e difesa comune. Significano permettere all’Europa di parlare finalmente con una sola voce”.
– Lei propone anche la creazione di un esercito comune europeo.
“Sì, ma non nel senso che spesso viene attribuito a questa proposta. Non significa aumentare le spese militari. Significa razionalizzarle. Significa superare duplicazioni, inefficienze e frammentazioni oggi presenti tra i diversi Stati membri e costruire una struttura comune in grado di proteggere i cittadini europei e i confini europei”.
– Molti considerano tutto questo un progetto irrealizzabile.
“Il mondo è fatto di cose prima considerate irrealizzabili. La storia premia coloro che comprendono il cambiamento prima degli altri. Attendere che tutti siano d’accordo significa rinunciare a costruire il futuro. I Paesi più lungimiranti dovrebbero iniziare fin da subito questo percorso. Gli altri seguiranno inevitabilmente se vorranno garantire pace e libertà e un futuro migliore ai propri cittadini”.
– Quale messaggio vuole rivolgere ai cittadini europei?
“Credo sia arrivato il momento di coinvolgere maggiormente i cittadini nel processo di integrazione europea. Giornali come Notizie Geopolitiche, riviste, associazioni, movimenti culturali, piattaforme di informazione e blog dovrebbero promuovere una grande mobilitazione popolare europea per sostenere la nascita di una difesa comune e accelerare la costruzione dell’Europa politica”.
– In che modo?
“Attraverso, ad esempio, una grande raccolta di firme in tutti i Paesi dell’Unione Europea. Un’iniziativa capace di unire milioni di cittadini attorno a un obiettivo semplice ma storico: avviare concretamente la costruzione di un primo nucleo degli Stati Uniti d’Europa”.
– Con quale slogan?
“‘Con una firma costruiamo gli Stati Uniti d’Europa l’Esercito Comune Europeo. Con gli Stati Uniti d’Europa costruiamo un mondo migliore’. Perché le grandi svolte della storia nascono sempre da una visione condivisa. E oggi la vera domanda non è quale Europa avremo domani, ma se gli europei avranno il coraggio immaginarla oggi e di costruirla”.
– Cosa ne pensa delle forze politiche definite sovraniste che stanno nascendo in Italia e tutta Europa?
“Bisogna stare attenti a chi portandosi come voce di un diffuso malessere, invece di essere voce critica ma costruttiva e di miglioramento, diventa inevitabilmente forza di distruzione dell’esistente che lascia spazio al caos e alla legge del più forte. Al contempo a chi sta a cuore il futuro dell’Europa, degli europei e dell’umanità non sia “cieco” di fronte ai problemi e alle sfide della società nella quale viviamo e non si limiti a pure risposte ideologiche e dogmatiche. La cecità del maestro consente al profano di vestire da saggio”.

E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete.
