Onorato, Picierno, Renzi: perché i riformisti non riescono a stare uniti?

di Christian Vannozzi |

Il Riformismo ha fatto la storia d’Italia, dai tempi di Giolitti, che collaborando con le forze democratiche avviò le prime riforme sociali e civili del conservatore Regno d’Italia (lavoro minorile, orario di lavoro, istituzione di un fondo per la tutela degli anziani e degli invalidi), passando per l’epepea di Turati, e Matteotti, fino ad arrivare al centro sinistra degli anni ‘60/’70 e al Pentapartito degli anni ‘80, ultimi atti di un riformismo reale che ha reso l’Italia uno dei Paesi più vivibili d’Europa.

Oggigiorno si cerca di far convergere queste forze in un solo punto, cosa difficile, complicata, ardua, in una realtà ormai polarizzata che vede gli estremi prendere più voti e un centro riformista disperso, polarizzato e con troppi capi o presunti tali.

Partendo da Calenda e arrivando al nuovo movimento di Onorato, abbiamo nel mezzo i fuoriusciti dal PD guidati da Picierno, e forse da Marattin, i riformisti ancora dentro il PD, con Quartapelle, Gentiloni, e Bonaccini, passando per Renzi, la sindaca di Genova Salis e Maggi che con Maraio sembrano accasarsi nel nuovo gruppo Onorato. Tra questi movimenti e partitini vari si può annoverare anche Radici Democratiche, agente principalmente a Roma  e di ispirazione riformista all’interno dello stesso PD.

Troppi leader, forse troppi movimenti, senza radici, senza possibilità di imporsi sugli altri, mentre si vedono le ali avanzare, ovvero Vannacci e Conte che continuano a parlare alla pancia degli elettori e non alla testa, come se pensassero che la massa sia una forma informe e indistinta che va pasciuta e guidata.

Nelle società disperse e poco pensanti è la tattica giusta, ma questa deve essere la nostra Italia? Possibile che ci si debba limitare a una politica che agisce sulla pancia degli elettori? Certo Giorgia Meloni ha stravinto le elezioni su questo, ma quanto possono durare le emozioni? Forti senza dubbio ma poco stabili, e inoltre quanto fanno bene al Paese reale queste emozioni portate al massimo in cabina elettorale? Come stiamo vedendo quasi nulla, perché non si sta facendo politica, non si sta costruendo, c’è solo fumo, poco arrosto, poche, anzi pochissime, riforme sostanziali.

Il Riformismo potrebbe realmente parlare e fare politica, ma la dispersione di certo non aiuta i centristi ma solo gli estremisti, e sicuramente il sistema elettorale non aiuta a formare un Centro stabile, e quindi ci si disperde ancorandosi a destra o a sinistra, o si muore, elettoralmente parlando, quando si cerca un terzo polo, come accaduto alle elezioni europee alla lista Stati Uniti d’Europa. Cosa si può fare? Difficile avere la soluzione a questo problema ma sicuramente si può ridurre il proprio ego personale per il bene del Paese e decidersi a fare politica, proposte, progetti su cui convergere, senza veti, senza antipatie e simpatie, ma col solo obiettivo di servire il Paese, perché il politico è un servitore, ovvero qualcuno che si mette al servizio della società, e non qualcuno che vuole la società al suo servizio. Platone ben lo spiegava quando parlava di uomo politico, ma forse l’antica Atene ormai è troppo lontana e non si vuole conoscere, non fa comodo, meglio pensare ad altro, ma per andare dove?