Poznań 1956: Il sangue e la speranza del socialismo operaio

di Fabio Cannizzaro |

Il rischio è che certi avvenimenti finiscano nel dimenticatoio. Prendiamo, ad esempio, i giorni di giugno del 1956 in Polonia. Si parla ancora dei “fatti di Poznań”? La risposta è no. Eppure sono qualcosa che meriterebbe di essere ricordato e meditato. Lì, nella “socialista” Polonia gli operai, quelli della fabbrica “Stalin”, si mossero come un fiume in piena, con un  grido che non può non scuotere: “Pane e libertà!”. E così frustrati, provati scesero in piazza.E la risposta del governo polacco? Violenza. Durezza militare. Alla fine, di quella che era una sollevazione operaia e popolare, rimasero uccisi in più di cinquanta e trecento furono gli arresti.

Una cosa che, a pensarci stringe lo stomaco.Per noi, che ci sentiamo socialisti, che veniamo dal mondo del lavoro, è un dovere ricordare i fatti di Poznan. Aggiungerei, anzi, che è fondamentale per chi come noi milita a sinistra, nella CGIL.Avere presente Poznań significa anche ricordare la figura di Giuseppe Di Vittorio. Un compagno.

E uno che, in quel frangente, ha avuto la schiena dritta. Ha preso le distanze. Cosa non da poco, credetemi. Soprattutto se si pensa a la questione fu affrontata da altri, in primis  il Partito Comunista e il suo leader, Palmiro Togliatti. Che non volle e non seppe far di meglio che uscirsene definendo quei lavoratori sprezzantemente come provocatori.

Ecco, a quella rozza semplificazione, Di Vittorio, leader CGIL, oppose un ragionamento diverso. Un ragionamento che diceva, in sostanza, che il vero progresso, la costruzione di una società senza sfruttamento, una seria, insomma, è possibile solo se c’è il consenso, la partecipazione attiva degli operai, della gente. E che la garanzia di tutto questo sono le libertà, la democrazia, l’indipendenza.

Sono passati settant’anni da quell’anelito di libertà. Quell’anelito venne, ahi noi, piegato, soffocato nel sangue. Ma noi, socialisti di sinistra di xQS, qui in Sicilia, vogliamo mantenere vivo quel ricordo. Vogliamo restituire attenzione e coltivare la memoria di quella rivolta popolare, sociale, operaia. Contro un’autocrazia che si guardava solo allo specchio, che non ascoltava i sindacati. E onoriamo, sì, il coraggio del compagno  Di Vittorio di quella CGIL di allora che sapeva cosa significava stare dalla parte giusta.