Il silenzio assordante in cui è stata relegata la voce dei lavoratori

di Daniele De Piero |

Care compagne e cari compagni,
come troppo spesso avviene, le questioni che riguardano il lavoro rientrano nella dimensione di dominio della classe padronale, del Capitale, di politici buoni per ogni occasione nel dispensare promesse, ma ben attenti a non disturbare il manovratore.
E mentre la situazione precipita sono le lavoratrici ed i lavoratori a farne le spese, un mondo a cui è riservato il silenzio e la prerogativa ad adattarsi alla situazione se non a subirla in maniera obbediente.
Noi socialisti la pensiamo diversamente.

Riteniamo che le parole di encomio e ammirazione fino ad ora spese dal mainstream capitalista, rivolte a manager brillanti, in realtà opachi esecutori delle volontà padronali, ed a speculatori più che imprenditori, che di intraprendere rischi non hanno nessuna intenzione a meno che non ricadano sulle teste degli operai, debbano essere invece convertite in rispetto ed attenzione a chi fino ad ora ha rappresentato il motore dello sviluppo del sistema economico: le operaie e gli operai.

Per questo, davanti al silenzio assordante in cui è stata relegata la voce dei lavoratori, noi siamo qui oggi a raccontare un’altra storia che evidenzia come la lotta di classe non sia terminata ma, contrariamente a quanto avvenuto in passato e a quanto si possa pensare, ora ripresa e condotta dal Capitale nei confronti del Lavoro.
Un vero e proprio attacco che i padroni stanno portando avanti contro i lavoratori con la definitiva “presa del potere” delle imprese e la conseguente umiliazione delle Istituzioni e dello Stato.

L’Electrolux di Porcia, un tempo Zanussi, è stata fulcro dell’organizzazione operaia nel pordenonese dalla fine degli anni Sessanta, dove sono nati i Comitati Operai, dove è arrivata la solidarietà del Movimento Studentesco, dove il femminismo ha determinato rivendicazioni soprattutto rispetto alla prevenzione sulla salute e la sicurezza nel luogo di lavoro ma anche fuori dalla fabbrica, dove il Sindacato ha formato sapere oltre che quadri, dove in buona sostanza si è formata una coscienza di Classe.

La condizione del del lavoro manifatturiero nel nostro Paese è nel frattempo precipitata, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo
E’ un processo che viene da lontano, amplificato dalla crisi strutturale nella quale versa il sistema capitalista, e che vede l’Italia tra le realtà europee in maggiore difficoltà.
Pesano al riguardo le politiche finanziarie ed economiche dei vari governi confindustriali succedutisi nel nostro Paese in ossequio ai diktat della cosiddetta Troika (Commissione europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale), l’imperante filosofia liberista, la legislazione affermatasi nel tempo in materia di lavoro (dal pacchetto Treu, fino al Jobs Act passando per la legge Biagi).

L’Electrolux diventa quindi il luogo esemplare dove si realizzano gli effetti delle politiche enunciate precedentemente.
Dopo la crisi del 2008 oggi ci troviamo davanti ad una nuova situazione allarmante imputata contradditoriamente a volte al calo della domanda di elettrodomestici, a volte ad una mancata efficienza in termini di produttività.
Si prospettano quindi tagli, cassa integrazione, chiusure, ma ciò che emerge da questa situazione è la condizione di precarietà strutturale in cui versano i lavoratori, su cui grava il peso di decisioni altrui che ben poco hanno a che vedere con la loro tutela.

Quando il Capitale agita il ricatto dei tagli o del trasferimento di stabilimenti all’estero evocando il problema del costo del lavoro lo fa pretestuosamente.Il problema del padrone non è che non guadagna.
Il suo problema è che vuole guadagnare ancora di più allargando la forbice del plusvalore, ovvero ciò che Marx individua nella differenza tra il valore della merce e quello del salario di chi la produce materialmente, quindi i lavoratori, che in un regime capitalistico, saranno invece gli imprenditori, i capitalisti, ad appropriarsi.

L’Electrolux non è un’azienda qualsiasi, soprattutto nel nostro paese e nell’area del pordenonese, dove, considerato l’indotto, qualsiasi decisione produrrebbe un effetto a cascata sul territorio.
A prescindere dalle scelte del Capitale, noi socialisti sappiamo da che parte stare.

Per questo pretendiamo che anziché il profitto dei padroni siano salvaguardati i posti di lavoro senza che la cosa comporti indebolimento dei diritti dei lavoratori, della loro sicurezza e dei ritmi di lavoro, che si elimini la precarizzazione, si lavori meno e meglio affrontando la questione salariale partendo dall’assunto che si possa e si debba lavorare ottenendo una retribuzione ben più elevata di quella attuale oggi spesso insufficiente a consentire una vita decorosa, affinché il lavoro possa tornare ad avere le caratteristiche costituzionali di diritto universale e strumento per la conquista della dignità e dell’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese.