Matteotti: Qualcosa di più di un martire

di Fabio Cannizzaro |

Si parla e si parlerà ancor più in questi giorni di Giacomo Matteotti. 

E nel ricordo il rischio è di farlo riducendolo a un’icona comoda, un simbolo generico di libertà e antifascismo dai contorni invero abbastanza sbiaditi. Matteotti per molti è solo un martire. E basta. Ma se vogliamo onorare veramente la sua memoria, forse dovremmo sforzarci di metterne realmente a fuoco la figura. 

Di focalizzare chi era l’uomo politico, il pensatore, il socialista e quali erano le sue idee. Prendiamo quell’aggettivo che lo accompagna, qualifica direi anche perseguita “riformista”.  Gli viene cucito addosso con una facilità forse dovrei scrivere meglio una faciloneria che fa irritare. È un’etichetta comoda, che però cancella le sfumature in politica fondamentali. Matteotti non era un generico riformista. 

Era, per dirla con precisione, un socialista gradualista di stampo marxista. Lo era insieme a  Filippo Turati, a tanti altri suoi compagni del Partito Socialista Unitario.  Badate bene che questa non è una distinzione da puristi della dottrina; è la chiave per capire tutto il resto.

Egli credeva nel socialismo come orizzonte, come meta finale. Ci credeva sul serio. Ma era altrettanto convinto che la strada per arrivarci non potesse essere un balzo improvviso nel buio. 

Doveva essere un cammino. Graduale, sì. Legale, democratico. 

Non una resa all’esistente, ma una strategia precisa, ostinata: usare le istituzioni che hai a disposizione, ovvero il Parlamento, le leggi, i comuni, non per adeguarti, ma per cambiarle dall’interno.  Era il mezzo, lo strumento per strappare riforme concrete che sollevassero concretamente  la vita di chi lavorava. E, passo dopo passo, allargare la democrazia fino a farla diventare qualcos’altro, fino a scardinare il sistema.

Era un’idea paziente di rivoluzione. Il fine era e restava radicale, il metodo era graduale. Un paradosso? Solo in apparenza. 

Per lui  e per i suoi compagni non c’era contraddizione: si poteva e si doveva dirigere lo Stato borghese contro se stesso, attraverso l’organizzazione, la coscienza di classe, la conquista progressiva degli spazi pubblici. La legalità non era un feticcio ma semmai  era l’arma di chi armi non ne ha.

E non era teoria astratta. Era il metodo concreto che Matteotti applicava in ogni sua campagna. Dai discorsi infuocati in aula sulla tassazione dei ricchi, sulle campagne affamate, alla denuncia meticolosa, coraggiosissima, delle violenze fasciste e dei loro complici in doppiopetto.  In ogni suo gesto c’era questa visione organica, tenace: il socialismo come approdo, la democrazia come terreno di lotta quotidiano, la legge come difesa degli ultimi.

Per questo chiamarlo “gradualista marxista” non è un esercizio accademico. È necessario.  Serve a capire perché la sua morte non fu un incidente di percorso o solo la punizione per aver smascherato i brogli del 1924. Fu l’eliminazione di una temibile alternativa. Di un uomo che incarnava un socialismo diverso, rigoroso, radicato nel Paese, che rifiutava sia il compromesso che l’avventura. Un pericolo serio, per chi voleva cancellare ogni dialettica.

Allora, ricordiamolo così. Non solo come l’uomo che disse no. 

Ma come il socialista che alla violenza rispose con la forza del diritto, che alla dittatura oppose la difesa testarda della democrazia e alla confusione dei suoi tempi contrappose sempre la chiarezza di un’idea. 

Una esempio di coerenza che, forse, molti non hanno mai veramente capito e metabolizzato.