Liberiamoci da Prodi

di Peppe Giudice |

Ritengo sinceramente oziose queste inutili discussioni sul “campo largo” e sulla sua presunta leadership. Fra l’altro si è persa una buona occasione, dopo la mazzata presa dalla destra al referendum, che non è servita certo ad accelerare un chiarimento sull’identità e sul programma di una necessaria alternativa a questa destra reazionaria.

Avviando la pantomima primarie si primarie no. La Schlein sembra un disco rotto, Conte che comunque ritengo sia più capace della Schlein a fare il primo ministro tiene appresso un movimento in cui forti sono i residui di qualunquismo ed antipolitica; i 5S come il PD sono anch’essi un prodotto della II Repubblica. Quelli che hanno la posizione più apprezzabile sono, fra l’altro, sulle amministrative non si riversa meccanicamente il voto politico. E comunque sono state un sostanziale pareggio.

A Venezia si conferma la destra, a Reggio Calabria il CSX perde la città. Ma il CSX vince alla gande a Prato, ma (200.000 ab.) Andria (100.000) a Salerno vince alla grande uno che non mi sta per nulla simpatico, anzi, ma che comunque è del PD. Le elezioni non ci dicono nulla. Ma il tema che vorrei brevemente approfondire è la sostanziale riproposizione dello schema dell’Ulivo, che ha segnato la fine della sinistra italiana ed ha prodotto il PD.

Non a caso viene invocato continuamente il nome di Prodi soprattutto da quelli di Repubblica, a cui vengono concesse continue interviste, elogiando il suo esempio, il quale non è affatto da elogiare. I governi dell’ulivo hanno smantellato l’industria pubblica, provocando la desertificazione industriale (si legga Luciano Gallino). Hanno introdotto la precarietà del lavoro (Renzi non nasce per caso, è la conseguenza diretta della nascita del PD, alfiere di un neoliberismo pseudo-progressivo).

Quello che oggi si definisce sinistra o recupera una identità di sinistra socialista democratica o non si solleverà mai. Potrà anche vincere elettoralmente, magari raccattando cianfrusaglie come Calenda e Renzi, ma non costruendo una vera alternativa alla destra. La Schlein si complimenta con Sanchez e Sanders, ma non ha nulla che vedere con loro.

La Schlein non si considererebbe mai socialista (magari non lo può fare perchè incontrerebbe forti ostilità interne, non solo dai post-democristiani, ma anche dai postcomunisti.

Sanchez e Sanders, pur nelle differenze, sono grandi leader, ma hanno una chiara identità politica e culturale. Sanders valorzza il ruolo della working class nella lotta contro l’oligarchia capitalistica, Sanchez ha saputo unire radicalità e pragmatismo. Il problema è che senza socialismo democratico non c’è una autentica sinistra democratica.