di Fabio Cannizzaro |
C’è una frase, sentita e risentita, che ogni tanto riaffiora come un vecchio fantasma nei dibattiti politici più seri, quelli che non si consumano in un tweet.
Si parla di autodeterminazione siciliana e subito qualcuno storce il naso, evocando spettri di secessione e disfacimento. Ma il nodo è un altro, ed è più subdolo: il centralismo, quello che si ammanta di retorica progressista o, peggio, talvolta assume i toni di certa sinistra d’alternativa e poi finisce per essere la vera gabbia.
Prendiamo la nostra Sicilia, per esempio. Una Terra che ha una storia lunga, stratificata, fatta di fasi storiche diverse, certo, ma anche di una resilienza che dovrebbe far riflettere.
Il punto, parliamoci chiaro, non è la simpatia per un’idea o per l’altra.
È una questione di lettura delle dinamiche di potere. Quando si parla di autodeterminazione siciliana non si tratta, o almeno non dovrebbe trattarsi, di una semplice richiesta di più autonomia amministrativa. No, qui si parla di qualcosa di più profondo: di sovranità popolare: nella sua espressione organica e naturale.
E qui, diciamocelo, il centralismo, soprattutto quello che si dichiara di sinistra o di alternativa, inciampa, e non poco. Si pretende di parlare di unità, di solidarietà, ma poi si finisce per perpetuare un modello di governance che storicamente ha favorito centri di potere ben definiti, lasciando le periferie, e le loro classi lavoratrici a masticare le briciole.
La storia della Sicilia non è un capitolo marginale dell’italico romanzo. È la storia di un’identità forte, di un patrimonio culturale che è un tesoro, sì, ma anche di esigenze e bisogni concreti, reali e diffusi. E chi vive in Sicilia sa quali sono questi bisogni reali, sa come sarebbe bene e utile gestire le risorse, sa come si dovrebbe far camminare l’Isola. Delegare tutto a Roma, o a un generico “centro”, ai suoi proconsoli politici locali significa creare inefficienza, generare disuguaglianze e, diciamocelo, un senso di estraneità che non fa bene a nessuno.
È un’imposizione mascherata da omogeneizzazione. E qui arriva il bello, il paradosso che fa sorridere amaramente. Ci sono settori, anche a sinistra, che difendono a spada tratta il centralismo statale. Si definiscono ora “progressisti”, ora di sinistra alternativa, ma poi, sia gli uni sia gli altri, si aggrappano a un’idea di unità che sa tanto di statalismo “italocentrico”.
E non è questione di simpatie, è che spesso dietro questa retorica si nascondono ragioni più borghesi che altro, legate al mantenimento di status quo, di posizioni e di visioni del potere che hanno sempre guardato al centro, a un centro geografico e politico, piuttosto che alle periferie, all’autogoverno delle classi popolari siciliane.
La contraddizione, a questo punto, è lampante: come si può parlare di unità e solidarietà quando si perpetua un modello che, di fatto, marginalizza e subordina? L’autodeterminazione, in questo scenario, non è una minaccia all’unità; è un’alternativa.
Un’alternativa a un centralismo che, lungi dal promuovere una vera solidarietà, rischia di perpetuare forme di dipendenza. Sentire dire che l’autodeterminazione porterebbe al “disgregamento e al caos” è una semplificazione, francamente, oltre ad essere falsa. È la solita vecchia paura che la diversità, quando poi si tratta di scommetterci davvero, viene blandita ma poi relativizzata.
Il siciliano, in questa ottica, è ancora visto quasi come un “minus habens” politico, non degno di veder riconosciute e valorizzate le sue specificità, politiche, culturali, sociali. È come se si volesse un’Italia bella e variegata sulla carta ma poi quando si tratta di decisioni, meglio che decida il solito centro anche attraverso un’autonomia addomesticata, piegata su cui poi è facile scaricare le responsabilità politiche di questi ceti dirigenti e burocratici siciliani centralisti.
La vera alternativa, quella che dovrebbe costruire un futuro diverso, non si fa con l’imposizione di un modello uniforme, “nordcentrico” economicamente e “romano” politicamente. Si costruisce sul rispetto reciproco, sul riconoscimento delle differenze, sulla condivisione di una sovranità che, questa sì, emana dal basso.
Opporsi all’autodeterminazione, dunque, significa, a conti fatti, sostenere un modello centralista che, in nome di un’unità che sa di mistificazione, soffoca le identità, le volontà dei popoli in primis di quello siciliano. È questa la vera “mistificazione borghese” di cui accennavo: l’idea che il centralismo sia sinonimo di stabilità e progresso. Spesso, invece, è la concentrazione di potere, scollegata dai bisogni reali, la radice di disuguaglianze, sfruttamento, e di un malessere politico che è palpabile.
Le società che, nel mondo, hanno fatto passi avanti in termini di progresso economico e coesione sociale sono proprio quelle che hanno saputo, nel tempo, ascoltare e promuovere le aspirazioni all’autogoverno. Alla fine, la posizione di chi, anche nella sinistra d’alternativa, guarda con favore all’autodeterminazione della Sicilia, non è un capriccio ideologico. È l’espressione di un’esigenza profonda, radicata nella storia, nella cultura, nelle necessità concrete di un popolo, in particolare delle sue classi popolari e lavoratrici.
La contrapposizione tra unitarismo e autodeterminazione, veicolata da un approccio centralista, è un finto dilemma, uno di quelli che piacciono tanto alla borghesia per confondere le acque. La vera sfida, per uno Stato che voglia definirsi democratico e inclusivo, è superare la logica dell’imposizione. È costruire un modello di governance che valorizzi le autonomie, riconosca le diversità, promuova una sovranità diffusa, partecipata.
L’autodeterminazione siciliana non è un attacco all’unità; è, al contrario, la forma più autentica e sostenibile di democrazia. È un percorso attraverso cui ogni comunità può plasmare il proprio destino, contribuendo, con la sua specificità, a un quadro statale più ricco, più coeso. La persuasione, in questo contesto, non si ottiene con la forza, né con la retorica vuota.
Si ottiene con il riconoscimento della legittimità delle aspirazioni popolari. E con la costruzione, mattone su mattone, di un patto sociale basato sul rispetto, sulla giustizia sociale, sulla lotta alla mafia e sulla condivisione sociale.

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