di Redazione |
Fu tra i promotori del “piano del lavoro” elaborato dalla CGIL nel 1949. La relazione che egli tenne al congresso di Genova a illustrazione del piano è esemplare per quanto riguarda il suo modo di concepire la funzione del sindacato da un punto di vista socialista in un paese gravato di mille squilibri e contraddizioni avviato a modernità. Le rivendicazioni di classe sono inquadrate in un disegno che, attraverso le riforme di struttura, modifichi gradualmente gli indirizzi di politica economica, i rapporti di potere, gli squilibri politici. Negli anni delle contrapposizioni frontali il suo contributo fu forse determinante a che la CGIL non diventasse la pura e semplice “cinghia di trasmissione” delle direttive comuniste. Sarà ancora lui a denunciare al congresso di Roma del 1955 i rischi della centralizzazione delle lotte sindacali e a proporne una nuova articolazione che, senza fomentare corporativismi, consenta di adeguare le lotte ai gradi del differenziato sviluppo della economia del paese.
Santi lascia la CGIL nel 1965 per ragioni di salute, torma dirigente del partito. Sono gli anni del centrosinistra. All’inasprimento egli non oppone rifiuti pregiudiziali, non fa mancare il suo apprezzamento per il programma di governo che il partito socialista va elaborando, ma non nasconde il suo scetticismo circa la possibilità di realizzarlo. La ragione è politica: le resistenze con le quali esso si scontrerà sono superabili soltanto grazie a una pressione unitaria del movimento dei lavoratori e questa condizione manca. Il ventilato proposito di un sindacato tutto socialista a sostegno della politica di centrosinistra lo trova recisamente avverso: sarebbe un rimedio peggiore del male.
È così che il vecchio riformista si trova collocato alla sinistra del partito, a fianco di Riccardo Lombardi, di Tristano Codignola. Nel giugno del 1963, “la notte di San Gregorio” insieme a loro e ad altri blocca, per motivate riserve sul programma concordato tra i partiti della coalizione di centrosinistra, provocando una secca battuta d’arresto nella operazione, provvisoriamente coperta dal governo Leone e quando il nuovo governo sarà varato, pur nel rigoroso rispetto della disciplina di partito, egli resterà fortemente critico.
L’unità della sinistra e quella del movimento operaio nel segno del riformismo socialista sono gli obiettivi che egli propone e per i quali si batte.
Si oppone nel 1966 alla unificazione tra socialisti e socialdemocratici perché ritiene che il partito fondato da Saragat abbia perse le sue radici socialiste, impegna coi comunisti una serrata polemica, in particolare con Giorgio Amendola, sollecitandolo a quella svolta dottrinale e politica a suo avviso necessaria perché si possa arrivare al partito unico, classista, internazionalista, democratico.
Nel 1968, candidato al Senato, non viene eletto. Gravemente malato, non cessa di impegnarsi con l’entusiasmo dei suoi giovani anni. L’ultimo suo discorso lo tenne il 30 agosto del 1968 al convegno delle ACLI a Vallombrosa e fu un commosso e motivato appello all’unità dei lavoratori intorno a quei valori comuni alla tradizione cristiana e a quella socialista e nei quali egli, laico, continuava a riporre tutta la sua fede.

E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete.
