Piero Calamandrei: Monito per la nostra democrazia sotto pressione

di Fabio Cannizzaro |

Calamandrei. Ecco, quando si parla di lui, si apre un capitolo che non ammette superficialità. Ricordarlo oggi, nel 137° anniversario della sua nascita, non significa volere ridurlo a un santino seppure laico, intendiamoci, ma semmai onorarne la coscienza civile, quella sì, che era e resta un baluardo.
Non il solito avvocato impolverato o il politico coi discorsi preconfezionati.
No, Calamandrei era uno che incarnava l’etica, quella vera, quella che ti fa sentire il peso della dignità umana e il rispetto per le istituzioni.
E oggi, a distanza di anni, le sue parole ci arrivano dritte, con una forza che quasi ti sorprende. Ci chiedono: ma su quali fondamenta stiamo costruendo il nostro futuro democratico?

La Costituzione, diceva, non era un tomo pieno di articoli da imparare a memoria. Era un testamento. Un lascito di chi aveva combattuto e dato la vita per la nostra libertà.
E questo, ragazzi, è un concetto che oggi, diciamocelo, risuona con una urgenza quasi dolorosa. La democrazia non è un traguardo raggiunto e finito. È un processo continuo.
Vive solo se noi ci mettiamo dentro, se partecipiamo. Se la lasciamo andare, se ci disinteressiamo, diventa un mero “pezzo di carta”. E allora, ci stiamo davvero prendendo cura di quel patto, o lo stiamo lasciando seccare?

E la giustizia? Per lui non era un concetto astratto. Era uno strumento per proteggere chi è più debole, per livellare un po’ le cose.
La sua idea di politica era agli antipodi del cinismo che vediamo oggi. Voleva un politico onesto, con la stessa precisione di un magistrato.
Questo ci insegna che rispettare le regole non è un esercizio formale. È l’unica difesa contro chi vuole fare quello che gli pare. Ma, diciamocelo, quali sono le condizioni perché questa legalità sia davvero un aiuto, e non un peso?

Calamandrei, poi, era uno che sapeva unire. Prendeva il desiderio di giustizia del socialismo e lo intrecciava con la difesa delle libertà individuali.
La sua convinzione era ferrea: non c’è vera libertà se manca una base di dignità economica per tutti. E, al contrario, non c’è vera uguaglianza senza la libertà di pensare e di esprimersi.
La politica, per lui, doveva tenere insieme questi diritti. Evitando gli estremismi, lavorando per il bene comune. E oggi, con tutte le divisioni che ci sono, forse questa capacità di ricomporre, di dialogare, è più necessaria che mai.

E la scuola. Ah, la scuola. Forse è qui che si vede meglio la sua eredità.
La scuola pubblica era il suo motore per cambiare le cose. Il luogo dove il figlio di un operaio poteva diventare chiunque. Se la scuola funziona, la democrazia respira. Se invece fallisce, si apre la porta a un’oligarchia.
Investire nella cultura, nell’educazione, non è una spesa. È la garanzia che il popolo possa essere davvero sovrano, capace di scegliere con cognizione di causa.
Ci stiamo assicurando che questo diritto sia garantito a tutti, o le disuguaglianze nell’accesso alla conoscenza stanno minando le fondamenta stesse della nostra repubblica?
Oggi che la scuola sta perdendo tutti questi riferimenti che diventa formazione al lavoro Calamandrei manca disperatamente all’Istruzione e alla democrazia italiana.

Insomma, Calamandrei ci chiama a un risveglio. A uscire da questa apatia che ci paralizza. Ci ricorda, con una forza che ancora ci scuote, che la libertà è come l’aria. Te ne accorgi davvero solo quando comincia a mancare. La sfida, oggi, è tenere acceso quel fuoco. Con la partecipazione, con la critica, con un senso di responsabilità che sia collettivo. Non c’è altra via.