Riflessione sull’esito elettorale in Ungheria: Tra realtà concreta e orizzonti di trasformazione

di Fabio Cannizzaro |

Bene, parliamo un po’ di quello che è successo in Ungheria. Perché diciamocelo, tra un titolo e l’altro, tra l’entusiasmo di qualcuno e il malumore di altri, si rischia di perdere il filo. E in politica, perdere il filo è un attimo.
Sedici anni di Orbán. Finisce un’era, certo. Ma liquidarla come un semplice cambio di guardia, ecco, mi sembra un po’ frettoloso. Anzi, diciamolo, è un po’ superficiale.

Questo è un momento che ci dice qualcosa, qualcosa di più profondo, sulle pieghe di questi tempi che viviamo. Soprattutto se guardiamo con un occhio che non si accontenta, che vede bene le derive nazionaliste, quelle che si atteggiano a custodi di chissà quale purezza, quelle che strizzano l’occhio a chissà quali poteri.
La caduta di Viktor Orbán, definito da qualcuno un pavone con piume ben meno appariscenti di quanto si pensasse, visto che gli aiuti da ogni dove, da Mosca a Tel Aviv, passando per certi palazzi romani e americani, non sono bastati a tenerlo in sella. Diciamo che, per molti, è stata una boccata d’aria. Una vittoria per chi crede ancora che la democrazia sia qualcosa di concreto, non solo uno slogan. Un colpo, diciamolo, a quell’unione di populismi e nazionalismi che tanto ci fa storcere il naso.

E a quella che, diciamolo, sembrava una specie di quinta colonna piazzata proprio nel cuore dell’Europa. Si capisce la gioia di chi vede in Orbán un simbolo di arretramento, di chi si allinea con chi l’Europa la vorrebbe smantellare. È la gioia di chi spera in un ritorno a certi valori, quelli che contano davvero.
E poi c’è lui, Péter Magyar. Figure così, fanno sempre discutere. E come.
C’è chi lo vede come una specie di messia, l’alternativa che finalmente spezza l’incantesimo orbánista. Un abile comunicatore, dicono, uno che ha saputo intercettare la voglia di cambiamento di tanti ungheresi, anche di quelli che non si riconoscono nel solito schieramento.
Una speranza, un segnale che forse l’Ungheria può smettere di fare la solita isolata. E sì, si respira un certo sollievo nel pensare che, per quanto abbia i suoi limiti e un passato ingombrante, Magyar non sarà Orbán.

Proprio perché ha vinto promettendo di non esserlo. La speranza, a volte, è anche questa: che un cambiamento, anche se parziale, possa aprire scenari diversi.
Però, ecco, un sano scetticismo è d’obbligo. Anzi, una critica seria.
Non possiamo farci prendere la mano e vedere in Magyar un campione della sinistra progressista mondiale. Capisco la soddisfazione nel vedere cadere un alleato di Trump e della Meloni, ma essere seri significa non confondere le cose.
Magyar è di destra. Ex orbánista è indubitabilmente un cattolico di destra. Presentarlo diversamente è un po’ come raccontare una favola.
Il farlo denota una certa povertà di analisi, una mancanza di argomentazioni solide, quasi un bisogno di aggrapparsi a qualcosa. È un invito a distinguere, a non farsi sedurre da narrazioni che non reggono alla prova dei fatti.

La verità, quella nuda e cruda, è che questa è la vittoria di una destra più orientata verso l’Europa. Questo è il dato politico su cui bisogna fermarsi a riflettere.
Magyar è un’alternativa a Orbán, certo. Ma non un ribaltamento ideologico.
La sua promessa di un’Ungheria più integrata, più dialogante, meno isolata, ecco, questo lo distingue dal suo predecessore. Ma la sua matrice di destra rimane.
E le sue parole, quando parla dei richiedenti asilo come di una minaccia, “Preserveremo la pace e rimarremo un paese sicuro e libero da immigrati”, ci ricordano che anche dentro un quadro più europeista, ci sono ancora sacche di conservatorismo, di nazionalismo, persino di reazione. Non illudiamoci: la battaglia per un’Europa davvero democratica e inclusiva è lungi dall’essere finita forse non è neppure realmente iniziata.

Di fronte a tutto questo, dobbiamo ribadire una prospettiva diversa. Non accontentarci di scegliere tra opzioni che, alla fine, sono solo una reazione, un passo indietro, un irrigidimento. Non si tratta di scegliere tra un “fascismo” più o meno mascherato e un altro. Il sistema che queste forze rappresentano, nelle sue mille sfaccettature, è lontanissimo da quello che, da sinistra, intendiamo per orizzonte di progresso.
Quello che serve, quello per cui vale la pena battersi, è qualcosa di radicalmente diverso.

Un orizzonte socialista, nel senso più vero e solidale del termine. Un socialismo disarmista, aperto al dialogo con le periferie del mondo, con quei “Sud in rivolta” che chiedono dignità e giustizia. Un sostegno alle resistenze popolari, quelle legittime, contro ogni forma di oppressione. E un’opposizione ferma, senza se e senza ma, all’imperialismo, ovunque si manifesti. Che sia ungherese, italiano, o di qualsiasi altra natura. Ecco, questo è il terreno su cui, secondo me, vale la pena costruire.