Lionel Jospin e “l’Ulivo Mondiale”

di Peppe Giudice |

Del compagno Jospin, delle sue idee, della sua coerenza, della sua serietà, ne ho parlato in altro articolo.
Avevo sono accennato alla sua diffidenza verso, idea dell’Ulivo Mondiale (eravamo nel 1999).
Questa idea di una Internazionale all’Amatriciana, fu il parto di due nobili menti: Walter Veltroni e Massimo D’Alema, uno segretario dei DS l’altro primo ministro dell’Ulivo. Essa non si realizzò, ma dava la cifra del fallimento e delle contraddizioni del post-comunismo italiano. L’Ulivo Mondiale non era altro che il tentativo di trasporre, una anomalia provinciale italiana, sul piano internazionale.

In pratica l’idea di fondo era quella di cancellare l’autonomia politica e culturale del socialismo europeo, per rendere l’area progressista europea pienamente omogenea alle posizioni dei dem americani, allora incarnati dalla chiara deriva neoliberale e guerrafondaia di Clinton. Ai post-comunisti faceva molto comodo: in qualche modo essi risolvevano i loro problemi di identità, rifiutando il socialismo e sostenendo che loro avevano pienamente rotto con il comunismo addirittura diventando filo-americani. In realtà , come dicevo, Jospin era quello che si opponeva con fermezza a tale stranezza, rivendicando con orgoglio l’identità socialista.

Mi considero un socialista democratico e non un liberale di sinistra. Se oggi parlo di fatti che risalgono a 26 anni fa, è perchè, quelle impostazioni non solo non sono morte, ma sono frutto di una coazione a ripetere, che si chiama Partito Democratico. Siamo gioiosi per la sonora batosta che la destra ha preso nel referendum, che apre una crisi non da poco conto in un governo pericoloso per la democrazia. Ma se l’alternativa è una riedizione dell’Ulivo, siamo messi male! Ancora l’altro giorno Bersani faceva il panegirico di Prodi.

C’è poco da fare il panegirico di un personaggio (con Veltroni e D’Alema) che ha dato una chiara svolta neoliberale alle politiche economiche e sociali, tutte a sfavore dei lavoratori ed a favore delle imprese. Politiche condivise sia dal csx che della destra, sia dai governi tecnici. Come affermato più volte, credo che la sinistra, sia pur con le difficoltà che incontra, ha un futuro. Ma deve avere una chiara identità socialista. Al di là di impossibili rifondazioni del comunismo (la storia ha parlato chiaro a proposito) c’è da riprendere il filo conduttore del “riformismo rivoluzionario” di Riccardo Lombardi riattualizzandolo.

Anche per dare nuova vita al socialismo democratico, vittima di una deriva moderata che lo sta soffocando; il riformismo rivoluzionario punta a modifiche strutturali sostenuto da movimenti di massa non autoreferenziali. Per modificare strutturalmente assetti ed equilibri di potere all’interno della società capitalista a favore della classe lavoratrice e dei ceti popolari. Noi abbiamo un capitalismo che ha prodotto disuguaglianze enormi e concentrazioni di potere enormi. Ma c’è anche una realtà in rapida evoluzione e con l’emergenza di possibili nuove spinte al cambiamento. E’ una situazione che rende attuale la paradossale affermazione di Lombardi: “cambiare il motore di un’auto, mentre è in corsa”.

Questo capitalismo tende alla liquidazione della democrazia; è pertanto pertinente la storica affermazione del vecchio Kautsky “intendiamo per socialismo l’organizzazione sociale della produzione connessa alla organizzazione democratica della società” Forse oggi anche chi viene dalla tradizione comunista concorderebbe con tale frase del “rinnegato”.