di Paolo Desogus – Professore associato di letteratura italiana contemporanea alla Sorbona di Parigi |
Faccio davvero molta fatica a capire i discorsi di chi tende a sminuire i toni eversivi e autoritari che hanno accompagnato la campagna referendaria per il Sì. I membri del governo hanno chiaramente affermato che la riforma intende diminuire il potere della magistratura e con Nordio hanno lasciato intendere che la finalità principale della riforma è quella di rendere più forte l’esecutivo.
Una schiera di frammenti politici composta da radicali, relitti della prima repubblica, calendiani impenitenti, riformisti (cioè reazionari) del PD e alle frattaglie dell’affollatissimo centro “moderato” sostengono la riforma della giustizia rivendicando la necessità di separare le carriere dei magistrati e sostenendo che in fondo quella del governo è solo propaganda. Numeri alla mano però le carriere sono già separate. Il passaggio da pubblici ministeri a giudici riguarda infatti un numero trascurabile di casi.
In realtà quella del governo non è solo propaganda. C’è del resto da credere che allo stesso centro “moderato” e ai tanti finanziatori di queste microliste non frega un bel niente della separazione delle carriere. La questione credo riguardi altro e cioè la stessa forma dello stato di diritto nel nuovo contesto internazionale.
La Repubblica Italiana è da molti anni il teatro di un’operazione autoritaria compiuta per gradi: l’abolizione della legge elettorale proporzionale, lo smantellamento dei partiti usciti dalla Resistenza, il discredito verso tutte le forme politiche associative e in particolare dei partiti, i vincoli esterni (USA, UE – seppure ormai al tramonto – e, con la cessione della cyber-security, Israele), la cultura tecnocratica, la controriforma del titolo quinto, la distruzione della scuola pubblica con l’invasione della pedagogia neoliberale, la sottomissione delle università agli interessi del capitale, precarizzazione del lavoro, l’indebolimento della stampa con il taglio dei finanziamenti (il cui effetto è stato quello di rafforzare la presa dei privati sulle redazioni: emblematico il caso di Repubblica), la limitazione della libertà di sciopero, la neutralizzazione di fatto del potere legislativo con la decretazione selvaggia, il suo ridimensionamento con il taglio dei parlamentari e numerosi altri provvedimenti hanno contribuito a ridurre gli spazi democratici e ad annichilire qualsiasi forma di contropotere.
La maggior parte di questi provvedimenti non ha una natura istituzionale. Alcune di queste azioni sono passate per leggi ordinarie, altre invece sono più semplicemente dovute alla prassi politica che ha sostituito la lettera della Costituzione. Altre ancora sono il risultato di rapporti di forza (riforme sul lavoro, della scuola…). E infine alcune sono il prodotto culturale del neoliberalismo: distruzione dei corpi intermedi (partiti, parlamento, stampa). Solo poche di queste azioni sono passate dalla manipolazione della costituzione (titolo quinto, taglio dei parlamentari).
Nel loro complesso queste “riforme”, quantunque eterogenee, hanno congiuntamente concorso alla profonda opera di svilimento della nostra democrazia ancora oggi in atto. Non credo a questo proposito che sia necessario tirare fuori Licio Gelli e il programma della P2 per dire che tale disegno è stato ideato tempo fa. L’involuzione autoritaria dell’Italia e la sua sottomissione alle ragioni del grande capitale fanno parte di un processo che oggi ha il suo centro nevralgico nelle grandi agenzie del capitale internazionale e che si svolge nella fase storica di ritorno allo stato nazione e di eclissi degli organi sovranazionali.
Soprattutto in questa fase di grande trasformazione del capitalismo e di superamento delle vecchie regole del mercato, l’obiettivo degli attuali centri di potere è quello di colpire gli stati al loro cuore, ovvero in ciò che li costituisce: il diritto. Fa per questo davvero sorridere che ci sia della gente che in buona fede straparli di separazione delle carriere. Questo vecchio argomento nobile o meno è solo il grimaldello per mezzo del quale si cerca di indebolire uno dei poteri fondativi dello stato, quello giudiziario, responsabile dello stato di diritto.
In questa nuova fase storica (e l’arrivo di Peter Thiel dovrebbe essere una spia) il grande capitale intende rinunciare all’economia di mercato. Secondo Thiel, ma anche secondo Musk e Trump, “competition is for losers”. In questa nuova fase storica devono contare solo i rapporti di potenza e la loro capacità di esprimersi senza vincoli, senza freni e dunque senza ciò che stabilisce le regole: lo stato di diritto.
L’ideale di questa nuova élite è il regime giuridico delle Isole Vergini dove Epstein ha potuto compiere i suoi progetti perversi e criminali lontano dalla legislazione dello Stato americano e dalla magistratura.
E dunque faccia molta attenzione chi voterà sì, magari armato di argomenti nobili sul garantismo o perché preoccupato di alcuni eccessi della magistratura. Il problema è un altro. Il problema è la forma stato nel nuovo secolo, nel nuovo contesto di ritorno allo stato nazione all’interno del nuovo ordine mondiale di rinnovo e trasformazione del capitalismo in un nuovo feudalesimo che ha tra i suoi apologeti Thiel, Musk, Trump e altri personaggi che vanno a braccetto con la destra italiana oggi al potere. Quando Nordio, Meloni e altri fanno le loro sparate autoritarie contro la magistratura, non stanno facendo solo una propaganda retorica. Vanno presi sul serio: stanno descrivendo il nuovo mondo autoritario in cui l’Italia sarà un paese ancora più sottomesso di quanto è oggi.

E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete.
