di Peppe Giudice |
Il concetto fu elaborato dal grande teorico del socialismo francese, Gilles Martinet, nel 1968. Questa definizione fu fatta propria da Riccardo Lombardi che ne fece il proprio cavallo di battaglia. Ma gli antecedenti stanno nell’austromarxismo, soprattutto in Otto Bauer e Rudolf Hilferding, i quali cercarono di definire una politica socialista come terza posizione tra la destra socialdemocratica tedesca di Ebert e Scheidman (sul piano politico) e da Bernstein (sul piano teorico) e dall’altro lato al carattere dittatoriale e dispotico del bolscevismo.
Questa sintesi di riforme e rivoluzione, punta ad una transizione democratica graduale al socialismo che ha l’obbiettivo di superare il capitalismo per via democratica. Per Lombardi (ma anche per Bauer e Hilferding) le riforme non sono fini a stesse, ma sono uno strumento, sostenuto da un movimento di massa, per modificare i rapporti di potere nello stato , nella fabbrica e nella società a favore delle classi lavoratrici.
La trasformazione socialista si fonde così in un allargamento degli spazi di democrazia nella socirtà ed in un allargamento delle libertà. La rigenerazione del socialismo democratico, quale fattore di ricostruzione della sinistra, si ricollega quindi ad una riattualizzazione del riformismo rivoluzionario, in netta rottura con le “terze vie” alla Blair, senza cadere in forme di popuismo si sinistra che si sono dimostrate fallaci, nè in una impossibile rifondazione del comunismo (che pare sempre più una identità senza contenuti.
Oggi possiamo ritrovare il riformismo rivoluzionario, nel programma del Labour; inglese del 2018 (sotto la presidenza Jeremy Corbyn; nei nuovi socialisti democratici di Bernie Sanders, in Sanchez. E lo stesso Olof Palme e la socialdemocrazia svedese del Piano Meidner fece proprie le idee del riformismo rivoluzionario. La profonda crisi delle socialdemocrazie in Europa si spiega con la la piena subalternità di esse (caso francese e tedesco) ai modelli neoliberali.
Con la nobile eccezione del Psoe. In Italia il post-comunismo invece di diventare socialista ha avuto una conversione verso il neoliberismo “progressivo” clintoniano, da parte di Veltroni. In realtà il PCI, già prima di Berlinguer (con Longo) aveva fatto proprio gran parte delle idee della socialidemocrazia austro-tedesca di 40 anni prima, benchè quelle di Lombardi. Ma senza mai riconoscerlo apertamente. Anzi mantenendo un rapporto contraddittorio con il leninismo.
Inoltre -ma con significative differenze interne- ha privilegiato il rapporto con la DC piuttosto che con il socialisti. Certo poi il Psi, alla fine degli anni ’80 è imploso anche per cause sue. E’ anche vero che si è scatenata una violenta campagna di demonizzazione del socialismo italiano, a cui hanno partecipato sia la finta sinistra DC di De Mita e Prodi, il PDS, ma anche qui con nobili eccezioni come Macaluso, e certo progressismo laico-borghese. E questa demonizzazione ha contribuito a distruggere la sinistra. Che è senza punti chiari di riferimento certi.
Oggi la priorità è impegnarsi fino in fondo per far vincere il NO e sconfiggere politicamente una destra pericolosa, anche se con classe dirigente di livello politico bassissimo. Pericolosa perchè sostenuta da quei poteri forti capitalistici che in tutto il mondo sostengono l’onda nera. Ma poi, a mente fredda, un discorso serio sulla sinistra e sul ruolo della cultura socialista va ripreso senza rancori, ma con chiarezza.

