Un “NO” che vale un Nobel? La candidatura di Sánchez e la bussola rotrovata dell’occidente

di Fabio Cannizzaro |

La candidatura di Pedro Sánchez al Nobel per la Pace ha il sapore di una provocazione, è vero.
Ma ridurla solo a questo sarebbe un errore, o quantomeno una semplificazione che non rende giustizia a ciò che realmente muove la proposta.
C’è qualcosa, in questa proposta che va oltre la politica contingente.

Nasce da un fatto concreto, quasi fisico: il rifiuto di un Primo ministro europeo di piegarsi alla volontà capricciosa, per non dire imperiale, di un uomo, Trump, convinto di poter disporre di tutto e di tutti. Ovunque, e sempre. Non stiamo parlando di una divergenza tattica, di una normale frizione diplomatica. È un’opposizione di sostanza, che tocca le corde di una sovranità morale che molti, in Occidente, credevamo smarrita.
E qui sta il punto forse più interessante. Sánchez non è un attivista isolato, una voce fuori dal coro.

È una figura politica, un socialista, e al tempo stesso ha un ruolo istituzionale queelo di Presidente del Governo di Spagna. È proprio questa duplice natura a dare peso alla cosa. Se la sua candidatura andasse avanti, non sarebbe solo un riconoscimento personale. Sarebbe un segnale.
Un gesto di speranza, certo, ma anche – e forse soprattutto – un atto di evidente discontinuità.

Discontinuità da cosa? Da quelle prassi geopolitiche occidentali che, negli ultimi anni, ci hanno abituato a un realismo svuotato di principi, a un calcolo perpetuo che ha spesso somigliato a un girare a vuoto. Abbiamo perso la trebisonda, come si dice.

E in questo smarrimento collettivo, un gesto del genere – simbolico, imperfetto, magari anche un po’ naif – assume il valore di una bussola ritrovata.

Non so se Sánchez meriti davvero il Nobel. Probabilmente no, se guardiamo alla storia di quel premio.
Ma forse, oggi, la questione non è nemmeno questa. Forse la proposta serve a ricordarci che esiste ancora la possibilità di dire di no.

Di opporre un confine a chi non ne riconosce. E che farlo da una posizione di governo non è un atto di debolezza idealista, ma un esercizio di coraggio politico.
Un tentativo, per quanto imperfetto, di riannodare un filo che sembrava ormai spezzato.