Il confronto politica e magistratura sul Gargano partì nel 1924

di Ignazio Lippolis |

Mauro Del Giudice un esempio che fa scuola

֎Teresa Maria Rauzino ha appena pubblicato un terzo volume, «Potere giudiziario e politica. Mauro Del Giudice: il coraggio delle riforme», in cui ricostruisce la figura e il pensiero giuridico e legislativo del magistrato protagonista del processo Matteotti. L’intervista֎

Teresa Maria Rauzino, storica nata a Peschici, ha al suo attivo numerose pubblicazioni sulla storia locale e garganica che spesso proiettano nuova luce anche su vicende di rilievo nazionale.

Esemplare, in quest’ottica, è il saggio su Mauro del Giudice, il magistrato che condusse l’Istruttoria del processo sull’assassinio di Giacomo Matteotti nel 1924, nel volume «Figure egemoni del Novecento», edito da Schena nel 2006, e poi ne «Il magistrato che fece tremare il Duce – Mauro Del Giudice. Memorie e Cronistoria del processo Matteotti» pubblicato nel 2022.

Mauro Del Giudice è stato un magistrato coraggioso che tenne testa al fascismo e fu interprete rigoroso del rapporto tra il potere giudiziario e quello politico nel passaggio dall’età liberale al fascismo, fino alla nascita della Repubblica.

Su Del Giudice, la studiosa ha appena pubblicato un terzo volume, «Potere giudiziario e politica. Mauro Del Giudice: il coraggio delle riforme», in cui ricostruisce la figura e il pensiero giuridico e legislativo del magistrato protagonista del processo Matteotti.

Il rapporto fra politica e magistratura tende ad acuirsi quando il potere politico cerca di consolidare un ruolo egemonico all’interno della comunità e i cittadini sbagliano se considerano tale conflitto come un fatto che non li riguarda. Del Giudice non salva l’invadenza dei governi postunitari e liberali sul potere giudiziario, ma con il regime fascista le ripercussioni negative furono maggiori perché prevalsero i poteri forti e i centri di potere, a scapito dei cittadini più deboli, i cui diritti una corretta amministrazione della Giustizia avrebbe dovuto garantire.

Non si tratta di una lettura ideologica, ma di una riflessione che trova riscontro nella storia e nell’economia contemporanee.

Non si tratta di politica lontana dagli interessi della comunità, basti pensare agli abusivismi, alla perdita di territorio e alle conseguenze negative per l’habitat. L’ambiente è il primo settore che perde identità.

Ed anche qui la polemica e la presenza critica di Del Giudice è viva sulle questioni di politica urbanistica e sulla perdita di suolo, diremmo oggi, quando criticò aspramente gli interventi demolitori e speculativi del regime fascista nella città di Roma.

A Teresa Maria Rauzino abbiamo rivolto alcune domande su questa sua nuova ricerca.

Professoressa, se la tensione tra potere e magistratura è una costante, quella odierna rappresenta un’evoluzione? Quali differenze possiamo individuare rispetto all’epoca di Mauro Del Giudice?

Il mio lavoro di ricerca intende offrire strumenti di riflessione sul presente.

Del Giudice non fu un semplice osservatore critico, ma un protagonista attivo del processo di riforma. Il suo contributo alla definizione dell’autonomia della magistratura, culminato nell’elaborazione dell’articolo 104 della Costituzione, si fonda su una concezione etica della funzione giudiziaria, intesa come servizio pubblico sottratto a ogni forma di subordinazione politica.

In questo senso, la sua riflessione anticipa questioni ancora centrali nel dibattito contemporaneo, confermando l’attualità del suo pensiero.

È evidente che alcune tematiche di oggi, come i diritti delle donne, all’epoca non erano ancora emerse, ma ci fu qualche segnale?

In un articolo del 1941 intitolato «Nudità invereconde», pubblicato a Novi Ligure sul periodico «San Giorgio» fondato da Don Orione, Del Giudice esprime una visione pienamente coerente con la cultura del suo tempo:

«Le giovani che cercano di conquistare gli uomini con la procacità dovrebbero comprendere che il pudore è la vera forza di attrazione. Il regno della donna saggia è la casa, il focolare domestico; la sua missione è educare la prole, non esporsi nei luoghi pubblici o prendere parte a competizioni e conferenze. Come diceva Pericle, la migliore fra tutte le donne è quella che fa minor rumore fra gli uomini».

Più articolata, ma ancora segnata da cautele e pregiudizi, fu la posizione espressa in Assemblea Costituente dall’amico Giovanni Conti:

«Non si possono chiudere le porte della magistratura alle donne in una Costituzione moderna. Se hanno attitudini, possono gareggiare con gli uomini. Tuttavia, si dubita che l’esercizio della funzione sia per loro agevole in certi periodi della vita; per questo si immagina un loro possibile impiego soprattutto nella magistratura minorile o nei servizi di cancelleria».

I garganici sono noti per la loro caparbietà nel perseguire gli obiettivi in cui credono. Il carattere di Del Giudice è ancora presente o la sua tensione civica si è affievolita?

Dopo la forte reazione civica alle trivellazioni petrolifere e alle «navi dei veleni» in Adriatico, si è registrato nei garganici un periodo di stanca, quasi di rassegnazione.

C’è però da rilevare che da qualche anno è in atto un tentativo di reagire. Si nota una certa vitalità da parte di un gruppo spontaneo di associazionismo attivo del Gargano denominato la Carta di Calenella. Una rete di intellettuali, ricercatori, professionisti ed esperti sta cercando di ricucire il tessuto culturale e identitario del territorio.

I problemi del Gargano (l’emigrazione, lo spopolamento, la mafia, la disoccupazione, la marginalità) restano ancora irrisolti, ma si intravede una volontà di riscatto attraverso la conoscenza, la rete, la progettualità dal basso.

L’idea che la cultura possa diventare un «cavallo di Troia» per trasformare la realtà non è solo suggestiva, ma sta assumendo un senso pratico e concreto, delineando un possibile percorso di rigenerazione, specie delle aree interne del Gargano.

La cultura, in questa prospettiva, non è ornamento ma strumento di trasformazione.

Anche Mauro Del Giudice credeva molto nel valore dell’Educazione per cambiare la mentalità dei Garganici.