di Teresa Maria Rauzino |
Nella lunga, tormentata e ancora oggi irrisolta vicenda della riforma della giustizia italiana, un posto di rilievo spetta senz’altro al volume di Mauro Del Giudice il potere giudiziario al cospetto del nuovo Parlamento, pubblicato nel 1948. A distanza di quasi ottant’anni, l’opera conserva un’attualità sorprendente, tanto da apparire ancora oggi come un lucido atto d’accusa e un accorato appello alla coscienza civile. Già il promo dell’epoca, stampato su un “foglio volante” dall’editore Alberto Scabelloni, ne segnalava il carattere fortemente politico e civile: «Questa povera grande Italia, patria di Dante e di Mazzini, per un ventennio è stata ridotta a caserma di scalmanati nero vestiti. […]
Sua Eccellenza Mauro Del Giudice, il fiero ed eroico Istruttore del processo Matteotti, pone alla coscienza civile degli italiani il problema di una magistratura indipendente, libera, sana, decorosamente stipendiata, per l’avvenire e la gloria della Repubblica». Il dibattito sulla nuova Costituzione repubblicana era ancora acceso e Del Giudice rivolgeva un monito al Parlamento e al Governo appena insediati: la rifondazione del potere giudiziario non era solo un’urgenza amministrativa, ma una questione fondativa per la nuova democrazia. Un impegno rimasto disatteso per quasi un secolo, dai primi anni dell’Italia unita. Il tema della “malagiustizia” si era imposto nell’agenda del primo esecutivo postunitario. La domanda popolare era chiara: epurare dai ranghi giudiziari i funzionari compromessi con i vecchi regimi.
Ma i governi liberali, pur promettendo riforme, mantennero al loro posto — salvo poche eccezioni — gli stessi magistrati degli Stati preunitari. Il nuovo sistema parlamentare, anziché garantire l’indipendenza del potere giudiziario, ne favori l’assoggettamento al potere esecutivo. Non mancò chi, come Francesco Domenico Guerrazzi, espresse con amaro sconforto un giudizio diventato col tempo luogo comune: «Si stava meglio quando si stava peggio!» La Destra Storica, pur muovendosi inizialmente nel solco dell’integrità cavouriana, dopo il 1866 degenerò in una vera consorteria affaristica. Secondo Del Giudice, uomini privi di scrupoli — «a guisa di uccelli famelici» — occuparono le Istituzioni, infiltrando anche la Magistratura di figure mediocri e compiacenti, pronte a garantire impunità e silenzi. La situazione non migliorò con l’avvento della Sinistra di Depretis, definito da Del Giudice «volpe di Stradella» e «ragno al centro della tela di tutti gli intrighi». Durante il suo lungo periodo di governo (1876-1887), la Magistratura divenne un docile strumento di vendette politiche.
I tribunali, denuncia l’Autore, si trasformarono in “tenebrose caverne” in cui gli innocenti espiavano il torto di aver ragione. In quel clima degradato, alcuni dei più grandi giuristi dell’epoca — Roberto Savarese, Francesco Carrara, Luigi Zuppetta — si ritirarono dall’attività forense, come atto di protesta e testimonianza morale. Carrara lasciò la toga con parole memorabili: «Quando la politica entra dalla porta del Tempio, la Giustizia fugge impaurita dalla finestra». Zuppetta, in una lettera al ministro Zanardelli, denunciò la trasformazione dei giudici in «proprietari della giustizia, che la amministravano a capriccio, come una donazione di cosa propria». Il suo appello accorato —«Faccia che la classica terra del Diritto divenga la classica terra della Giustizia!» — risuona ancora oggi con forza. Le promesse di riforma restarono disattese anche sotto Giolitti, la cui lunga permanenza al potere coincise con ulteriori scandali giudiziari e una crescente sfiducia nella Magistratura.
Celebre il caso del crollo della Banca Romana (1893), che vide coinvolti magistrati collusi e politici protetti dall’impunità. Un ventennio più tardi, nel 1913, scoppiò un nuovo scandalo — l’affaire Ricciardi-Mannajoli — che mostrò come corruzione e impunità continuassero a contaminare le istituzioni giudiziarie. Anche in quell’occasione, dopo un iniziale clamore, tutto finì rapidamente nel silenzio. Del Giudice denuncia, con amara lucidità, la «smemorataggine degli italiani», che ha fatto la fortuna dei «malfattori» della politica, pronti a ritornare in scena dopo ogni scandalo. La sua convinzione è chiara: i popoli possono sop-portare molte cose, anche la miseria, ma non la giustizia negata e l’iniquità trionfante.
Del Giudice ricorda con ammirazione quei magistrati che, nel primo Novecento, si distinsero per coraggio e indipendenza. Tra questi, Saverio Brigante e Roberto Cirillo, radiati dal servizio da Mussolini perché formavano il gruppo dirigente dell’AGMI (Associazione Generale dei Magistrati Italiani), fondata nel 1909 ed autoscioltasi nel 1925 per non piegarsi al fascismo. Il loro esempio, insieme a quello di pochi altri giuristi, costituisce per Del Giudice un patrimonio morale da riscoprire e trasmettere.

Nel 1948, all’indomani dell’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, Del Giudice denuncia l’inquietante continuità tra l’apparato giudiziario del regime fascista e quello repubblicano: troppi magistrati compromessi nel Ventennio siedono ancora nelle aule giudiziarie, sotto nuove insegne partitiche. La loro presenza, scrive, è «un danno e un pericolo permanente, che bisogna a ogni costo eliminare». All’Assemblea legislativa eletta il 18 aprile 1948 spetta l’alta responsabilità di completare l’opera della Resistenza, epurando la Magistratura e restituendole indipendenza, rigore e prestigio.
Il volume si chiude con una domanda cruciale: «L’ardente voto degli Italiani verrà finalmente appagato o rimarrà ancora una volta frustrato?».
A quasi ottant’anni di distanza, quella domanda resta ancora sospesa. La storia del potere giudiziario italiano sembra ancora oscillare tra avanzamenti e ricadute. Per i pensieri illuminanti espressi, Del Giudice fu lodato da Giovanni Conti, parlamentare repubblicano delle Marche, con il quale tenne un fitto scambio epistolare tra il 1946 e il 1948, durante la Costituente. In una delle missive, dopo aver argomentato sul parallelismo tra i sistemi giudiziari italiano, inglese e francese, Del Giudice elencò le sue idee sulla futura, necessaria riforma: selezione rigorosa, imparziale, del personale degli alti gradi; riduzione delle preture a non più di mille, dei tribunali ad ottanta e delle Corti di appello ad otto o al massimo a dieci, una per ogni regione; formazione di un solo ruolo dei magistrati giudicanti e di quelli requirenti; affidamento del ministero della Giustizia ad un alto magistrato; assoluta incompatibilità dei magistrati con qualsiasi altra funzione (in Parlamento, nei Comuni, nelle province, presso le Camere di commercio e industriali).
Conti era allora il direttore del periodico quindicinale «La Costituente», che tra il 1945 e il 1946 fu un importante strumento di riflessione sui principi democratici della nuova Repubblica. La rivista, edita a Roma, vide la partecipazione di giuristi come Mauro Del Giudice ed intellettuali di diversa estrazione politica, impegnati in un vivace dibattito sulla futura legge fondamentale. Conti partecipò alla redazione della Costituzione come presidente della sezione speciale sul potere giudiziario. A lui si deve la formulazione dell’articolo 104, che sancì l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura. Nei suoi interventi in Parlamento, citò Mauro Del Giudice, sottolineando l’acutezza delle argomentazioni «di un grande uomo».
Fonte: Critica Sociale

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