di Fabio Cannizzaro |
Ci siamo quasi. Il referendum sulla giustizia è alle porte, e il termometro politico, com’è ovvio, segna ormai temperature da fusione.
In questo clima rovente, una delle scene più amare e rivelatorie la si osserva proprio in quello che, un tempo, era il mondo socialista.
Da una parte, il segretario dell’attuale PSI, Enzo Maraio, e una parte di quel mondo sostengono il Sì. Motivazioni? Un “garantismo” da difendere, dicono, per “non consegnare alla destra l’eredità della giustizia”. Una posizione che ha raccolto adesioni, anche illustri, spesso di molti ex socialisti, in uno specifico fronte del “Sì”.
Dall’altra, però, esiste un altro pezzo di socialismo. Non marginale, non silenzioso.
Questo si esprime, ma non si risolve esclusivamente, nel “Comitato Socialista per il No” e annovera nomi come Elena Matteotti, Rino Formica, Anna Falcone, e decine e decine di altri e altre – dirigenti di organizzazioni politiche, militanti, intellettuali, circoli, persino l’editore di Critica Sociale. Tutto ciò da Messina ad Aosta.
Gente che la tessera, la storia del socialismo o semplicemente l’orizzonte ideale, se l’è vissuta e continua a viverla in forme diverse e plurali. E che oggi dice No.
La reazione del primo schieramento verso il secondo non è stata il più delle volte dialettica.
Spesso, ahi noi, ha prevalso il livore. Attacchi ideologici e personali, l’accusa sottintesa di un presunto tradimento dell’identità socialista.
Un assioma viene propinato: se sei socialista, antitotalitario, garantista, “devi” votare Sì.
È una logica che, a leggerla bene, fa sobbalzare. Perché ribalta il senso stesso delle parole.
Il punto, vedete, non è “se” siate garantisti. Il punto è “cosa” intendete per garantismo.
La riforma su cui si vota non introduce una sola nuova garanzia per l’imputato.
Non accelera un processo, non assume un cancelliere, non potenzia il patrocinio per i non abbienti.
Cambia – e profondamente – l’assetto interno della magistratura: separazione delle carriere, composizione del CSM, autonomia dei PM. Sposta pesi e contrappesi “dentro” il Palazzo.
Definire “questo” l’atto garantista per eccellenza è un esercizio retorico notevole. Un po’ come chiamare detox un pasto di grassi saturi. Nutre forse un dibattito, ma non la sostanza dei diritti.
Poi, c’è l’argomento principe e preferito: Giuliano Vassalli. Lo si cita come un nume tutelare del Sì, quasi che il ministro socialista del ’89 avesse già allora in mente questa riforma.
Ma Vassalli inserì il giusto processo in Costituzione per limitare il potere dello Stato di fronte al cittadino. Non per frammentare l’unità della magistratura, che era stata pensata proprio come argine a influenze esterne, politiche incluse.
Oggi, il quadro è paradossale. Si chiede di votare Sì a una riforma voluta e votata da un governo di destra, mentre la CGIL – quella con la storia e la pelle dei lavoratori – dice No. E così, molti socialisti del Sì si ritrovano in una compagnia strana: da un lato Meloni e Salvini, dall’altro il vuoto di un saloon di periferia, a brindare da soli alla propria presunta coerenza.
La contraddizione più profonda, però, è un’altra.
Il socialismo italiano è nato per stare dalla parte dei deboli. Ha visto nella giustizia uno strumento di emancipazione, di riduzione delle disuguaglianze sociali. Non un affare di assetti corporativi tra toghe.
Questa riforma non tocca le disuguaglianze di chi entra in un’aula di tribunale. Allora, si vota Sì per cosa? Per una presunta indipendenza dei PM? Senza un contrappeso unitario forte, quell’indipendenza può diventare, col tempo, qualcos’altro. Soprattutto con certi governi al potere.
Forse il nocciolo è tutto qui: ci sono due idee di garantismo. Una che protegge la persona dallo Stato. Un’altra che protegge certi equilibri istituzionali da certi cambiamenti. Non sono la stessa cosa.
Non è una forzatura, è una questione di priorità. Al centro ci metti le persone o le corporazioni? I diritti concreti o le geometrie del potere?
La sinistra storica, quella che alcuni oggi evocano a sproposito, non aveva dubbi.
Forse le letture della Costituzione sono cambiate. Forse le radici contano meno delle contingenze. Sarebbe onesto, almeno, ammetterlo.
Invece di accusare di tradimento chi, semplicemente, quelle radici le invera e ricorda ancora.

E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete.
