di Teresa Maria Rauzino |
Ogni volta che qualcuno viene pestato in una piazza, la violenza diventa un pretesto. Non per cercare la verità, ma per restringere diritti. Non per capire cosa sia successo, ma per decidere chi deve pagare politicamente.
Torino non fa eccezione: cambia il contesto, non il copione. Il 31 gennaio 2026 a Torino c’erano oltre 50.000 persone in piazza, in larghissima parte pacifiche. Un dato enorme, quasi del tutto rimosso dal racconto pubblico e sostituito da un’unica immagine: la violenza di pochi, isolata dal contesto e trasformata immediatamente in chiave interpretativa totale.
È una tecnica antica: prendere l’episodio più brutale e usarlo per cancellare la distinzione tra dissenso e violenza. Mettere nello stesso calderone chi manifesta pacificamente e chi picchia significa colpire deliberatamente il diritto costituzionale di manifestare.
Come ha osservato Francesco Cancellato, il vero nodo di Torino non è l’esistenza della violenza – reale e inaccettabile – ma la sua selezione politica. Il Governo ha scelto una sola vittima simbolica, quella funzionale alla propria narrazione: il poliziotto aggredito. Quel fatto, gravissimo e criminale, è stato trasformato in un simbolo assoluto, sufficiente da solo a spiegare, giudicare e condannare un’intera piazza.Tutto ciò che stava prima e fuori dall’inquadratura è stato espunto dal racconto ufficiale: manifestanti feriti, fotografi e giornalisti colpiti, cariche documentate, manganellate a freddo. Non negati: ignorati.
Eppure, come racconta la giornalista Rita Rapisardi, presente a pochi metri dalla scena, al momento dell’aggressione gli scontri erano ormai in fase di esaurimento: pochi manifestanti rimasti, lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, cariche contro gruppi dispersi. Un agente esce dallo schieramento, insegue e manganella, uno dei colpiti cade, altri intervengono e in quei secondi si consuma la scena diventata virale. Attorno, feriti, fotografi colpiti, persone intossicate, decine di accessi agli ospedali.
Non per assolvere nessuno. Ma per ricordare che un video non è un fatto: è un frammento. E costruire una politica dell’ordine su frammenti selezionati significa rinunciare deliberatamente alla verità. È così che la violenza non viene combattuta: viene usata.
Una diventa emergenza democratica. Le altre diventano “contesto”, “incidenti”, “inevitabilità”. Il discorso pubblico scivola così dalla cronaca a una dottrina dell’ordine. Pier Paolo Pasolini lo aveva capito già nel 1968, dopo Valle Giulia:«Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti. Perché i poliziotti sono figli di poveri…» Non stava assolvendo la repressione. Stava dicendo qualcosa di più scomodo: poliziotti e manifestanti spesso provengono dallo stesso mondo, ma vengono messi uno contro l’altro da un potere che non paga mai il prezzo dello scontro.
Un potere che usa l’ordine pubblico come terreno simbolico, non come problema reale. Francesco Cossiga lo disse senza ambiguità:«Ritirare le forze di polizia, infiltrare agenti provocatori pronti a tutto, lasciare devastare le città. Poi, forti del consenso popolare, non avere pietà». Non una provocazione. Una confessione. Non “servizi deviati”, ma una concezione dello Stato che produce disordine per legittimare la repressione. Giorgiana Masi nel 1977, Genova nel 2001 non sono analogie forzate: sono precedenti di metodo.
In questa cornice vanno lette le parole della presidente del Consiglio Giorgia Meloni:«Il Governo ha fatto la sua parte… ora è fondamentale che anche la Magistratura faccia fino in fondo la propria».
Non è una frase neutra. Scarica politicamente la responsabilità dell’esecutivo, aprendo un processo simbolico a un altro potere dello Stato. Il lessico parla chiaro: “lassismo”, “provvedimenti sacrosanti”, “chi devasta” contro “chi difende”. Così la garanzia diventa indulgenza. Il controllo di legalità diventa ostacolo. Il giudice non applica più la legge: la intralcia. È l’anticamera culturale del decreto sicurezza. Perché Torino non è solo una vicenda di ordine pubblico. È un passaggio politico preciso.
A quarantotto ore dai fatti, il Consiglio dei ministri vara un decreto, non un disegno di legge. Entra in vigore subito. Serve l’emergenza, non il confronto parlamentare. Fermo preventivo dei manifestanti. Cauzioni economiche per poter scendere in piazza. Scudo penale per gli agenti.
Misure già contestate sul piano costituzionale, ma giustificate in nome dell’urgenza.
Come scrive Concita De Gregorio, la domanda non è se la violenza sia da condannare. Lo è. La domanda è: a chi servono gli scontri? Chi trae vantaggio da una piazza trasformata in minaccia? La risposta è sotto gli occhi di tutti. Questa narrazione selettiva della violenza serve a preparare il terreno a un provvedimento che non nasce dall’emergenza, ma ha bisogno dell’emergenza per essere accettato. Prima si riduce una piazza a problema di ordine pubblico. Poi si delegittima chi chiede garanzie.Infine si trasforma la compressione dei diritti in necessità. Il decreto sicurezza non colpisce la violenza. Colpisce il dissenso. Restringe gli spazi di manifestazione e trasforma i cittadini in potenziali minacce.
Pasolini lo aveva intuito. Cossiga lo ha detto apertamente. Oggi lo si ripropone in forma più elegante, più istituzionale, più presentabile.
Torino non è stato un incidente. È stato un avvertimento.
Mentre tutti guardavano la violenza, qualcuno stava già spostando il perimetro dei diritti. E, in nome dell’ordine, restringendo lo spazio della libertà.
Non è la prima volta che succede. Ma ogni volta che succede, succede un po’ di più.
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