di Giuseppe Onorati |
Se con estrema semplicità si chiedesse una rappresentazione del Mondo in questo inizio 2026, con altrettanta estrema nettezza si potrebbe rispondere che ci fornisca uno scenario di precarietà o meglio, di equilibrio precario.
La storia moderna e quella contemporanea si possono connotare per l’equilibrio fra potenze, relazioni tra forze che cercano di vivere, raggiungere i propri obiettivi e svilupparsi, vincolate dal contemperamento dell’esistenza e delle esigenze altrui; fintanto che ciò si riesca ad ottenere, l’equilibrio sta in piedi, altrimenti iniziano le frizioni che dopo un certo limite sfociano in conflitti. Anche il tempo attuale parrebbe caratterizzato da un equilibrio precario fra potenze, in ragione della crescente complessità in cui le relazioni internazionali si siano configurate e si stiano configurando.
Con la fine della Guerra Fredda il politologo statunitense Francis Fukuyama teorizzò la fine della storia, in quanto per logica storico-evolutiva, gradualmente il Mondo si sarebbe allineato alle categorie occidentali della democrazia liberale e del capitalismo, facendo sì che il mercato avrebbe regolato la vita, tutelato dal diritto. La previsione di Fukuyama in fondo non è stata che un’anticipazione teorica del progetto di globalizzazione, secondo il quale libertà ed utilità avrebbero superato tutti i valori ed i fini innescanti contraddizioni e conflitti, in nome di una società globalmente pacificata .
Proprio la storia ha sconfessato la previsione di Fukuyama, portando ad un Mondo in cui ciò che doveva globalizzarlo in senso liberal-mercatistico, ha prodotto un equilibrio di potenza precario, nel quale l’intreccio complesso d’interdipendenze d’interessi, mantiene alta la possibilità di continue tensioni.
Marx, Nietzsche ed Hegel più che Fukuyama possono aiutare ad interpretare l’attualità di un Mondo in cui ragione economica, volontà di potenza e dinamiche di equilibri fra forze, parrebbero le categorie di senso che guidano la vita nello scacchiere internazionale.
L’ideologia globalista ha mascherato un grande equivoco: la fine di motivi di conflitto fra potenze, per una società-mondo occidentalizzata e libera, semplicemente apriva ad uno scenario ad egemonia unica degli Stati Uniti, unica potenza in diritto-dovere di garantire l’ordine a visione occidentale (o sarebbe meglio dire, da una prospettiva dell’occidente, liberal-capitalistica e di mercato, che certamente non rappresenta tutto lo spettro di valori e visioni occidentali). Da qui l’(auto) investitura degli U.S.A. a garante dell’ordine mondiale e la legittimazione degli interventi per “esportare la democrazia”.
Il progetto globalista di una società-mondo mercato, viene impostato su due linee fondamentali: lo sviluppo del capitalismo finanziario e lo sviluppo della Cina come fonte manifatturiera globale, che con i bassi costi del lavoro, avrebbe pressato al ribasso i livelli salariali e reso a discapito del lavoro in generale, i rapporti di produzione nei paesi industriali sviluppati, portando le democrazie sostanziali a degenerare.
Effettivamente così è stato per entrambe le linee d’impostazione ma a costi di gravi crisi economiche e sociali, tagli al welfare ed impoverimento della classe media, con conseguente erosione democratica. Il capitalismo finanziario ha prodotto una serie di crisi, di cui quella sistemica del 2007, con ripercussioni catastrofiche; la Cina entrata nel W.T.O. nel 2001 ha aggredito il mercato occidentale, con un enorme vantaggio competitivo giocato sui costi del lavoro e della tutela ambientale.
Questa vittoria commerciale ha portato la Cina a crescere a fenomenali ritmi e soprattutto ad accumulare ingenti capitali, messi a servizio di una eccellente visione strategica ma del resto, se si consideri la storia della civiltà del Dragone, non ci si dovrebbe meravigliare. Ben presto ha iniziato ad investire in ricerca e sviluppo tecnologico, raggiungendo risultati strabilianti, anche dal punto di vista militare, addirittura portando da diverse parti a considerare un superamento degli Stati Uniti d’America. Poi, ha iniziato ad investire all’estero in infrastrutture, energia e tecnologia, creando saldi rapporti di partenariato in diverse zone del mondo: dal Medio Oriente all’America Latina, all’Africa, all’Asia centro meridionale; dal Sud-Est Asiatico all’Europa, al Mediterraneo, intessendo una rete di rapporti strategico-economici che rappresentano l’intelligente estensione di potenza cinese, improntata ad un paradigma di pragmatismo ed utilità.
Dunque la partita fondamentale è fra U.S.A. e Repubblica Popolare Cinese ma con un’ importante presenza, quella russa, potenza militar-nucleare, prima per numero di testate possedute, che ha risorse strategiche, come petrolio e gas in primis e che si pone come obiettivo la conservazione e difesa del proprio vastissimo territorio, cercando sbocchi vitali ed intraprendendo anch’essa rapporti di partenariato strategici in varie parti del Mondo come: Asia, Medio Oriente, Africa ed America Latina. In seguito alle sanzioni inflitte dall’Unione europea alla Federazione Russa negli ultimi anni, si sono incrementati gli scambi di petrolio e gas russi con la Cina, saldando maggiormente il legame strategico fra le due potenze.
Ed è così che il progetto globalista improntato all’unipolarismo statunitense, quasi per paradosso storico, offre un mondo tripolarizzato, in cui una superpotenza economica, tecnologica e militare in strabiliante ascesa (la Cina), con una superpotenza militar-nucleare (la Russia), hanno aperto la strada a uno scenario multipolare, fatto di alleanze pragmatiche, in funzione dell’utilità economica e strategica; iniziando dai BRICS e passando per vari accordi di cooperazione, varie intese di partenariato ed alleanze, Cina e Russia hanno dato vita ad un sistema d’interdipendenze in diversi continenti, grazie al quale, medie potenze (vedi l’India) e Paesi del Sud del mondo, sperimentino vantaggi economici e strategici, anche resistendo a sanzioni ed isolamenti da parte dell’Occidente.
A sua volta l’Occidente si è trovato, nonostante parte dell’opinione pubblica sia ancora illusa ideologicamente del contrario, a non essere più il centro decisionale e propulsivo della scena storica ma a dover fare i conti con un mondo complesso in cui i margini per evitare passi falsi si siano ridotti.
Gli U.S.A. con la presidenza Trump, comprendendo il nuovo equilibrio di potenza che si è configurato, hanno deciso di concentrarsi strategicamente su se stessi, sugli interessi nel proprio continente ed in una regione per loro importantissima, il Medio Oriente. Le politiche dei dazi, l’operazione in Venezuela d’inizio Gennaio, l’iniziativa verso la Groenlandia ed in ultimo l’invio di portaerei, navi da guerra con cacciatorpediniere al seguito verso il Golfo Persico, per la situazione di tensione sviluppatasi con l’Iran, sono dimostrazioni evidenti di ciò; altrettanto evidenziano anche la precarietà degli equilibri, se consideriamo che Venezuela ed Iran siano partener strategici di Cina e Russia, e se pensiamo alla Groenlandia come ad un avamposto strategico per le rotte artiche oltre che per ricchezza d’idrocarburi, minerali e terre rare.
Allo stesso tempo, gli U.S.A. lasciano agli alleati del Patto Atlantico l’incombenza di responsabilizzarsi e pensare alle proprie sorti difensive aumentando del 5 per cento del prodotto interno lordo, i flussi per finanziare l’organizzazione del potenziamento difensivo.
L’Unione Europea in questa fase storica sperimenta una piena inconsistenza politica; pur rappresentando una grande economia, in uno scenario globale di equilibrio di potenza, non essendo una potenza politico-militare, né avendo l’organizzazione politica ed istituzionale per poterlo diventare al momento, con argomentazioni ideologiche nasconde male la sua irrilevanza e la sua sostanziale frammentazione nelle varie posizioni dei suoi componenti.
Il Mondo globalizzato che avrebbe dovuto superare le criticità conflittuali, ha restituito un equilibrio di potenza in uno scenario di alta complessità e pericolosità.
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