
Intervista ad Anna Falcone |
Sulla riforma della “separazione delle carriere” abbiamo pensato di sentire il parere degli avvocati. Sono stati quindi contattati diversi professionisti, appartenenti a vari territori, che rivestono, o hanno rivestito, degli incarichi istituzionali all’interno dei loro ordini di appartenenza, o in altre sedi, e proporremo ai nostri lettori queste interviste man mano che le raccoglieremo.
Oggi abbiamo come ospite l’Avvocato Anna Falcone, docente universitario, già dirigente nazionale del PSI e responsabile nazionale pari opportunità, attivista politica e membro del comitato “Giusto dire No” del Lazio, che ci ha gentilmente concesso parte del suo tempo per permetterci di raccogliere il suo pensiero sullo scottante tema.
Volevo parlare con te di questa riforma della giustizia. Vado subito al dunque, volevo capire, anche considerando le tue origini politiche socialiste, come ti poni oggi rispetto a questa riforma.
Io continuo a essere una socialista, nonostante non sia iscritta al partito. Storicamente il Partito Socialista ha sempre voluto una riforma della giustizia.
Secondo te come si potrebbe oggi riprendere il discorso di una riforma della giustizia in senso socialista, ma diversa da quella attualmente proposta e su cui si voterà a breve?
Le riforme in materia di giustizia non sono affatto esaurite, e non lo sono neanche con questa riforma che, sostanzialmente, non incide su nessuna delle esigenze reali dei cittadini.
Non abbrevierà i processi, non renderà i processi più giusti e non risolverà il problema delle carceri, né quello del pan-penalismo, cioè la punizione con sanzioni penali di quante più condotte possibile.
Soprattutto, non aiuterà uno di quelli che erano gli obiettivi storici del socialismo: rafforzare il ruolo degli avvocati nel processo penale. Inoltre questa riforma così pensata non impedisce gli errori giudiziari.
Perché secondo te dal punto di vista socialista questa riforma è così distante dagli obiettivi storici?
Noi socialisti, non solo con Vassalli ma da sempre, abbiamo teso ad avere un modello accusatorio nel processo. Tuttavia dobbiamo fare i conti con la realtà: le riforme si fanno sempre in un determinato contesto storico e politico, che cambia inevitabilmente.
Le posizioni che avevamo quando Vassalli era ministro non possono essere quelle di oggi, soprattutto perché questa riforma viene proposta da un centro-destra che non mira semplicemente alla separazione delle carriere.
A proposito di separazione delle carriere: è davvero questo il nodo centrale?
I numeri dicono di no. Solo lo 0,3% dei magistrati passa da pubblico ministero a giudicante o viceversa: circa 30 magistrati l’anno. Una riforma costituzionale non si fa per 30 casi.
Inoltre, per separare le carriere sarebbe bastata una legge ordinaria. Non c’era bisogno di modificare la Costituzione.
Quindi qual è, secondo te, il vero obiettivo di questa riforma?
L’obiettivo è molto diverso ed è all’opposto di quelli che sono sempre stati gli obiettivi dei socialisti: modificare l’assetto tra i poteri dello Stato.
Questo emerge non solo dal testo della riforma, ma anche dalle altre riforme che questo governo ha in cantiere, prima fra tutte il premierato, cioè la concentrazione del potere esecutivo nelle mani di una sola persona.
Entriamo nel merito delle modifiche costituzionali. Dove vedi i rischi maggiori?
Con buona pace dell’articolo 104 della Costituzione, che formalmente resta intatto, di fatto l’autonomia e l’indipendenza della magistratura vengono messe in pericolo da una serie di norme costituzionali di dettaglio.
Mi riferisco alla divisione del CSM in due tronconi, uno per i giudicanti e uno per i pubblici ministeri, e soprattutto all’istituzione di un’Alta Corte disciplinare.
Perché l’Alta Corte è così problematica?
Perché si tratta di un giudice speciale. L’articolo 102 della Costituzione vieta espressamente l’istituzione di giudici straordinari o speciali, proprio in memoria di quanto accaduto nel ventennio fascista, quando la magistratura venne piegata al potere esecutivo.
Questa Alta Corte avrà competenza disciplinare su tutti i magistrati, ma la sua composizione non è definita nella riforma: sarà demandata a una futura legge ordinaria.
Cosa comporta questo rinvio.
Significa che la maggioranza potrà costruire i collegi giudicanti come preferisce.
Ma la cosa più grave è che questa Alta Corte giudicherà sia in primo grado sia in appello, eliminando per i magistrati il ricorso in Cassazione, cioè il controllo di un giudice di legittimità, terzo e imparziale.
Che effetti può avere questo sull’indipendenza dei magistrati?
Un giudice che ha paura delle proprie decisioni non è più libero, né terzo, né imparziale.
Questo rischia di condizionare profondamente il modo in cui i magistrati giudicano, soprattutto quando si trovano davanti a interessi forti o a persone investite di pubblici poteri.
Questo potrebbe incidere anche sull’evoluzione dei diritti?
Certamente. Negli ultimi anni la giurisprudenza è stata spesso più avanzata del legislatore.
Penso, ad esempio, al caso Cappato in materia di eutanasia: senza sentenze coraggiose non avremmo avuto quelle innovazioni nei diritti dei cittadini.
Dal punto di vista socialista, quale dovrebbe essere la priorità?
Rafforzare il ruolo dell’avvocato, soprattutto nella fase delle indagini preliminari, dove oggi non c’è parità tra accusa e difesa.
Il rischio è quello di trasformare il pubblico ministero in un “super poliziotto”, più forte dell’avvocato della difesa e quindi del cittadino.
Parliamo delle correnti nella magistratura.
Io credo che le correnti abbiano lo stesso problema che hanno i partiti politici.
Quanto pesa, in questo parallelo, la mancata attuazione dell’articolo 49 della Costituzione?
Pesa moltissimo. L’articolo 49 dice che i partiti politici devono consentire ai cittadini di concorrere alla politica con metodo democratico.
Questo però non è mai stato attuato con una legge sui partiti. Il potere si è concentrato nei vertici, soprattutto nella selezione dei candidati, con una conseguente riduzione della partecipazione e un aumento dell’astensionismo.
Le correnti della magistratura soffrono di problemi analoghi. Il sorteggio, da questo punto di vista, è una rinuncia alle garanzie democratiche.
C’è almeno un punto della riforma che potresti condividere?
La separazione delle carriere, in astratto, potrebbe anche andare bene. Ma non sono disposta ad accettarla sacrificando la separazione dei poteri e le garanzie per i cittadini.
E allora quali sarebbero le riforme davvero necessarie?
Sì. Sovraffollamento carcerario, durata dei processi, personale amministrativo, condizioni di detenzione.
La Costituzione, all’articolo 27 comma 3, dice che la pena deve tendere alla rieducazione del reo. Oggi questo principio è largamente disatteso.
Il carcere dovrebbe rieducare, non distruggere, soprattutto i giovani, che spesso finiscono in carceri per adulti senza alcun percorso di reinserimento.
Facciamo un’ultima considerazione politica, se vuoi aggiungerla
Questa non è la riforma Vassalli. È una riforma che prepara il terreno a interventi successivi, come il premierato, in un contesto di bassissima partecipazione elettorale.
Il rischio è una democratura, non una democrazia maggioritaria. E questo non è compatibile con i valori del socialismo.
Pubbicato su: www.lagiustizia.net a cura di Teresa Olivieri
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