Il petrolio che uccise Pasolini

La lingua è un gioco di incastri. Perciò lo è anche il pensiero, e quando il pensiero è vita (non sempre, si badi), ne consegue che la vita è un gioco di incastri.

Per Pasolini la sua letteratura fu anche la sua vita. Impossibile pensare l’una senza l’altra, in Pasolini.

Nell’ultimo suo romanzo PETROLIO (incompiuto) – pubblicato postumo da Einaudi nel 1992, 17 anni dopo la sua morte (il suo assassinio, con dolo) – Pasolini porta all’estremo il gioco di incastri che è la sua vita e la sua letteratura.

Mentre lo scriveva, Pasolini – com’era sua consuetudine – sapeva benissimo cosa stava facendo. Era pienamente cosciente che quello che stava scrivendo era il suo testamento, e di uomo e di intellettuale.

L’ormai celeberrimo articolo del 1972 pubblicato sul Corriere della Sera intitolato IO SO di Petrolio è in qualche modo la prefazione.

Già a quell’epoca, Pasolini lavora ad un’opera col registro di un romanzo, ma con le fattezze di un’enciclopedia. Il piano dell’opera originale consta di almeno duemila pagine, nelle quali Pasolini intende ritrarre le mille sfaccettature della decandenza morale e culturale dell’Italia, dall’assassinio di Enrico Mattei al terrorismo rosso e nero (che, nei fatti, per Pasolini non fa alcuna differenza).

Nell’opera, ritratti, excursus, divagazioni, dialoghi si succedono – apparentemente, volutamente – sconnessi. Taluni capitoli hanno nomi ‘tecnici’: appendice 1, appendice 2 etc.

Mai come in nessun’altra opera (fatta eccezione per TEOREMA, forse) Pasolini chiede al lettore la sua cooperazione attiva. Il lettore è chiamato letteralmente in causa nella costruzione dell’opera, nella sua semantica. Pasolini chiede al – pretende dal – lettore il massimo sforzo.

Perchè da questo romanzo, dalle storie che racconta, può dipendere – come in effetti è successo – la sua (di Pasolini) vita, come quella del lettore stesso: della sua storia, come individuo, come essere civico, come partecipe della Storia, come responsabile della Storia, nella massima comprensione di ciò che in quegli anni accadeva in Italia e di quali sarebbero state le conseguenze, a breve e lungo termine.

Per stessa ammissione di Pasolini, PETROLIO è la parafrasi di un altro libro, QUESTO È CEFIS, la biografia non autorizzata di Eugenio Cefis, successore di Enrico Mattei alla guida dell’ente petrolifero italiano, trait d’union tra alti apparati dello Stato, servizi segreti italiani ed esteri, connettore con la loggia massonica deviata P2, se non proprio vero ispiratore, amico di Kissinger.

QUESTO È CEFIS uscì nel 1971 ad opera di Giorgio Steimetz, giornalista dell’ANSA che lo scrisse sotto pseudonimo. Alla sua uscita, il libro sparì dalla circolazione, restando dimenticato per anni. Oggi – morto da tempo Cefis – è possibie ritrovarlo in libreria e nel web.

Nel 1975 Pasolini venne ammazzato. Quel che resta di PETROLIO è solo una parte di ciò che doveva essere l’opera, ma il suo linguaggio e la sua lingua sono già quelle di Pasolini, autentico genio al di fuori del suo tempo, e dal suo tempo stesso rinnegato.

Come sovente tocca in sorte agli spiriti più grandi.

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