Tita Cuc, la leggenda di un sindacalista tramandata in friulano

di Beatrice Andreose – Fonte: Il Manifesto |

Era un artigiano di grande talento il dirigente socialista Gio Batta detto Tita Cuc. Nel 1912 all’Expo universale dell’artigianato di Parigi, ottenne il primo premio per la realizzazione di un mobile in stile liberty e, l’anno prima, la medaglia d’oro all’Expo di Roma per il disegno di una camera da letto. Ma a Budoia, un paesino del Friuli arrampicato sulle colline della pedemontana, la sua leggenda, tramandata in dialetto friulano di generazione in generazione, ricordava soprattutto l’impegno antifascista che gli costò la vita.

Il suo fu un decesso sospetto, infatti. Tanto che il 21 agosto del 1927, giorno dei funerali, nella piazza del piccolo paese arrivarono ben 300 persone da Pordenone, Udine e Venezia. Controllate a vista dai fascisti, arrivarono con le bandiere rosse e un garofano rosso appuntato sul petto, oltreché con i gonfaloni delle cooperative e delle società operaie, tutti simboli proibiti dalla dittatura. La storia di Tita Cuc sarebbe rimasta sconosciuta ai più se, ad un secolo di distanza, Paolo De Marchi e Beppe Zambon, dopo una lunga e certosina ricerca svolta in diversi archivi, non avessero deciso di dare alle stampe il graphic novel Tita Cuc Gio Batta Scussat(1889-1927), dentro i movimenti sociali (Alba edizioni), con la presentazione del docente di storia contemporanea e storia orale Alessandro Casellato, e la prefazione di Gian Luigi Bettoli, storico del movimento operaio.

Un racconto in bianco e nero che ricostruisce la biografia di Tita Cuc, esponente del socialismo riformista e animatore delle cooperative attive nei piccoli comuni di Budoia, Polcenigo ed Aviano. I disegni a china e il testo dei due autori, una coppia che ha già al suo attivo altri due graphic novel, raccontano l’ascesa del fascismo e le sorti di alcuni antifascisti che, in quelle terre di confine piene di speranze, vi si opposero.

Nell’archivio di Ferruccio Parri si parla di 30.000 vittime del fascismo. Dal ‘21 al ‘26 solo in Francia emigrarono 800.000 persone e, tra il ‘19 e il ‘27, morirono circa 2000 antifascisti. Tra questi Tita Cuc.

Nel 1910 Tita si sposa con Luigia Burigana e va ad abitare da lei (da cui il soprannome cuc, ovvero cuculo). È falegname e fotografo, frequenta la Casa del popolo di Torre e la lega degli edili di Pordenone dove conosce i socialisti Giuseppe Ellero, Romano Sacilotto e Guido Rosso, a Budoia apre un circolo socialista con 60 iscritti. Nel maggio del 1915, a Polcenigo, partecipa ad una manifestazione antimilitarista: i carabinieri fanno fuoco contro i partecipanti e Tita è costretto a fuggire.

Il 24 maggio l’Italia entra in guerra e Tita viene spedito sull’altipiano di Asiago. A Manzano e Duregano conosce il bersagliere Ottavio Bottecchia, simpatizzante socialista, futuro campione del ciclismo, adibito al trasporto feriti con la sua bicicletta. Tita, abile disegnatore, fa il cartografo. In quella veste conosce l’ufficiale degli alpini Tito Zaniboni, prima socialista poi interventista, che collabora al giornale diretto da Mussolini, quindi all’impresa di Fiume. Conosce anche Italo Balbo, allora antislavo e antiaustriaco. Alla fine della guerra ritorna a Budoia dove la fame incalza e la rabbia popolare cresce. Sono circa 500 i disoccupati, i comizi e le manifestazioni contro il carovita aumentano e, a Spilimbergo, il 10 luglio 1919, l’esercito spara uccidendo tre dimostranti. Per rispondere a fame e depressione Tita si dedica al mutualismo e alla cooperazione.

Promuove mutue operaie, cooperative sociali e di lavoro e presiede il congresso costitutivo della Camera del lavoro di Pordenone. Nel 1921 i socialisti ottengono ottimi risultati elettorali e Tita entra nel Consiglio generale della lega delle cooperative e mutue friulane. Ma arriva il fascismo. Le azioni degli squadristi contro socialisti e anarchici aumentano e, mentre gli operai occupano le fabbriche, i carabinieri e l’esercito sparano sui dimostranti. A Pordenone, la Manchester d’Italia, alle amministrative vincono i socialisti. I fascisti in risposta organizzano un comizio, ma mentre passano davanti il cotonificio Amman gli operai, che proprio in quel momento stanno uscendo dalla fabbrica, li accolgono a sassate. Per vendicarsi i fascisti assalgono la cartoleria di un socialista, ma ad attenderli in piazza vi è un gruppetto di socialisti della Camera del lavoro, tra cui Tita. Negli scontri muore un fascista e altri quattro vengono feriti. Per Tita la situazione diventa pericolosa dopo un’altra insurrezione antifascista a Torre: il mattino dell’11 maggio il primo assalto fascista viene respinto. Interviene l’esercito che allontana i fascisti e tratta con gli insorti. Qualche giorno dopo, il 15 maggio a Pordenone vengono eletti due deputati socialisti. Le cose sembrano andare per il meglio. Tita gestisce una cooperativa di lavoro alla quale vengono commissionate alcune opere pubbliche.

Progetta microcentrali idroelettriche, ville in stile liberty, costruisce ben due latterie sociali a S.Lucia e Dardago, gestite da piccoli contadini. Si illude di raggiungere una tregua con i fascisti guidati da Italo Balbo e a Villa Florio si parla di un patto di non aggressione. Lo stesso Mussolini, il 2 agosto del 1921, aveva firmato una patto analogo, salvo a novembre disconoscerlo. Ma le cose vanno diversamente e i capi della rivolta di Torre vengono aggrediti uno ad uno. L’1 luglio a Pordenone i due dirigenti comunisti Pietro Sartor e Tranquillo Moras vengono colpiti. Sartor riesce a scappare all’estero, ma Moras muore dopo una lunga agonia. Viene aggredito anche il comunista Costante Masutti che reagisce ed ammazza l’aggressore. Gli scontri con i fascisti proseguono numerosi. Nell’aprile del 1924, durante un’aggressione, un fascista viene ferito. Carabinieri e fascisti rispondono con perquisizioni notturne arrivando anche a casa di Tita che obbligano a bere l’olio di ricino. Come noto il 10 giugno a Roma viene rapito e poi ucciso Giacomo Matteotti. In risposta il deputato socialista Tito Zaniboni, che Tita ben conosce, vuole organizzare una insurrezione antifascista. In Italia e Francia cerca appoggi e all’osteria di Buja convoca una riunione. I dirigenti socialisti del Friuli però sono scettici sui suoi appoggi, così lui progetta di cecchinare il duce da una finestra dell’albergo Dragoni, di fronte a palazzo Chigi. Viene arrestato in albergo e condannato a 80 anni di carcere. Molti antifascisti emigrano all’estero mentre quelli della destra Tagliamento sono vittime di «incidenti» sospetti.

Tra questi vi è quello di Ottavio Bottecchia, amatissimo in Francia dove aveva vinto il Tour, ma odiato in Italia per le sue simpatie socialiste. Il 3 giugno del 1927 viene trovato agonizzante a bordo strada a Peonis di Trasaghis. Pietro Sartor viene raggiunto in Belgio dove lo trovano infilzato dalla forcella della sua bici. In quanto a Tita Scussat, nonostante i tempi bui seguiti alle leggi fascistissime, proseguiva con i suoi progetti di cooperazione e mutualismo. Per far funzionare la latteria di Budoia doveva acquistare delle caldiere nuove e per andare a prenderle aveva bisogno di un camion che chiede al podestà.

Lo accompagneranno nel viaggio tre lavoranti fascisti. Durante la strada di ritorno il camion si rovescia e Tita muore tra le fiamme, mentre i lavoranti fascisti decidono di non intervenire. Il graphic, accompagnato da un ricco apparato iconografico, è una preziosa pagina di storia che restituisce un volto a chi ha osato sfidare la dittatura.

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