di Gaetano Lamanna |
La reazione di Musk alla multa comminatagli dall’Unione Europea per aver violato le regole della trasparenza mostra la prepotenza e l’arroganza di chi pensa che la legge debba conformarsi agli affari propri e non viceversa. Musk fa parte di quella schiera di oligarchi americani che in pochi anni hanno visto crescere oltre misura il potere di mercato – la differenza cioè tra la capitalizzazione in Borsa (valore di mercato) e la ricchezza netta (il valore degli asset) – delle loro aziende, grazie anche al sostegno pubblico nel loro paese e fuori: pensiamo solo al fatto che da decenni godono di un trattamento fiscale tanto privilegiato quanto ingiustificato. La estrema benevolenza dei governi li ha forse persuasi che, per loro, libertà e impunità coincidono.
Il potere di mercato delle Big Tech ha ricevuto una grande spinta dai processi di globalizzazione. Con buona pace delle agenzie a tutela della concorrenza si sono formati monopoli e oligopoli che aumentano in modo esponenziale i loro profitti. Microsoft in trent’anni ha acquisito centinaia di imprese e altrettanto hanno fatto Alphabet (Google), Meta (Facebook) ecc. Una vorticosa girandola di investimenti finanziari è alla base della concentrazione della proprietà delle imprese non solo nel settore digitale ma anche in quelli dell’energia, della farmaceutica, delle armi ecc. In un importante studio (The market power of Technology, Columbia University Press, 2023), il professore di economia Mordecai Kurz mette in evidenza che il potere di mercato delle grandi imprese tecnologiche tende a rafforzarsi ben oltre la durata della protezione legale alle innovazioni garantita dall’antitrust. Pur di tenere alla larga i concorrenti, le grandi compagnie digitali, e non solo, non si fanno scrupoli di ricorrere a pratiche illegali o al limite della legalità. Una di queste è il ricorso all’acquisto di startup(imprese emergenti) per sbarazzarsi di un diretto concorrente o per sfruttarne qualche idea originale; un’altra, molto diffusa, è l’attività di lobbying per impedire la produzione di beni di qualità superiore a prezzi più contenuti di quelli da loro praticati.
Questi colossi della tecnologia hanno così accumulato una potenza economico-finanziaria che supera il bilancio di numerosi stati europei e con la quale possono controllare o condizionare pesantemente i governi, la politica e l’informazione. La quota dei profitti delle corporation americane, che negli anni ottanta era del 6 per cento, nei tre decenni successivi è salita al 24 per cento. Nel frattempo la quota di reddito spettante al lavoro è scesa di 18 punti. Lo stesso trend si registra in Europa, con punte particolarmente negative in Italia. La divaricazione tra profitti e salari, a vantaggio dei primi, è uno degli effetti delle trasformazioni economiche. In Apple e in Meta il rapporto profitti-costi del personale è di gran lunga superiore al 300 per cento. Ma il fenomeno investe anche altre industrie, per esempio le farmaceutiche, che hanno puntato sulle nuove tecnologie e hanno accresciuto in modo esponenziale la capacità produttiva, aumentando così il rapporto tra profitti e costi del personale a discapito dell’occupazione e dei salari. Cresce il ricarico aziendale (markup), crescono le retribuzioni e i benefit dei manager e dei dirigenti, ristagnano o diminuiscono i salari dei lavoratori. Il predominio – in termini di redditività – di un piccolo numero di imprese compendia alla perfezione il paradosso del profitto: il successo di queste imprese non porta benefici ai lavoratori. Il lavoro salariato si è indebolito e impoverito.
Non ci potrebbe essere smentita più eclatante della frottola liberista, secondo cui la ricchezza prodotta, a un certo punto, piove miracolosamente sulla società, o della bugia, ripetuta da politici di ogni tendenza, secondo cui per “ridistribuire ricchezza prima bisogna crearla”. Basti pensare che il reddito nazionale (il famoso Pil), nell’ultimo trentennio, è cresciuto di 40 punti – in numerosi paesi è addirittura raddoppiato – eppure il salario della classe operaia e dei lavoratori dipendenti è rimasto al palo (o è addirittura diminuito). Significa molto semplicemente che la ricchezza è stata distribuita in modo iniquo, è andata a senso unico. Un’altra balla ripetuta ossessivamente è che la crescita del Pil e gli indici di Borsa segnalano il grado di benessere generale. Del Pil, la fetta assegnata a imprenditori e detentori di rendite aumenta anno dopo anno, mentre si è assottiglia sensibilmente quella destinata ai lavoratori. E così, il rialzo dei titoli di Borsa non indica che aumenta la ricchezza dell’intera popolazione, ma solo di quella minoranza che investe in azioni e titoli vari. I cittadini comuni continuino pure ad accontentarsi del reddito nazionale che ristagna, del debito pubblico che cresce, dei servizi pubblici che peggiorano. Bisogni, aspirazioni, desideri rimangono insoddisfatti e provocano rabbia e frustrazione.
L’aumento dei salari, ottenuto con la contrattazione, rimane sempre limitato perché non è in grado di compensare la perdita del potere d’acquisto e, quindi, di realizzare i normali obiettivi individuali o familiari. Già Marx aveva spiegato la tendenza intrinseca del capitalismo all’“impoverimento crescente”, un concetto sempre equivocato e volutamente frainteso dal pensiero liberale. In realtà l’autore del Capitale parla di impoverimento in senso relativo, si riferisce cioè al fatto che i salari non tengono il passo della crescita complessiva della ricchezza e dei nuovi bisogni. Di più, per Marx non si tratta solo dell’impoverimento materiale – dell’asimmetria tra salario e profitto – ma anche dell’impoverimento relazionale, culturale, morale. «L’accumulazione di ricchezza all’uno dei poli» – ci ricorda – «è al tempo stesso accumulazione di miseria, tormento di lavoro, schiavitù, ignoranza, brutalizzazione e degradazione morale al polo opposto ossia dalla parte della classe operaia che produce il proprio prodotto come capitale» (Il capitale, Libro I°, Roma 1964, p. 706). Pur non distogliendo mai la sua attenzione dai problemi quotidiani e dalle condizioni di lavoro e di vita del proletariato, Marx suggerisce di allungare lo sguardo sulle cause che determinano degrado e miseria materiale e morale.
Scavando oltre l’apparenza, Marx dimostra l’infondatezza dell’argomento secondo cui sono gli imprenditori, con i loro investimenti e la propensione naturale al rischio, a creare ricchezza. E ribalta la vulgata comune secondo cui l’operaio riceve un salario corrispondente alla sua prestazione giornaliera. Egli evidenzia che il salario copre solo una parte (minima) della giornata lavorativa, equivalente al tempo di lavoro che serve alla riproduzione della sua forza-lavoro. In altri termini, l’operaio riceve dall’imprenditore solo quel tanto che gli basta per il mantenimento suo e della famiglia: gli alimenti, un alloggio, i bisogni primari. Del rimanente tempo di lavoro – che diventa valore aggiunto, plusvalore, che si trasforma in produzione e circolazione di beni e, quindi, profitto – viene espropriato. Con un ragionamento stupefacente e rigoroso Marx svela il meccanismo dello sfruttamento e dell’accumulazione capitalistica. Scopre come sia la classe operaia a creare ricchezza, pur rimanendone esclusa.
Negli ultimi due secoli intanto il movimento del capitale è andato avanti. Lo sfruttamento e l’estrazione di valore, in ragione dei processi di globalizzazione e delle trasformazioni economiche e tecnologiche, hanno da tempo superato i confini della fabbrica, interessando praticamente tutti gli aspetti della vita e tutti gli angoli del pianeta. Nel suo movimento incessante verso la crescita il capitale tende a “cannibalizzare” o distruggere tutto ciò che incontra sul suo cammino. Tutto è soggiogato alla logica del profitto privato: le terre, le risorse naturali, l’ambiente, i beni comuni, i servizi pubblici (sanità, scuola ecc.), e ora i negozi di prossimità, ingoiati da Amazon, le case in affitto, divorate da Airbnb. Pur di riprodursi e incrementarsi il capitalismo delle piattaforme precarizza e degrada una miriade di lavori stabili. All’operaio-massa (di fabbrica) è subentrato l’operaio-sociale che vive con un salario di fame, sfruttato e senza tutele: milioni di persone – braccianti stagionali, addetti alla guida di furgoncini o di veloci motocicli, rider, colf, lavapiatti, addetti alle pulizie, vigilanti – inquadrati in sedicenti cooperative o imprese private. La classe operaia non è scomparsa, semplicemente ha perso compattezza e si è trasformata in proletariato diffuso, sparpagliato nelle tante attività della riproduzione e della distribuzione. La contraddizione capitale-lavoro si è allargata all’insieme dei rapporti sociali. «Quelli che prendono» (the takers), prevalgono su «quelli che fanno» (the makers), i «cacciatori di rendite» hanno la meglio sui «veri creatori di ricchezza» (M. Mazzucato, Il valore di tutto, Laterza, 2022, p. 7). Il movimento del capitale avvantaggia solo quelli che detengono le leve del comando economico, che controllano le tecnologie, che incidono sui governi e sulle istituzioni pubbliche tramite potenti lobby. A tutti gli altri, a chi più, a chi meno, va decisamente male.
Da qui – come ho già segnalato rcentemente (https://volerelaluna.it/che-fare/2025/11/19/attualita-del-socialismo/) – la necessità di un movimento che si contrapponga a quello del capitalismo. Storicamente il socialismo nasce come movimento anticapitalista, non per aggiungere toppe a un sistema che ormai fa acqua da tutte le parti. Non basta un generico “riformismo”, né qualche buona pratica. Occorrono riforme di struttura in grado di avviare la transizione dal capitalismo – un «ordine sociale storicamente determinato» e quindi non eterno – al socialismo, un ordine nuovo in cui “liberté, égalité, fraternité” non restino idee confinate nell’utopia. Bisogna inoltre abbandonare il “feticismo del tasso di crescita” e costruire un movimento collettivo e unitario che riduca ciò che è “valore” per il capitalismo, ossia la ricchezza privata, e accresca invece ciò che è “valore” per la maggioranza del popolo, ossia il bene comune: l’ambiente, i diritti, la salute, l’istruzione, l’abitare. Sapendo che la potenza tecnica e produttiva ha raggiunto ormai un livello tale da consentire, anche con un minore tasso di crescita, la produzione dei beni e dei servizi che servono alla società.
Fonte: www.volerelaluna.it
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