di Peppe Giudice |
Ho scritto questo saggio, ispirato dal convegno promosso dalla Fondazione Socialismo e dalla Fondazione Gramsci sul “duello Craxi-Berlinguer” e che ho potuto seguire su “Radio Radicale”. lo consiglio a chi ha un po’ di tempo da impigare.
Craxi appartiene certamente alla storia dell’autonomismo socialista, di cui il primo interprete non fu Pietro Nenni, bensì furono Riccardo Lombardi, Fernando Santi e Vittorio Foa, i quali si opposero nel 1948 al Fronte Popolare come lista elettorale unica tra PCI e PSI.
Dopo il 1956 si ritrovarono Nenni ed il grosso del partito su questa posizione.
L’autonomismo non era anticomunismo. Era la rivendicazione di uno spazio di autonomia ideale e politica nella sinistra da parte del PSI necessaria alla evoluzione democratica di tutta la sinistra, compreso il PCI. Questa autonomia, di cui idealmente faceva parte anche Saragat, il quale non si è mai considerato anticomunista, concepì il primo centro-sinistra e l’accordo DC-PSI non come una strategia di lungo periodo, non come il destino del PSI, ma come una necessità dovuta al fatto che la collocazione internazionale del PCI impediva ad esso di governare la politica italiana per la collocazione geopolitica del nostro paese è stata duramente condizionata dalle vicende esterne.
Negli anni ’70 dopo l’esaurirsi del primo centrosinistra, le grandi lotte sociali, e la prima presa di distanza del PCI dopo la invasione della Cecoslovacchia -anche se essa non del tutto digerita dalla base- si apre la possibilità di un ulteriore spostamento a sinistra dell’asse politico tramite l’ingresso del PCI nell’area di governo.
Il PSI degli anni ’70 è reduce da due scissioni, l’ultima della quale successiva ad una frettolosa unificazione. E’ oggettivamente un partito indebolito dal punto di vista organizzativo, con una linea politica che fa fatica a districarsi tra i due blocchi democristiano e comunista.
In conclusione nel 1976 il PSI raggiunge il minimo storico con il 9,6% dei voti con una DC al 38,5% ed un PCI al 34,4% massimo storico. Quindi quasi nessuno più scommette sulla possibilità di sopravvivenza politica del PSI.
Poi accade quello che nessuno era stato in grado di prevedere.
Craxi viene a galla politicamente in una apparente condizione di disperazione del PSI. Ma al tempo stesso il PCI si trova nella impossibilità di gestire nel modo migliore quel grande risultato elettorale. Nel 1976 (rispetto alle regionali del 1975) c’è anche un recupero di 3 punti percentuali della DC. Quindi una assoluta polarizzazione del voto. Voto contro la DC che va al PCI e voto anticomunista che va alla DC, Montanelli disse: turatevi il naso e votate DC.
Ma il PCI aveva esplicitamente rifiutato fin dal 1973 una democrazia dell’alternativa. Il compromesso storico proposto da Berlinguer non si identifica meccanicamente con la politica dell’Unità nazionale, ma ne è premessa. Nel convegno di cui parlavo prima, sia Emanuele Macaluso che Claudio Signorile hanno sottolineato che nel PCI vi furono in realtà modi diversi di concepire e sviluppare la strategia del compromesso storico ed anche sulla non coincidenza tra essa ed i governi di Unità Nazionale. Ma è evidente che un partito come il PCI ha oggettivamente un grave e grossa difficoltà a gestire un risultato frutto di un voto contro la DC, alleandosi con la DC stessa. Né la DC poteva dar vita ad un governo organico con il PCI data la sua caratterizzazione anticomunista.
La segreteria Craxi quindi agisce in questa oggettiva contraddizione (e qui faccio astrazione di tutta una serie di gravi variabili come il terrorismo, la crisi economica ecc).
Il PSI insomma di Craxi, ma anche di Signorile tende ad evidenziare che con una sinistra così strutturata è impossibile giungere alla definizione di una alternativa alla DC, sia pur tra tappe intermedie. Ed è quindi urgente un processo di profondo cambiamento ideologico e politico di tutta la sinistra. Il PCI è qualcosa di diverso dagli altri partiti comunisti. Berlinguer cerca di accentuare il distacco dall’Urss, accetta perfino l’ombrello della Nato, ma nel PCI, o meglio in una parte di esso, permane una forte ambiguità ideologica, che alcuni importanti intellettuali di area socialista come Massimo Salvadori e Norberto Bobbio si incaricano di evidenziare in modo incisivo.
Salvadori punta il dito sulla esaltazione della “anomalia italiana” fatta da intellettuali comunisti come Franco Rodano e Beppe Vacca. Rodano fautore di una democrazia organicista fondata sul controllo sociale da parte dei partiti di massa; Vacca inventore dell’idea francamente velleitaria di un PCI faro di un rinnovamento democratico del comunismo ad est e superatore della socialdemocrazia ad ovest. Eurocomunismo e “terza via”.
Ora molti mettono in evidenza la forte influenza che su Berlinguer ebbero queste due posizioni. Sinceramente non so fino a che punto. Ma è evidente che in Berlinguer c’è un forte fastidio per l’autonomismo socialista, non solo nella versione di Craxi, ma anche in quella di Lombardi e Giolitti. A Berlinguer piace la visione demartiniana che punta a dare al PSI un ruolo di cerniera tra PCI e DC nell’ambito della strategia del compromesso storico.
Ma torniamo a Salvadori. Quest’ultimo mette in evidenza la sostanziale continuità tra Lenin e Gramsci su elementi importanti e pertanto sottolinea la impossibilità di utilizzare Gramsci (o almeno un pezzo del suo pensiero) come fondamento per una politica del PCI pienamente inserita nella democrazia occidentale.
La costante del pensiero di Berlinguer che più tardi sarà oggetto di critica forte anche nello stesso PCI è comunque il rifiuto della socialdemocrazia. Il suo concepire essa come incapace di avviare profonde trasformazioni sociali in direzione di una “fuoriuscita dal capitalismo”. Probabilmente in questa sua visione permane il paradigma della “guerra fredda” tra divisione del mondo tra campo socialista (paesi comunisti) e campo capitalista (occidente). Il socialismo democratico collocato nel campo occidentale è automaticamente subalterno al capitalismo in tale ottica. Inoltre credo che in Berlinguer era viva la speranza di poter giungere alla democratizzazione del comunismo -era anche la speranza di Nenni nel 1948, ma che viene meno drammaticamente nel 1956-.
E comunque il limite di Berlinguer, almeno di quello che traspare da alcuni suoi interventi, è di concepire il confronto tra capitalismo e socialismo come sistemi chiusi e definiti e non come dinamiche conflittuali. Il suo discorso sulla “fuoriuscita dal capitalismo” ha questo gravissimo limite. Il socialismo è qualcosa, per lui, che ha comunque a che vedere con l’Urss, la Cina cuba ecc; sarà un “socialismo dai tratti illiberali”, come lui stesso lo definisce, ma sempre socialismo è. Certo da democratizzare, far evolvere.
A Berlinguer non sfiora mai l’idea che il comunismo realizzato è la negazione vivente degli ideali socialisti non solo nella sovrastruttura politica ma “marxianamente” anche nei rapporti economici e sociali.
Il miglior socialismo democratico -tra le righe neanche quello di Bad Godesberg- non rifiuta affatto l’idea di un superamento graduale del capitalismo, insomma non concepisce certo il capitalismo come fine della storia: rifiuta al tempo stesso l’idea meccanica di una contrapposizione tra sistemi chiusi (Rosselli lo aveva ben capito fin dal 1930). Del resto la stessa elaborazione socialista del 1978 “Progetto Socialista” si fonda sulla idea di trascendere il capitalismo tramite un processo graduale e non velleitario tendente a sviluppare forme di autogestione nell’economico e nel sociale.
Il PSI del 1978 è più attratto dal socialismo francese che dalla SPD. Più attratto da Olof Palme che da Helmut Schmidt. Vi sono molti scritti dello stesso Craxi in quell’epoca che vanno in tale direzione. Del resto la socialdemocrazia svedese pone, con il Piano Meidner (in quegli anni) il tema di modificare seriamente il modello di accumulazione tramite la democrazia economica e la stessa trasformazione del diritto di proprietà nelle grandi imprese. Con questo voglio dire che il socialismo democratico è qualcosa di molto più vasto e di meno riduttivo di quanto la cultura comunista italiana che per certi aspetti è stata molto provinciale immaginasse.
Ora la differenza tra un comunista innovatore come Berlinguer ed il socialismo democratico nell’approcciarsi alla critica del capitalismo sta sostanzialmente nel fatto che dal punto di vista comunista, ma lo vediamo anche nei neo-comunisti di oggi, il superamento del capitalismo viene vissuto come qualcosa di mistico e metafisico, premessa di una palingenesi della società; i socialisti lo vivono come fatto concretamente storico come un processo di trasformazione continua in cui non esiste una fine predeterminata della storia stessa. Inoltre la Terza Via in Berlinguer ed Ingrao resta qualcosa di fumoso non definibile immediatamente in termini programmatici, a differenza del socialismo autogestionario di Lombardi e Gilles Martinet che si sforza di indicarne in positivo i contenuti. Il PCI nei suoi programmi concreti non va oltre la socialdemocrazia tradizionale.
Ma usciamo dal campo dell’ideologia per tornare in quello della dinamica dei rapporti politici.
Vi furono due grandi errori, sia di Berlinguer che di Craxi che poi determinarono il fallimento di entrambi i progetti.
Quello di Berlinguer fu di pensare che la DC potesse accettare un rapporto organico di governo con il PCI. La DC ed ancor più quella degli anni ’70 era anticomunista per definizione. L’anticomunismo era il suo collante più forte ed organico.
Negli anni ’60 la convergenza virtuosa tra il PSI e la sinistra DC di allora -prima Fanfani e poi Donat Cattin- produsse importanti riforme. Ma poi prese il sopravvento il moderatismo doroteo ed il centrosinistra si esaurì.
Negli anni ’70 ed ’80 Berlinguer aveva di fronte ben altra sinistra democristiana che quella di Donat Cattin, organicamente legata al sindacato. Aveva di fronte la corrente di De Mita con annessi Cossiga, Mastella, Sanza …. Una corrente di potere e di autoconservazione non diversa da quella dei suoi avversari interni Forlani & c. con Andreotti a fare da ago della bilancia dei rapporti interni.
Non è un caso che è il PCI a pagare duramente, in termini elettorali, nel 1979 con una flessione secca di più di 4 punti percentuali, la fine dell’unità nazionale. Ma c’è di più. Sia Macaluso che Signorile mettono in evidenza il dato di come Berlinguer anche dietro le nuove parole d’ordine dell’alternativa democratica, della questione morale, della diversità che servono per dare forza ad una base disorientata e frustrata non abbandona affatto l’idea di tornare alla politica di unità nazionale con la DC di De Mita ed Andreotti. Egli in quel periodo vuole dimostrare che senza il PCI non si può governare e la stessa battaglia contro Craxi sulla Scala Mobile – uno scontro che, secondo le testimonianze convergenti di Carniti e Napolitano, Craxi tentò di evitare fino all’ultimo, avrebbe dovuto portare ad un governo aperto al PCI che però la DC e non il PSI non voleva affatto.
Quale fu invece l’errore fatale di Craxi? Per costruire l’alternativa egli pensava o che il PCI evolveva in senso socialista o che il PSI ribaltasse addirittura i rapporti di forza con il PCI come aveva fatto Mitterrand in Francia. Ma la situazione francese era ben diversa. Lì negli anni ’70 c’erano un Ps ed un PC entrambi interno al 22-23%. In Italia c’era un PCI molto meno settario del PCF -lì non c’erano i Napolitano ed i Chiaromonte- e nel 1979 un PSI al 10% ed un PCI al 30%. Pensare di ribaltare i rapporti di forza era totalmente irrealistico. Si poteva ridurre la distanza, ma era assurdo pensare ad un ribaltamento. Allora non restava che l’altra via, accelerare la evoluzione socialista del PCI. Che era quella su cui puntò le sue carte l’ultimo Riccardo Lombardi.
Vi sono le testimonianze di Giorgio Napolitano commoventi su questo ottantenne malato che cerca di salvare il rapporto unitario a sinistra. Lombardi fece questo ragionamento al congresso di Palermo del 1981. Riconobbe a Craxi il merito di aver reso pienamente autonomo il PSI nella sinistra. Ma proprio questa autonomia gli permetteva di riprendere senza nessuna accusa di subalternità il rapporto con il PCI, costringendo anche Berlinguer a scoprire le sue carte. In una fase in cui il PCI era attraversato da una forte crisi identitaria. Anche perché l’anziano leader della sinistra socialista aveva ben capito che con la fine dell’unità nazionale emergeva con forza quella diversità di punti di vista sulla prospettiva strategica all’interno del PCI, che negli anni ’70 erano rimasti latenti.
Ma Craxi scelse la strada della ripresa del rapporto con la DC. Non scarta l’alternativa, ma la destina alla realizzazione di una piena evoluzione politica del PCI. Ma su questa evoluzione il Psi chiuso nel pentapartito si precludeva la possibilità di influenzarla!
E poi la ripresa del rapporto con la DC venne letta dal PCI (legittimamente) come il ritorno ad una conventio ad escludendum verso il PCI stesso. La presidenza socialista del consiglio al di fuori di un accordo con il PCI non poteva che portare ad un inasprimento dello scontro a sinistra.
Questo errore di Craxi produsse l’idea che il PSI dovesse rafforzarsi elettoralmente a qualsiasi costo. Quella separazione giacobina tra mezzi e fini che Craxi nei suoi scritti aveva avversato la rilancia egli stsso! La radice delle degenerazioni morali stanno qui. In una gestione bonapartista del partito con l’accordo tacito del “partito degli assessori”. In questo quadro è leggibile anche il suo rapporto con Berlusconi. Ma questa è la degenerazione morale (di cui Craxi ha comunque responsabilità per quella separazione tra fini e mezzi che introduce). C’è una altra degenerazione o meglio, una mutazione, di carattere ideologico del PSI, però di cui Craxi non è direttamente responsabile.
La restaurazione liberista che iniziò a manifestarsi nei paesi anglosassoni iniziò a produrre un mutamento di paradigma culturale rispetto agli anni ’60 e ’70. Ed a sviluppare una egemonia della nuova destra che tendeva a dimostrare come il capitalismo fosse un fenomeno naturale e non storico (per cui volerlo superare o riformare era un attentato alle leggi di natura), ad affermare l’ideologia mercatistica e della espulsione della politica dall’economia, del welfare come costo da minimizzare. Tutto ciò avrà la sua massima espansione negli anni ’90 (e la sua travolgente crisi nel 2008), ma già negli anni ’80 iniziò a passare come ideologia della modernizzazione, intesa come valore neutro della scomparsa del conflitto di classe, del rampantismo.
Un pezzo del PSI (Martelli e De Michelis) fu influenzato da tale egemonia liberale. Craxi no. Questo pezzo “mutante” del PSI difatti sostenne la fine del conflitto sociale, una idea acritica e per alcuni aspetti dannunziana (de Michelis) di modernizzazione . Martelli elaborò una idea di liberalismo sociale -oggi ripresa dal PD- con un concetto di giustizia “meriti e bisogni” astratto dal quadro reale della dinamica sociale e dell’analisi del capitalismo. Tutto in nome di un preteso liberalsocialismo mistificato. Molto diverso da quello vero di Rosselli che vede nel conflitto sociale e nel ruolo propulsivo del proletariato il motore della trasformazione verso il socialismo democratico e diverso da Bad Godesberg che si fonda sul legame privilegiato con il mondo del lavoro. Qui c’è la vera mutazione genetica di un pezzo del PSI. Mutazione, vedremo poi, che ha prodotto i Brunetta ed i Sacconi, ma anche i Nencini ed i Boselli.
Ma torniamo alla storia. Il PCI dopo Berlinguer non ebbe più uno straccio di strategia. Il PSI dopo l’87 era senza linea politica e gradualmente precipitò nel baratro delle guerre per bande a livello locale e nella piena crisi morale dei suoi gruppi dirigenti. Naturalmente vi erano tantissimi compagni seri e convinti. Ma non era questo che appariva all’esterno quanto le smargiassate dei “nani e delle ballerine”. In più Martelli si dava da fare per far apparire il suo “non socialismo” come la nuova ideologia del PSI
La colpa storica del PCI (tranne i miglioristi ed altri) è stata quella di non aver mai pervicacemente voluto essere socialista. Anche dopo l’89. Mi ha colpito una riflessione di Signorile. Secondo il quale, sia il PSI che il PCI subirono una mutazione genetica. Di quella socialista abbiamo già detto. Claudio Signorile sostiene che in un pezzo del PCI -che egli identifica in Occhetto e Veltroni- si fa strada una ideologia integralista emancipata dalla storia del movimento operaio che affida ad una nuova ed indistinta sinistra fuori dal recinti del socialismo e del comunismo a cui spettava una missione salvifica. L’Italia era insomma un paese da salvare dalla mafia, dalla corruzione, dalla P2, dall’intervento pubblico in economia -radice di corruzione. Una ideologia folle, qualunquista e populista che sviluppata coerentemente avrebbe portato alla demonizzazione dei partiti dei sindacati e della stessa storia repubblicana – l’ideologia dei demagoghi alla Santoro. Questa antipolitica “sinistra” trovò un terreno facile nell’oggettivo spappolamento dei partiti storici e nell’avversione di settori dell’opinione pubblica verso un ceto politico oggettivamente screditato.
Ora nessuno vuole sottovalutare la crisi morale della fine degli anni ’80, ma oggi è molto peggio, il peso della mafia e dei poteri occulti che comunque oggi hanno molto più potere di allora. Ma non si poteva dipingere un paese a tinte fosche e catastrofiche per giustificare un integralismo catartico e moralizzatore nonché demonizzatore di chi non pensa come lui. Non è un caso che un fascistoide come Travaglio venga applaudito da imbecilli di “sinistra”. Questa mutazione genetica di un pezzo del PCI ha fatto gli stessi danni alla sinistra di quella simmetrica avvenuta nel PSI. Signorile rileva che questo integralismo veltroniano è alla base della vocazione bipartitica del PD ed al suo disprezzo per il pluralismo.
In definitiva le due simmetriche mutazioni genetiche resero impossibile dopo l’89 quella unità della sinistra che forse avrebbe potuto salvare il paese dalla catastrofe della II Repubblica.
Signorile aggiunge -e io concordo- che forse il socialismo avrebbe potuto salvarsi se nel PCI e nel PSI vi fosse stata una contestuale separazione per “interessi”. Dal PCI doveva uscire non solo Cossutta, ma anche i sostenitori di quel neogiacobinismo con tinte qualunquiste. Dal PSI avrebbero dovuto uscire coloro che erano fuoriusciti dal socialismo (Martelli e De Michelis) e che poi hanno alimentato il fenomeno del “socialismo berlusconiano”, ma anche il postcraxismo di Boselli e Nencini.
Ecco perché oggi la ricostruzione di una cultura socialista è cosa ben diversa dalla chiamata a raccolta degli ex PSI. In essi c’è gente che è dentro fino al collo alla “mutazione genetica”. C’è piuttosto da mettere insieme, coloro che sia nel PCI che nel PSI hanno creduto in una sinistra di governo di ispirazione socialista, nonché quei giovani, magari sono stati vicini anche alla sinistra radicale che credono che il socialismo è progetto vivente, soprattutto dopo la crisi del liberismo e che il giustizialismo qualunquista e reazionario di Di Pietro sia incompatibile con la sinistra.
