Perchè nazionalizzare l’ex ILVA

di Peppe Giudice |

E’ l’unico modo per garantire l’occupazione nel quadro di un rilancio del settore siderurgico ed evitare che i processi di deindustrializazione finiscano per mettere definitivamente in ginocchio un settore vitale nell’industria italiana. Gravissime sono le responsabilità dell’attuale governo che pare composto da zombi. Ma gravi anche le responsabilità dei governi passati, della Regione Puglia e del comune di Taranto.

A parte il sistema di interessi deleteri che si sono accumulati negli anni, con il passaggio da varie proprietà, si tratta di sfatare un pregiudizio ideologico, imposto dalla Ue, con il trattato di Lisbona. Che vieta gli aiuti pubblici alle imprese. E quindi la loro socializzazione e/o nazionalizazione.

Imposto dalla Germania della Merkel -però molti parametri non sono stati rispettati dagli stessi teutonici – vedi sforamento parametri di Maastricht; un debito pubblico nascosto nella KWF, seconda banca tedesca intermente pubblica che finanzia doverse attività-. Giustamernte si è detto che i due veri destri d’Europa sono stati la Merkel e Prodi. Una UE che ha soffocato le economie dietri una dura politica d’austerità, che ha favorito la precarizzazione del lavoro, la mercatizzazione dei servizi pubblici e dei beni sociali. Insomma ha eroso quel modello sociale europeo che era la vera peculiarità del continente all’interno del mondo occidentale.

Leggo che in Francia è stata approvata dalla camera una mozione promossa dalla FI di Melenchon e votata da tutta la sinistra per nazionalizzare l’Attai, grande centro siderurgico transaplino. In un paese dove è calata paurosamente la produzione d’acciaio. E’ la via da seguire nel nostro paese. Ovviamente questo impone di immaginare una Europa radicalmente diversa. Non quella di Merkel-Prodi. Pur avendo l’Europa una economia forte, è profondamente carente nel settore delle Big Tech e dell’intelligenza artificiale, dove la lotta è tutta tra USA e Cina. E’ carente nella transizione ecologica -la Cina è molto più avanti, che doveva essere il fiore all’ochiello. Guarda caso l’unico pase che ha fatto passi in avanti, ma con risorse limitate sia nell’intelligenza artificiale che nella transizione ecologica è la Spagna.

Una politica economica e industriale sovranazionale coordinata e finalizzata ai due obbiettivi sopra esposti, avrebbe certo ridotto il gap. Troppo tardi si è capito che l’ordoliberlismo è solo una ideologia fatiscente e danni enormi ha fatto all’Europa ed alla fine alla stessa Germania. Come chiesto più volte dai sindacati europei occorre passare dal “patto di stabilità” ad un patto “per la crescita e lo sviluppo”. Che mandi in soffitto l’austerità, riveda radicalmente i trattati ed impieghi una grande quantità di risorse sia per quella politica industriale di cui sopra, sia per fare grossi investimenti per ricostruire il welfare pubblico, creare buona occupazione, massimizzare gli investimenti nei settori ad alta utilità sociale.

Al posto di una folle ed assurda corsa al riarmo. In Europa occorre rifondare l’economia mista in cui il settore pubblico o socializzato dell’economia abbia un ruolo sempre più rilevante. Fa parte della migliore tradizione socialista (Nenni, Lombardi, De Martino, e per certi versi lo stesso Craxi) la difesa delle Partecipazioni Statali. E una sinistra socialista e non liberal dovrebbe riprenderla.

Non parlo solo della Francia, ma del programma del nuovo partito di ispirazione socialista “Your Party” di Jeremy Corbyn. Che riprende molte parti del programma congressuale di Brighton del Labour 2019. Socializazione delle utilities publiche: ferrovie, energia, gas, acqua, poste ecc.

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