Danimarca, il voto dimostra che per la sinistra il moderatismo centrista è un’illusione

di Paolo Borioni – Tratto da www.strisciarossa.it

Le recentissime elezioni locali appena svoltesi in Danimarca sono state propagandate come una grave sconfitta socialdemocratica, cosa solo in parte vera e diciamo incompleta. La sconfitta, attesa, è in realtà di tutti e tre i partiti del governo di maggioranza centrista: Socialdemocratici, liberal-agrari (Venstre) e Moderati: partito del tutto nuovo e istantaneo, nato proprio per favorire una formula centrista. Una soluzione inusuale nei paesi nordici dove si governa perlopiù con esecutivi di minoranza e spostati verso sinistra, oppure verso destra. Sono ormai anni che i sondaggi preannunciano catastrofi al governo centrista di Copenaghen, e queste sono giunte puntualmente a compiersi: nella totalità i tre partiti arrivano poco oltre il 40%, una forte debacle, Socialdemocrazia e Venstre perdono più di tutti. E i Moderati nati apposta per costituire la coalizione di centro praticamente scompaiono in queste elezioni comunali generali con appena l’1%.

La sconfitta del governo di centro di Mette Frederiksen

Come per Macron, come per l’ex governo tedesco di Scholz, come per le totali rovine sia del Labour ipermoderato di Starmer, come per quanto avvenuto da poco alle elezioni norvegesi, il moderatismo centrista non offre che soluzioni apparenti. Una smentita parziale e locale è giunta solo dai Paesi Bassi, ma proprio da lì ricordate tutti bene che si era con improvvida fretta sostenuto due elezioni fa che “la spinta populista era stata battuta” da Rutte, solo per vedere presto tornare con forza Wilders. Adesso la vittoria dei liberal progressisti di D66, inedita a questi livelli di consenso, appare come un tentativo randomico (del tipo: “proviamo anche questi nella girandola della instabilità”) mentre il voto alla destra populista rimane elevato come prima pur redistribuendosi.

Tornando alla Danimarca, ricostruiamo le premesse dell’attuale sconfitta (ripetiamo: nettamente attesa) del governo di centro. Per la verità, nelle due ultime elezioni un accorgimento leggermente più fruttuoso si era trovato (anche se, come diremo sotto, non è quello risolutivo, per la Danimarca e per tutti). Mette Fredriksen aveva dato vita a una politica che poneva ai margini i liberal-progressisti (detti Radikale Venstre o RV, piccolo ma storico partito assai simile proprio agli olandesi D66) a partire dalla constatazione che il loro centrismo neoliberale, super europeista e molto aperto all’immigrazione conducesse all’insuccesso (come dimostrato diverse volte ovunque e in Danimarca anche recentemente dal 2011 al 2015) proprio in quanto queste tre caratteristiche praticate simultaneamente costituiscono la ricetta della sconfitta e la fortuna della destra odierna.

Infatti, la pratica piuttosto assurda di avanzi di bilancio di tutti i tipi (cioè avere meno salario e welfare del possibile e del meritato, nonché lavorare di più) rende gli elettori (qui i danesi ma in generale tutti) poco comprensivi verso gli altri paesi UE indebitati, e facilita alla destra nazional-populista la propaganda sulle mogli “di retroterra etnico non europeo”, che dall’Anatolia si percepiscono (assieme anche ai loro venerabili anziani) con insufficiente propensione a lavorare. Possiamo anche disprezzare i danesi e tutti i molti europei che così ragionano, ma invece tutto questo dovrebbe condurre i socialisti democratici alla regola per cui l’internazionalismo non si fa senza una importante connessione: quella dei diritti praticabili di chi ha più possibilità (e praticabili lo sono pienamente) che favoriscono una crescita più diffusa, la quale sospinge a sua volta i diritti e la redistribuzione dei vantaggi di chi (temporaneamente) ha meno possibilità. Cioè vale poi anche all’inverso, e innesca a regime un circolo virtuoso.

Ora, pur non adottando questo schema internazionalista (il che è grave, sia chiaro, per dei socialisti democratici, ma vale in modi diversi per tutto il PSE) Mette Fredriksen aveva capito come rendere meno nefaste le conseguenze del presente. Dal 2017 era tornata a soluzioni in cui la socialdemocrazia (come da tradizione del resto) fa governi di minoranza sostenuti dalla sinistra (post comunisti di EL e socialisti del Popolo di SF), ma chiarendo che però essa avrebbe operato secondo lo schema “un passo a destra e uno a sinistra”. Cioè avrebbe dato più welfare grazie ad accordi con la sinistra (sebbene molto meno del potenziale, e solo per le categorie più esposte) ma avrebbe anche mantenuto molto restrittive le politiche migratorie (per non parlare delle retoriche, con tanto di baci e abbracci con la Meloni) convergendo su questo in Parlamento con la destra nazional-populista. Così facendo la socialdemocrazia trattiene più voto di sinistra e al contempo sulla linea dura dell’immigrazione raccoglie voti popolari di altro tipo. Al contempo però anche la “sinistra-sinistra” riceve voti che vogliono assicurare un condizionamento più socialista dei socialdemocratici. Ergo: una divisione del lavoro che fa andare bene la sinistra-sinistra ma ANCHE la socialdemocrazia. La quale causa a sua volta anche problemi grossi alla destra.

Grazie a questo la socialdemocrazia era tornata a circa il 28% e sopratutto acquisiva centralità rimanendo l’unico vero grande partito di popolo, visto che gli altri totalizzavano al massimo meno della metà dei suoi voti.

La sinistra “alla Mamdani” cattura lo scontento socialdemocratico

Se questo schema invece viene meno (come è venuto meno con i governi centristi degli ultimi anni) postcomunisti di EL e socialisti del Popolo di SF, avanzano molto di più, immagazzinando voto socialdemocratico deluso (e infatti giorni fa hanno trionfato a discapito della socialdemocrazia al comune di Copenaghen, “alla Mamdani”, e in altri comuni di quell’area, come Gladsaxe) ma a discapito della socialdemocrazia, la quale poi nemmeno riesce a strappare voti popolari all’astensione o alla destra. Insomma: con la coalizione centrista assieme a liberal-agrari (Venstre) e Moderati la Socialdemocrazia non può adottare lo schema del governo di minoranza che salta il centro sia sul welfare (verso sinistra) sia sugli immigrati (verso destra).

Negli ultimi anni ha dovuto/voluto invece fare il contrario esatto: governare con due partiti di centro tra l’altro inimicandosi sia la Chiesa nazionale (“del popolo”) sia il sindacato riguardo alle feste comandate: ne ha abolita una (“il grande giorno della preghiera” istituito secoli fa dopo la Riforma luterana) allo scopo di aggiungere ore lavorate, senza contrattare né con la Chiesa luterana schiacciantemente maggioritaria né con il sindacato. Tutt’altro che inezie: si tratta delle due organizzazioni di gran lunga più massicce dell’assai fiorente trama associativa dei paesi nordici. Ignorarle è la strada migliore per apparire, appunto, soggetti al centro “tecnocratico”, che sempre e specie in questi anni poi è pressoché puramente elitista. Tale dettaglio (ma fondamentale) conduce ad un ulteriore ragionamento: se anche la Socialdemocrazia crolla verso il 20% o sotto si compie del tutto in Scandinavia un male diffuso ovunque in Europa, in cui ormai nessuna forza politica tradizionale è più in grado di unire settori diversi come classi medie e basse, città capitali e aree periferiche. Questo è già capitato in Scandinavia e non solo, ai partiti conservatori e liberali, nonché a gran parte anche della sinistra (a partire dal Labour Party odierno e dall’Italia).

Ma, di nuovo, ciò è inevitabile senza cambiare fondamentalmente le politiche neoliberali europee, condizione per ricucire zone geografiche e sociali. Del resto, solo così la pressione della destra nazional-populista può alleggerirsi: moltiplicando le zone in accettabile sviluppo si alleggerisce la sensazione, per esempio danese, che migrazioni varie siano inevitabilmente dirette verso le poche zone solide (cioè verso di loro). E crescendo meglio quelle poco fiorenti, inoltre, le migrazioni (definitive e magari, meglio per tutti, non definitive) potranno essere percepite sempre meno come una lotta senza quartiere per salari e welfare in regresso. A ciò andrebbe aggiunto il recupero di un internazionalismo verso l’Africa e il medio oriente, modellato sui dettami in parte ancora validi della commissione Brandt, che si aggiunga all’attivismo cinese. Moltiplicando nel mondo le zone di sviluppo, e contrastando massicciamente il mutamento climatico, migrare o ricevere migrazione sarebbe sempre più un fattore di scambi regolabili e reversibili. Si manderebbe all’aria ogni mito di “sostituzione etnica”, si smetterebbe però anche di confondere l’internazionalismo con il cosmopolitismo neoliberale.  Ma per arrivarci occorre mutare nei fondamenti le politiche, europee e globali, l’opposto del raggruppare al centro, con soluzioni politiciste o riforme elettorali distorsive, forze sempre più esangui nella conservazione del presente.

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