Ragionando su Marx e Proudhon

di Peppe Giudice |

Mi allontano moltissimo dalla attualità politica per fare un ragionamento più teorico ma che credo serva a ricostruire una cultura del socialismo democratico e libertario. Mi scuserete per una certa sinteticità, ma già con questa lunghezza è difficile leggerlo su Internet

Senza dubbio Marx è stato uno dei più grandi geni della storia degli ultimi duecento anni. Ma non c’è dubbio che tutti i geni abbiano vissuto delle forti contraddizioni al proprio interno. Non si comprenderebbero altrimenti le interpretazioni diverse e spesso conflittuali che sono state date al suo pensiero e le diverse evoluzioni politiche corrisposte. Per cui non esiste più il marxismo (e da moltissimo tempo) come dottrina unica.

Riccardo Lombardi diceva che dirsi marxisti senza ulteriore specificazione non vuol dire assolutamente nulla. Un po’ come il concetto postmoderno di “sinistra senza aggettivi”. In realtà il marxismo odierno è di tipo strutturalista e profondamente anti-umanista rivendicato da una cerchia di radical-snob un po’ gnostici e comunque lontani dai problemi reali della gente che soffre. Se indubbiamente Marx oggi è prezioso per meglio comprendere i meccanismi della instabilità cronica del capitalismo è prezioso solo in quanto integrato da altri apporti che vanno da Keynes, agli economisti istituzionalisti, all’antropologia economica di Polanyi, agli studi sulla civiltà materiale di Braduel ed anche dalla riscoperta del socialismo libertario di Proudhon, sul quale Marx sbagliò totalmente il suo giudizio.

Scriveva Carlo Rosselli che Marx è per le scienze sociali quello che è stato Kant per la filosofia: un punto di non ritorno. Ma aggiungeva che comunque il socialismo doveva andare oltre Marx. Riccardo Lombardi aggiungeva che proprio il filone di ricerca aperto da Marx alla fine conduceva al superamento del marxismo stesso. Ma torniamo a Proudhon.

Certamente Craxi e Pellicani, quest’ultimo soprattutto, perchè poi Craxi era di formazione marxista turatiana ne hanno dato una interpretazione in qualche modo strumentale nella polemica contro il PCI. Lombardi comunque riconosceva che nonostante gli elementi di strumentalità servivano tuttavia a mettere in discussione certi tabù radicati nella sinistra italiana; ed era sbagliato il pensare di rifondare su Proudhon tutto il pensiero socialista. Tutti gli studiosi mettono in evidenza il fatto che il pensiero di Proudhon non è sistematico anche se ricco di intuizioni feconde. Non dimentichiamo che Proudhon fu lo scrittore socialista che ebbe più influenza sul movimento operaio almeno fino al 1880.

La Comune di Parigi fu diretta in larga parte da proudhoniani. Ma veniamo alle critiche di Marx. La sua accusa a Proudhon di essere un socialista piccolo-borghese è totalmente falsa, del resto il termine socialismo piccolo-borghese è una contraddizione. Proudhon non voleva affatto, in opposizione al capitalismo, il ritorno ai piccoli produttori indipendenti, alla produzione artigianale. Marx o non capì o fece finta di non capire -questa ultima spiegazione è più plausibile- la reale posizione del filosofo socialista francese. Proudhon infatti sostiene la seguente tesi: ogni società esprime una forza collettiva che è superiore alla somma delle forze individuali. E questo è tanto più vero nella epoca del capitalismo industriale dove viene ad essere superata la forma di lavoro autonomo ed indipendente individuale dal meccanismo di lavoro coordinato dell’industria.

Anzi Proudhon individua la radice dello sfruttamento nel dato che il capitalista paga al singolo lavoratore una somma pari alla sua produttività individuale, mentre la produttività del lavoro coordinato è nettamente superiore alla somma delle singole produttività. Di qui la origine del profitto. In Marx sappiamo che il plusvalore si origina dalla differenza tra il valore del lavoro erogato nella unità di tempo con il valore della forza lavoro -i mezzi di sostentamento del lavoratore- nella stessa unità di tempo. In pratica i lavoratori devono produrre un valore superiore rispetto al valore dei beni che servono al sostentamento.

Quella di Marx è una versione aggiornata delle teorie del surplus economico dai fisiocratici fino a Ricardo. Una società deve produrre più di quello che consuma per poter esserci una accumulazione. Lo sfruttamento avviene quando a decidere il modo di utilizzare il surplus è affidato ad una sola classe sociale -quella che controlla i mezzi di produzione e riproduzione della ricchezza- e non all’intera società.

Ma torniamo a Proudhon che non era affatto un piccolo-borghese. Rappresentare Proudhon come un liberale è una sciocchezza. Proudhon svolge una critica radicale al liberalismo non solo perché è un critico della proprietà, ma anche perché ritiene che il liberalismo si fonda su una astrazione che isola l’individuo dalla società. Egli sostiene che non ha senso l’individuo senza la società e che quest’ultima non è una somma meccanica di individui “l’individuo in effetti riceve dalla società più di quello che dà”. Così come si oppone al liberalismo, Proudhon si oppone con altrettanta forza al comunismo. Ai tempi di Proudhon era rappresentato dai socialisti giacobini come Blanqui e Cabet.

Quest’ultimo, su cui si appuntano le critiche proudhoniane per la verità propugnava un comunismo, fu lui ad inventare la formula “a ciascuno secondo i propri bisogni” da realizzarsi per via pacifica, ma con la azione di un Demiurgo (un Cristo del comunismo) e preconizzava un collettivismo paternalista in cui sia l’individuo che la società venivano ad essere sottomessi ad una autorità centralizzata. Proudhon critica non solo la ingenuità di tale posizione, ma anche il rischio di una degenerazione poliziesca e dittatoriale di tale comunismo. Inoltre per Proudhon la pura e semplice espropriazione non modifica la condizione dei lavoratori: il trasferimento della proprietà da mani private ad uno stato accentratore cambia solo il tipo di oppressione, non elimina l’oppressione stessa.

Egli invece propone una destrutturazione del diritto di proprietà, distinguendo tra proprietà e possesso o gestione. Solo la gestione diretta dei lavoratori -l’autogestione- realizza il socialismo che lui non interpreta affatto come uno stato sociale statico. In forme rudimentali egli prefigura una condizione in cui esiste una tensione permanente tra individuo e società -irriducibili l’una all’altra- e quindi una condizione permanente di un pluralismo di antagonismi che trovano un equìlibrio mai statico ma in perenne movimento. Senza dubbio sia Eduard Bernstein che Carlo Rosselli furono influenzati da tale impostazione.

Infatti Proudhon contesta Hegel con la sua pretesa di ridurre la dialettica ad una triade -tesi, antitesi e sintesi- che sfocia in una idea di “fine della storia”. Non è un caso che tutti coloro che hanno tentato una interpretazione critica e libertaria di Marx abbiano cercato di recidere il suo legame con Hegel. Infatti Marx sviluppa una delle più titaniche a grandiose opere di analizzare la dinamica di sviluppo del capitalismo. Il suo limite -come nota Giorgio Ruffolo- è che poi questa straordinaria ricerca resta chiusa nella gabbia cognitiva della dialettica triadica hegeliana.

Perfino Karl Popper -che è stato molto mistificato dalla destra- il vero rimprovero che muove a Marx è quello di essere rimasto prigioniero della dialettica hegeliana riconoscendo a Marx di essere comunque stato uno dei “liberatori” dell’umanità e riconoscendo la validità di molte sue tesi. Purtroppo uno dei guai del movimento operaio e del socialismo è stata la scissione tra Proudhon e Marx. Eric Fromm mise bene in evidenza come Proudhon abbia ben previsto le degenerazioni del socialismo che si sono avute con Lenin e Stalin. Marx dal suo canto ha sviluppato una critica al capitalismo che contiene ancora oggi molti elementi di verità.

Per la verità un tentativo di riconciliare Marx e Proudhon è stato fatto in passato sia dal socialismo democratico (Jaures e Bernstein) sia da quello rivoluzionario (Sorel). Oggi serve riprendere quel filo. Nel momento in cui è stato evidente il fallimento strutturale del comunismo ed il pericolo per l’umanità che rappresenta questo capitalismo. Ma una idea di superamento graduale del capitalismo non può che avvenire sulla base di una idea di socialismo delle libertà come preconizzavano Rosselli e Lombardi.

Visualizzazioni: 9