Chi controlla gli algoritmi controlla il mondo

di Francesca Straticò |

La politica distratta che ignora la nuova disuguaglianza: chi controlla gli algoritmi controlla il mondo.

Il nostro tempo non è segnato da una semplice “innovazione tecnologica”, stiamo vivendo una rivoluzione culturale che stravolgerà la nostra civiltà e mentre questo accade i protagonisti di questa politica priva di sostanziale qualità si perdono in diatribe sciocche quanto inutili, ignorando ciò che accade.

La logica industriale del Novecento, fondata sul lavoro umano come fonte primaria di valore, è stata sostituita da un nuovo paradigma: il valore nasce dall’interazione tra algoritmi e dati. È ciò che può essere definita ricchezza algoritmica, generata non più dal sudore e dalla dedizione, ma dalla potenza invisibile dei sistemi digitali.

Questa trasformazione porta con sé una frattura sociale evidente, ma profondamente diversa dalle fratture sociali del passato e per questo necessita di rimedi diversi. Da un lato, pochi attori capaci di controllare la conoscenza algoritmica e di accumulare ricchezze senza precedenti; dall’altro, una moltitudine progressivamente esclusa dai circuiti produttivi tradizionali.

Quello che questa opaca politica non sa e, dunque, non dice, è che quello a cui stiamo assistendo non è un destino inevitabile a cui rassegnarsi o soggiacere, ma una sfida epocale che non può che giocarsi sul terreno delle competenze, politiche prima ancora che tecnologiche. È la sfida che chiama in campo menti illuminate e capaci di decodificare presente e futuro, mentre assistiamo ancora all’esercizio di piccoli potentati fondati su oboli e prebende. E’ la sfida di riuscire a governare il fenomeno invece di subirlo.

Occorrono nuove idee, nuovi mezzi. Serve un nuovo patto sociale che non si limiti a reiterare logiche di antagonismi fini a se stessi. Serve un patto generazionale che connetta la naturalezza dell’uso degli strumenti digitali, con la esperienza e conoscenza profonda dei meccanismi politici e sociali. Servono strumenti di alfabetizzazione algoritmica diffusa, perché non si può essere cittadini consapevoli senza comprendere le regole di questa nuova era. Servono politiche di redistribuzione della ricchezza realizzata con metodi non prevedebili dai legislatori del passato, come la tassazione del plusvalore algoritmico. E serve una gestione collettiva del capitale conoscitivo fondamentale – dati, algoritmi di base, modelli di intelligenza artificiale – per impedire che diventino proprietà esclusiva di pochi.

Non si tratta di utopie, ma di necessità storiche.

Come scriveva Elias Canetti: “Il potere si nutre di invisibilità”. Oggi quell’invisibilità ha il volto delle tecnologie digitali e si esprime con l’oscuro linguaggio degli algoritmi. Renderli trasparenti e condivisi è la condizione per una democrazia che non venga svuotata dall’automazione.

La scelta è davanti a noi: accettare di essere spettatori di una trasformazione che ci travolge, oppure diventare protagonisti di una nuova civiltà digitale.

Il futuro non è solo un algoritmo: è la nostra capacità di decidere come usarlo.

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