Una guerra “vittoriosa” per un massacro inutile

“Noi tendiamo esclusivamente e con tutte le nostre forze al bene del proletariato, e perciò non vogliamo assolutamente la guerra, vogliamo la neutralità. […] E la neutralità assoluta, la neutralità a qualunque costo, il Partito Socialista ufficiale saprà imporla”.  Giacomo Matteotti

di Daniele De Piero |

Ogni anno ripropongo questa mia riflessione in vista del 4 novembre.

Guerra alla guerra, Pace tra i Popoli.

Ogni anno in Italia, nelle nostre città, si celebra il 4 novembre, quella “vittoria” che in verità fu invece un vero e proprio massacro di lavoratori, di proletari, operai e contadini, alcuni dei quali erano poco più che adolescenti (i ragazzi del ’99): una vittoria pagata con 680.000 morti, due milioni tra feriti, mutilati e prigionieri, tutti lavoratori mandati al macello contro altri lavoratori di altri paesi, tutti poveracci che ci hanno “lasciato le penne” in una guerra che si poteva evitare. In questa giornata, vengono inoltre festeggiate l’Unità Nazionale e le Forze Armate, che vengono ringraziate per il “contributo” dato al paese.

Mi chiedo quindi, davanti a quella che è stata una tragedia dalle dimensioni epocali, che senso abbia celebrare questa ricorrenza e addirittura attribuirle il significato di vittoria.

Un’opera di Giuseppe Scalarini

Celebrare vuol dire esaltare, glorificare o, quantomeno, ricordare festosamente; una parola che porta con sé un moto d’orgoglio, un vanto, una lezione positiva da impartire alle giovani generazioni. Ma cosa c’è da celebrare cent’anni dopo l’inizio della “Grande Guerra”? La lezione di violenza? La democrazia sospesa o le decimazioni? I giovani senza elmetto mandati al macello coi berretti di feltro o l’insipienza dei generali alla Cadorna? Chi sceglieremo di ricordare? I socialisti e gli anarchici spediti là dove più certa era la morte? I ragazzi uccisi dai carabinieri pronti a sparare ai soldati terrorizzati? No! Non ricorderemo nulla di tutto questo e taceremo sui centomila nostri prigionieri morti per fame e per freddo nei campi di prigionia perché considerati disertori e abbandonati al loro destino, in mano a un nemico che stentava ad alimentare i suoi uomini al fronte. Decideremo forse di raccontare ai nostri giovani l’inaudita ferocia delle nostre classi dirigenti?

Non sarebbe difficile farlo, ma è un lavoro incompatibile con la parola “celebrare”.

Sarebbe il caso invece di rammentare ai politici, alle associazioni che ricordano il 4 novembre, ai sacerdoti chiamati a benedire i monumenti, e a tutta la società civile, di non dimenticare che ogni guerra è “un’ avventura senza ritorno” mentre il 4 novembre di fatto ci obbliga tutti a non tacere, a non far strumentale e insulsa retorica patriottarda, a non benedire la guerra, a non giocare sulla pelle della gente.

Per quanto mi riguarda non festeggerò nessuna “vittoria” e mi viene una grande tristezza quando sento usare toni trionfalistici a proposito della Grande Guerra. Proprio perché ritengo doveroso rispettare la memoria di chi ha combattuto e non ha più fatto ritorno e perchè sono convinto che celebrare la guerra non sia mai impresa nobile. Celebrare questa guerra, con 100.000 omicidi di Stato su 600.000 caduti è solo un’infinita vergogna.

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