Tra Riccardo Lombardi e Raniero Panzieri

di Peppe Giudice |

Lo scorso anno si sono celebrati il quarantennale della scomparsa di Riccardo Lombardi ed il sessantennale di quella di Raniero Panzieri. Entrambi esponenti di quella “sinistra socialista autonomista” sia pur declinata in modalità diverse. Panzieri, una intelligenza vivissima -così lo definì Nenni-, morì a soli 43 anni nel 1964, e il suo pensiero rimase incompiuto. Lombardi ha invece attraversato fasi diveresi -anche se uniti da un filo rosso- ed ha certo espresso un pensiero più compiuto, morto a 84 anni.

Sia pur incompiuto, però, il pensiero e l’opera di Panzieri, furono stati di stimolo ad una parte importante della “nuova sinistra” degli anni ’70. Un pensiero, che ancora oggi, ha i suoi elementi di attualità, se lo si inquadra nel modo giusto. Innnzitutto Panzieri appartiene integralmente alla tradizione del socialismo italiano del dopoguerra. Voler fare di lui un “uomo di frontiera”, “fuori dagli schemi” rientra sempre surrettiziamente nel tentativo di svalutare il pensiero e la tradizione del PSI. E’ il residuo di quella damnatio memoriae durata per molti anni. Potrei dire che uno “fuori dagli schemi” poteva esserci solo nel Psi. Ci sono stati molti tentativi di appropriarsoi del suo lascito, ma lasciano a desiderare.

Rifondazione lo rivendica, ma nello stesso partito, vi sono quelli che gli rimproverano di essere estraneo al leninismo, ed hanno oggettivamente ragione. Se pure Panzieri talvolta rende omaggio a Lenin -soprattutto però citando alcune opere giovanili- va inquadrato in un periodo in cui criticare Lenin era come parlar male di Garibaldi. In realtà il pensiero panzierano è completamente alternativo al marxismo-leninismo. Lo è per la sua concenzione del partito, che concepisce come uno strumento e non come avanguardia; lo è nella critica a una concezione produttivista del socialismo. Lo è nella critica profonda che rivolge al “socialismo reale”. Lo è nella valorizzazione dei contropoteri e degli istituti che favoriscono una creazione dal basso del socialismo. Lo è nella profonda critica al togliattismo -variante occidentale del leninismo-.

Nell’ambito dell’operaismo c’è una chiara frattura tra lui e Tronti e Negri. In Panzieri c’è la contestazione del rifiuto del lavoro e del sabotaggio. Per Tronti e Negri, il limite alla razionalità totalizzante del capitale, è l’irrazionalità della classe “rude razza pagana”. Panzieri pur criticando la tesi della neutralità dello sviluppo tecologico, contrappone una razionalità alternativa a quella capitalistica. Come egli dice “dall’uso capitalistico delle macchine all’uso socialista della macchine“. Tronti poi convergerà sulla tesi neo-leninista con elementi di carl Schmitt dell'”autonomia del politico“: Negri resterà coerente con la propria impostazione fino a concepire l'”operaio sociale” e poi la “moltitudine” concetti non verificabili empiricamente in modo rigorso come nuove soggettività rivoluzionarie.

Quindi in Panzieri è concentrato il meglio della cultura politica del socialismo di sinistra. A cui appartiene anche Riccardo Lombardi, sia pure con le sue peculiarità. Inizialmente tra Lombardi e Panzieri c’è un forte scontro ideologico. Lombardi ritiene, che dopo Budapest, con la crisi dello stalinismo entra in crisi il comunismo stesso. Panzieri respinge tale tesi, ma non la motiva. In realtà con il concetto di comunismo Lombardi fa riferimento alla sua esperienza storica nell’URSS e paesi satelliti. Del resto lo stalinismo (Lombardi lo rileva) prosegue anche dopo la morte di Stalin. Scompaiono o si attenuano gli elementi più efferati, ma il sistema resta in piedi. Panzieri è in realtà d’accordo (la sua critiica all’Urss ed al suo modello è incisiva. Probabilmente è scattata una sindrome che bene ha descritto Vittorio Foa. “eravamo tutti a conoscenza del fatto che nell’Urss staliniana c’era una dittatura terribile, ne ignoravamo le dimensioni -le conoscemma solo dopo Krusciov- ma difendevamo l’URSS per non farci strumentalizzari da avversari e nemici poltici.

In una fase in cui la polemica politica era fortissima. Lombardi fu uno dei pochi a non cadere in questa trappola, anche perchè a differenza di Saragat aveva le spalle ben coperte dalla sua costante ed impetterita critica agli USA ed all’atlantismo. Una altra critica che Panzieri fa a Lombardi è il fatto di privilgiare l’azione parlamentare rispetto all’azione di massa fondata sui controperi. In realtà le riforme di struttura che proponeva Lombardi erano cosa profondamente diversa dal riformismo socialdemocratico. Erano finalizzate ad avviare una transizione democratica al socialismo, tramite un processo di reazione a catena finalizzato al rovesciamento del capitalismo e non alla sua riforma. Lombardi credeva al controllo operaio, ma nella fase, degli inizi degli anni ’60, esso poteva svolgere solo un ruolo educativo e non era in grando di modificare gli assetti di potere.

Diversa la situazione della fine degli anni ’60, con l’avanzare di un grande movimento di massa. Qui c’è una evoluzione del pensiero di Lombardi. Che recupera all’interno del progetto di transizione democratica al socialismo le tesi esposte da Foa e Panzieri sui contropoteri. E di Panzieri recupera soprattutto la critica all’idea di neutalità dello sviluppo tecnologico, e di una concezione produttivistica del socialismo. Panzieri e Lombardi erano molto meno distanti di quello che si credeva ed in parte i loro pensieri si ritrovano desincronizzati storicamente.

Su questa base Lombardi contesta il Taylorismo e la sua infatuazione da parte di Lenin, “le catene di montaggio socialiste non esistono“, critica l’idea classista di comunismo come società affluente -a ciascuno secondo i bisogni- in quanto presuppone lo sviluppo illimitato delle forze produttive che diventa un non senso scientifico in quanto incompatibile con l’esistenza della biosfera. Come dicevo il pensiero di Panzieri resta incompiuto, non poteva trovare spazio nel post-operaismo, nel Psiup di Vecchietti. Avrebbe invece potuto irrobustire proprio il riformismo rivoluzionario di Riccardo Lombardi di cui era il necessario completamento.

Nell’immagine di copertina: Raniero Panzieri a tavola insieme alla moglie Giuseppina Saija detta Pucci, un gruppo di compagni e Pietro Nenni

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