di Francesca Straticò |
Il boato nella notte non ha solo distrutto due automobili. Ha squarciato il velo di ipocrisia che spesso avvolge il dibattito pubblico italiano, ricordandoci che il giornalismo e soprattutto quello d’inchiesta è ancora oggi un mestiere pericoloso. L’attentato contro Sigfrido Ranucci, volto noto di “Report”, è un atto gravissimo.
Non solo contro un giornalista, ma contro il diritto di cronaca, contro la libertà d’indagine, contro la democrazia stessa. In una società libera, il giornalismo d’inchiesta è la voce che indaga, che disturba, che svela. È la coscienza critica che non si accontenta delle versioni ufficiali, che cerca le crepe nel potere, che dà evidenza a ciò che è invisibile. Il diritto di cronaca è un pilastro costituzionale ed ogni intimidazione contro chi lo esercita è un colpo ai diritti di tutti. Quando si colpisce un giornalista, si tenta di spegnere una luce.
Ma Anna Politkovskaja, assassinata per le sue inchieste sulla Cecenia, ci ha lasciato un monito: “Il silenzio è complicità” e noi non vogliamo essere complici e per questo diciamo con forza e determinazione che, una società civile, non si difende con la repressione, ma con il confronto. Non si rafforza zittendo le voci critiche, ma ascoltandole. Limitare il dissenso, criminalizzare l’indagine, bollare come “nemico” chi fa domande è una reazione ” mafiosa”, retrograda, sterile, pericolosa.
È il riflesso di un potere che non sa rispondere, che non vuole spiegare, che teme di essere scoperto e che è pronto a sacrificare. La libertà di stampa non è un fastidio da tollerare: è un bene da custodire. E chi la minaccia, minaccia tutti noi. Sigfrido Ranucci, adesso più che prima, non è solo un giornalista sotto scorta. È il simbolo di un mestiere che non si piega, che non si arrende, che continua a cercare la verità anche quando fa paura. L’attentato che ha subito è un atto vile, ma anche un’occasione per risvegliarci. Per dire che non ci faremo intimidire. Che continueremo a leggere, a scrivere e, se serve, ad indagare. Anche se solo nel nostro piccolo, anche se solo nei limiti del nostro sguardo.
Una società che non protegge i suoi narratori è una società che rinuncia a raccontarsi ed in conseguenza, è una società che rinuncia ad esistere. Ogni parola libera è un mattone nella casa della democrazia. Ogni domanda scomoda è un passo verso la verità. E ogni giornalista che non si piega è un argine contro l’opacità del potere.
E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete.
